Open Essays and Researches

La forza dei luoghi. Traiettorie biografiche e orizzonti di attesa di giovani imprenditori del Nord e del Mezzogiorno

Ciro Cangiano

Università di Napoli Federico II, Italia

Email: ciro.cangiano@unina.it

Abstract. After a long period in which the processes of transformation that have affected Western societies and the resulting climate of social uncertainty have led Italian sociology to devote scant attention to the future, in recent years the time to come has again become a focus of sociological reflection. In order to contribute to the ongoing debate, this article, on the basis of 40 biographical interviews collected in four metropolitan areas (Milan, Naples, Cagliari, and Cosenza), aims to describe the life trajectories and the horizons of expectation of young entrepreneurs from the North and the South. In the light of the territorial divide that characterise our country, it is shown how the imagination of the future is closely linked to the life context and local culture.

Keywords: time, future, young people, territorial inequalities, agency.

Index

Introduzione

La riflessione sociologica sul futuro

La cornice metodologica della ricerca

Effets de lieu: giovani imprenditori tra essere e divenire

Conclusioni

Riferimenti bibliografici

Introduzione

Negli ultimi anni, nella riflessione sociologica italiana sembra configurarsi una “riscoperta del futuro”. Dopo un lungo periodo in cui i processi di mutamento che hanno segnato il passaggio alla tarda modernità (Giddens 1990), e il clima di incertezza sociale che ne è derivato (Castel 2003), hanno spinto gli studiosi a focalizzarsi sulle strategie messe in atto dagli individui per fronteggiare lo stravolgimento degli assetti societari e a riservare uno scarso interesse verso le loro visioni del domani, oggi si torna infatti a riflettere sull’avvenire1, con una particolare attenzione alle nuove generazioni, che rappresentano una delle categorie sociali più colpite dalle dinamiche strutturali che attraversano la contemporaneità. Si assiste, insomma, a uno sforzo collettivo volto a cogliere le «pratiche in cui i giovani si cimentano per trasformare sé stessi» (Vatrella, Serpieri 2022: 235) e a esplorare «le nuove semantiche del futuro» (Leccardi 2014: 41).

Nell’ottica di contribuire al dibattito in corso, l’articolo che viene presentato in queste pagine, basato su una ricerca di stampo qualitativo realizzata in quattro aree metropolitane (Milano, Napoli, Cagliari e Cosenza)2, mira a indagare le traiettorie biografiche e gli orizzonti di attesa di un gruppo di giovani imprenditori, con l’obiettivo di mettere in luce le differenze legate ai contesti di vita e alle culture locali.

Prima di entrare nel vivo del lavoro di analisi, è necessario chiarire cosa si intende per traiettorie biografiche e a cosa si rinvia quando si parla di orizzonti di attesa.

Per comprendere il concetto di traiettoria, legato alla prospettiva teorica e interpretativa di Pierre Bourdieu, è utile contrapporlo a quello di carriera, che rimanda invece all’approccio interazionista della Scuola di Chicago e di Howard Becker (Passeron 1990). Mentre la traiettoria indica un percorso non necessariamente lineare e uniforme, che prende forma attraverso la dinamica dell’interazione tra la biografia individuale (l’agency) e i condizionamenti sociali (la struttura), la carriera fa riferimento a una sequenza definita di tappe e a una successione ordinata di passaggi da una posizione all’altra. Inoltre la traiettoria, ponendo l’accento sulla molteplicità dei ruoli assunti, dei campi attraversati, dei capitali mobilitati e delle circostanze sperimentate dagli attori sociali, chiama in causa la temporalità e la contraddittorietà delle esperienze vissute. Laddove la carriera, pur non escludendo la presenza di biforcazioni e di turning point, evoca un cammino da seguire caratterizzato in qualche misura da una certa stabilità e da una certa coerenza3.

Per quanto riguarda invece il concetto di orizzonte di attesa, esso fa riferimento all’insieme delle disposizioni, cognitive ed emotive, con cui ci si rapporta al futuro (Koselleck 1979). Come evidenzia Jedlowski (2017), nella riflessione sull’avvenire la metafora dell’orizzonte è particolarmente efficace.

In primo luogo, perché come l’orizzonte visivo si sposta e assume nuove configurazioni mentre ci muoviamo o camminiamo, così l’orizzonte temporale muta a mano a mano che viviamo la nostra vita. In secondo luogo, perché se per un verso l’orizzonte è per definizione sempre lontano e fuori portata, per l’altro esso ha effetti concreti e tangibili sul presente, nella misura in cui ciò che vediamo davanti a noi – sia nello spazio che nel tempo – influenza il nostro agire, gli attribuisce un senso e lo orienta. In sostanza, la nozione di orizzonte di attesa permette di guardare al futuro come a un qualcosa che esiste nei pensieri, nelle emozioni e nelle condotte del quotidiano (Mandich 2020a).

Il lavoro si articola in quattro sezioni. Nella prima, concentrando l’attenzione sulla letteratura italiana, viene proposta una panoramica degli studi sociologici sul futuro, allo scopo di mostrare la portata dei cambiamenti che nell’ultimo mezzo secolo hanno interessato i processi di acculturazione all’avvenire (Pellegrino 2013). Nella seconda vengono descritti e discussi gli aspetti di metodo che hanno guidato la ricerca sul campo. Nella terza vengono illustrati i risultati emersi dall’analisi del materiale empirico raccolto, provando a lasciare ampio spazio alla “voce” dei giovani intervistati. Infine, nella sezione conclusiva, oltre a tirare le fila delle argomentazioni presentate, viene proposta una riflessione sul rapporto tra l’immaginazione del futuro e le disuguaglianze territoriali che storicamente caratterizzano il nostro paese.

La riflessione sociologica sul futuro

A partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso la sociologia italiana ha cominciato ad assumere sistematicamente il tempo come oggetto di studio e di analisi. Con la fine delle grandi narrazioni (Lyotard 1979) e il progressivo declino delle utopie rivoluzionarie si fa strada, di fatto, l’idea che la dimensione temporale non debba essere appannaggio esclusivo delle scienze naturali, né tanto meno possa essere indagata soltanto dal punto di vista filosofico. In altre parole, malgrado le non poche resistenze, il legame tra passato, presente e futuro si configura come una lente attraverso cui osservare le logiche e i meccanismi che governano la società, rendendo chiaro anche ai più scettici che il rapporto tra l’individuo moderno e il tempo va necessariamente esplorato e problematizzato (Tabboni 1985). Melucci (1981), ad esempio, mette in rilievo come i movimenti giovanili di quegli anni non siano riconducibili a delle semplici manifestazioni di scontento da parte di categorie socialmente marginali, ma rappresentino piuttosto l’esito di tensioni esistenziali associate all’emergere di nuovi bisogni di riconoscimento e di nuove modalità di relazionarsi con il tempo. Secondo l’autore, infatti, le nuove generazioni, individuando nel presente l’unico orizzonte temporale dotato di senso e di concretezza, si ritrovano senza un passato da cui poter attingere e soprattutto senza un futuro in cui poter sperare. Per loro l’oggi diviene «tutto ciò che c’è» (Harvey 1990: 240), il solo spazio simbolico certo, sicuro e relativamente governabile (Cangiano, Sarnataro 2020), e prende forma dunque quella che Augé (2008) ha notoriamente definito «eclissi del tempo».

Sulla stella linea, Cavalli (1985) assume il modo di approcciarsi agli orizzonti temporali come ottica privilegiata per analizzare le condizioni di vita delle nuove generazioni. La sua idea è che, sebbene la sociologia italiana abbia studiato a fondo le diverse sfere della vita dei giovani (come il rapporto instaurato con la famiglia, con il lavoro e con la politica, le loro esperienze scolastiche e i loro consumi), essa ha tradizionalmente prestato una scarsa attenzione alla questione giovanile nel suo complesso. Il tempo, in questo senso, viene considerato dall’autore come la dimensione che più di tutte è capace di portare alla luce la realtà sociale delle giovani generazioni, in quanto attraversa trasversalmente i diversi ambiti della vita associata. Indagando contestualmente le concezioni del tempo storico, le rappresentazioni del tempo biografico e le modalità di relazionarsi con il tempo quotidiano, il programma di ricerca coordinato da Cavalli evidenzia come una parte non irrilevante di giovani siano soggetti a una vera e propria destrutturazione temporale, riscontrabile principalmente nella frammentazione della memoria storica, nell’indebolimento della capacità progettuale e nella perdita di criteri stabili di organizzazione e di gestione della quotidianità. In definitiva, oltre a confermare la tesi della presentificazione, i risultati empirici mostrano come, rispetto ai decenni passati, la gioventù stabilisca un rapporto più complesso e articolato con il tempo, sia con quello individuale sia con quello collettivo.

Al di là dei dati emersi dalle ricerche condotte sul tema in questione, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta va consolidandosi anche nel nostro paese, così come nella grande maggioranza dei paesi occidentali, la convinzione che occorra considerare il tempo una costruzione sociale, un prodotto culturale che si struttura nello spazio e nel corso dei secoli (Zerubavel 1981), ovvero uno strumento di regolazione e di governo della vita collettiva elaborato dagli attori sociali per preservare l’ordine e per far fronte all’esperienza del mutamento. Particolarmente emblematiche, a tale riguardo, sono le parole di Tabboni:

Il tempo è costruzione umana, un concetto astratto cui non corrisponde alcuna realtà percepibile da parte dei sensi. Il tempo diventa quindi, in certe condizioni storiche, un criterio regolatore della vita sociale, viene sostantivizzato, dotato di esistenza autonoma e indipendente, considerato esterno all’uomo, con lo stesso procedimento con cui gli uomini, abitualmente, attraverso il linguaggio, gli atteggiamenti e i comportamenti culturali, sostantivizzano processi e fenomeni complessi, da essi costruiti per soddisfare esigenze sociali (Tabboni 1988: 139).

E ancora, secondo Gasparini:

Il tempo fa parte della cultura e appartiene alla sfera culturale, nel senso soprattutto che rappresenta una fondamentale e caratteristica costruzione sociale della realtà operata dai sistemi e dagli attori che ne fanno parte. […] È evidente infatti che l’organizzazione sociale del tempo, pur costituendo una problematica distinta da quella culturale e pur avendo tratti tipicamente riconducibili alle dimensioni strutturali come la divisione sociale del lavoro e le politiche inerenti al tempo, presenta molteplici connessioni con i modelli culturali, a motivo delle implicazioni in termini simbolici, normativi e di valori che sono inerenti ai processi di articolazione e gestione dei tempi sociali rilevanti (Gasparini 1990: 287-288).

Durante il quindicennio successivo il dibattito scientifico sulla cultura del tempo si affievolisce, dal momento che la flessibilizzazione del lavoro, la diffusione della precarietà, la democratizzazione del rischio e la crisi del welfare state inducono gli scienziati sociali a focalizzare l’attenzione sulle nuove e più problematiche condizioni in cui i giovani sono chiamati a costruire la loro biografia e a transitare alla vita adulta. Tuttavia, nonostante negli anni Novanta il tempo finisca per rappresentare una questione marginale nella riflessione sociologica, non mancano studi che permettono di fare passi in avanti nella comprensione delle modalità con cui ci si rapporta alla temporalità4.

A metà degli anni Duemila la sociologia italiana – spinta soprattutto dalla necessità di comprendere la portata degli effetti dei processi di individualizzazione e di destandardizzazione del corso di vita sulle traiettorie biografiche – torna a occuparsi della dimensione temporale. Un’indagine empirica coordinata da Crespi (2005), in particolare, tenta di gettare luce sulle nuove modalità d’uso del tempo che caratterizzano l’universo giovanile. Sebbene confermino la rottura del legame tra la memoria del passato, le scelte del presente e le aspettative nei confronti del futuro, i dati raccolti dallo studioso evidenziano l’emergere di tre diverse strategie temporali messe a punto dalle nuove generazioni per affrontare il cambiamento sociale. La prima, rilevata maggiormente tra le classi deprivilegiate, si basa sull’idea che di fronte all’incertezza contemporanea non si può fare altro che vivere alla giornata e si concretizza in una condotta schiacciata sull’hic et nunc. La seconda, che riguarda soprattutto i giovani delle classi privilegiate, poggia su una concezione positiva dell’imprevedibilità e si sostanzia in un atteggiamento di piena apertura alla sperimentazione di percorsi inesplorati e di nuove circostanze. La terza strategia temporale, che non sembra essere associata a una specifica posizione di classe e risulta essere quella più diffusa tra la platea degli intervistati, affonda le radici nella normalizzazione della flessibilità e prende forma attraverso la proiezione nel presente esteso e la definizione di progetti di breve periodo, che consentono di adattarsi alle contingenze. Nel complesso, le riflessioni di Crespi, che avranno una notevole eco a livello internazionale, dimostrano quindi come nella contemporaneità si registri una pluralizzazione delle modalità con cui si vive l’oggi e si guarda al domani.

Dalla fine degli anni Duemila a oggi, sulla scia della ricerca realizzata da Crespi, i contributi di stampo sociologico sulla temporalità hanno seguìto fondamentalmente due direzioni. Da una parte, un nutrito gruppo di studiosi ha concentrato l’attenzione sulla pluralità delle visioni dell’avvenire, con l’obiettivo di esplorare le differenze tra giovani diversamente equipaggiati in termini di risorse economiche, culturali e sociali (si vedano, ad esempio, Leccardi 2010; Merico 2011; Spanò 2017). Dall’altra, alcuni autori hanno rivolto l’interesse verso le aspirazioni educative, lavorative e di vita delle seconde generazioni, con l’intento di comprendere il ruolo giocato dal background migratorio sull’immaginazione del futuro (su tutti, Mantovani 2013; Miceli 2014; Spanò 2015). In ogni caso, la complessificazione dello scenario entro cui si strutturano i processi di transizione all’adultità si è progressivamente configurata come lo sfondo teorico e interpretativo in cui si staglia la riflessione sociologica sull’esperienza temporale.

Quanto agli studi empirici dedicati in modo specifico al peso esercitato dalla dimensione locale sugli orizzonti temporali, vale a dire quelli più in linea con l’indagine di campo che si sta presentando, va detto che solo negli ultimi anni la sociologia italiana ha iniziato a riflettere sul legame tra contesto di provenienza e cultura del tempo. A questo proposito Mandich (2020b), nell’analizzare la capacità di proiettarsi nel domani delle nuove generazioni delle aree interne della Sardegna, ha sottolineato la centralità delle disposizioni culturali e simboliche acquisite nei territori. Mentre Musumeci (2020) ha messo in luce divergenze piuttosto significative tra i percorsi biografici, i vissuti lavorativi e i progetti di vita dei giovani del Nord e quelli dei giovani che vivono nel Mezzogiorno. Si tratta di acquisizioni di grande rilevanza, che permettono di fare importanti progressi nell’analisi sociale della temporalità ed esortano ad approfondire il complesso rapporto tra l’esperienza concreta che gli individui fanno dei luoghi e i loro orientamenti al futuro.

La cornice metodologica della ricerca

Il materiale empirico che viene presentato in questo lavoro è costituito da 40 interviste biografiche, raccolte nelle regioni sedi delle unità che hanno preso parte alla ricerca (10 in Lombardia, 10 in Campania, 10 in Sardegna e 10 in Calabria). Le interviste hanno visto la partecipazione di giovani e di giovani-adulti5 impegnati in progetti di imprenditoria innovativa, intesa come il complesso di attività autonome volte alla produzione/fornitura di beni e servizi innovativi e/o di beni e servizi tradizionali attraverso modalità innovative6. La scelta del target ha risposto all’esigenza di indagare un campo ad alto potenziale di innovazione, in cui gli attori sociali in gioco potessero rappresentare un osservatorio privilegiato per cogliere nuove modalità di relazionarsi con il tempo e nuove visioni dell’avvenire. Nella selezione degli intervistati, che è avvenuta mediante un campionamento a valanga, si è cercato di diversificarli il più possibile rispetto al genere, all’estrazione sociale, al background formativo e al settore imprenditoriale di riferimento. Il campione è formato da 22 donne e 18 uomini, provenienti da condizioni familiari molto eterogenee. Per quanto riguarda il percorso educativo, tutti i ragazzi e le ragazze incontrati nel corso dell’indagine empirica hanno proseguito gli studi oltre il diploma di maturità (18 in ambito umanistico-sociale, 12 in ambito economico-politico-giuridico e 10 in quello tecnico-scientifico). Per quanto concerne invece il campo di attività, 18 intervistati sono coinvolti in associazioni culturali e cooperative di comunità finalizzate alla tutela e/o allo sviluppo del territorio, 11 in start-up che offrono servizi alle aziende, 8 in start-up tecnologiche e 3 in imprese agricole volte al recupero e/o alla valorizzazione di coltivazioni locali.

Come tutte le scelte metodologiche, l’adozione dell’approccio biografico presenta, al contempo, dei limiti e dei vantaggi. Il principale limite va rintracciato nell’impossibilità di giungere a qualunque tipo di generalizzazione. Mentre nel novero dei vantaggi vanno certamente menzionati la capacità di far emergere la varietà e la ricchezza delle esperienze vissute dai giovani che hanno preso parte alla ricerca e la possibilità di analizzare gli orizzonti temporali a partire dal punto di vista e dal sistema di valori e di significati degli intervistati. La traccia utilizzata ha previsto una parte iniziale nella quale è stato chiesto di raccontare liberamente la propria vita, senza nessun limite di tempo prestabilito. Sono seguiti poi una serie di stimoli tesi a sollecitare la narrazione su temi di particolare interesse per il lavoro sul campo, ovvero la storia familiare, la formazione, le attività lavorative e di volontariato, le relazioni, le figure di riferimento, il tempo libero, l’esperienza pandemica, il rapporto con i social, i consumi culturali e la partecipazione politica. Dal momento che la fase di rilevazione è coincisa con il lockdown dovuto alla diffusione del Coronavirus, la quasi totalità delle interviste è stata realizzata online da un unico ricercatore, con l’ausilio di piattaforme digitali7.

Effets de lieu: giovani imprenditori tra essere e divenire

Come è noto, in Italia la popolazione giovanile vive una condizione di profonda marginalizzazione economica e sociale. Le indagini Istat8 (2024) offrono infatti la fotografia di un paese in cui le nuove generazioni hanno molte difficoltà a raggiungere la piena indipendenza dalla famiglia di provenienza. I dati più preoccupanti riguardano il mercato del lavoro: nel 2023 il tasso di disoccupazione nella fascia di età 25-34 anni è del 10,3%, con enormi divari territoriali, che vedono il Nord (5,4%) in una situazione sicuramente meno preoccupante rispetto al Mezzogiorno (19,8%). Va detto, comunque, che anche tra le regioni meridionali si registrano differenze tutt’altro che trascurabili. Guardando alle aree in cui è stata condotta la ricerca, ad esempio, si può notare che in Campania e in Calabria la disoccupazione giovanile supera i 20 punti percentuali (rispettivamente 23,7% e 23,3%), mentre in Sardegna si assesta al 15,3%. I dati relativi ai giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi di formazione (Neet) seguono, grosso modo, la stessa tendenza. Su scala nazionale l’incidenza di Neet nel 2023 è del 18%, con uno scarto che sfiora i 17 punti percentuali tra il Nord del paese (11,7%) e il Mezzogiorno (28,4%). Qui, di nuovo, il disagio giovanile è particolarmente marcato in Campania e in Calabria, dove la percentuale di esclusi dal mondo del lavoro e dal sistema formativo è, in ordine, del 31,2% e del 30,3%, e relativamente meno accentuato in Sardegna (22,8%).

Sul versante microsociologico, i giovani incontrati nel corso dell’indagine empirica appaiono “carichi di futuro”, e cioè pieni di sogni, di ambizioni, di speranze, di aspirazioni, di obiettivi, nonché capaci di spostare lo sguardo anche molto al di là dell’oggi e di immaginare il proprio domani e quello della società in cui si troveranno a vivere. Seppure inizialmente straniti e abbastanza disorientati rispetto alla richiesta di proiettarsi in un tempo ignoto e lontano dal presente, gli intervistati non sembrano infatti vittime della de-futurizzazione, di quella “scomparsa” dell’avvenire che da anni permea il dibattito pubblico e scientifico sulle nuove generazioni (Bertolini 2018). Così come non si dimostrano completamente “vuoti” di utopie9, di quella propensione, radicata nelle coscienze individuali e nelle rappresentazioni collettive, a diventare altro da sé e a partecipare al cambiamento sociale descritta da Levitas (2013). Del resto, i risultati ora esposti rendono conto di una nuova cultura dell’ottimismo (Bennett 2011) e sono per molti versi in linea con il recente studio realizzato da Ramella e Sciarrone (2021), che mette in rilievo come l’imperativo presentista abbia ormai lasciato il posto al desiderio di guardare avanti. Secondo gli autori, infatti, l’emergenza pandemica ha rappresentato un punto di svolta per il nostro paese, in quanto ci ha spinto non solo a pensare al domani con più fiducia e più entusiasmo, ma anche a credere con convinzione che stiamo vivendo una fase storica di forte trasformazione, un «passaggio d’epoca» (Melucci 1994), capace di generare grandi opportunità.

Se è vero che dal materiale empirico raccolto emerge nitidamente una “ricchezza” più che una “assenza” di futuro, non è vero che tutti i giovani che hanno preso parte alla ricerca mostrano lo stesso «spazio dei possibili» (Bourdieu 1997). Difatti, l’analisi condotta evidenzia differenze significative in termini di genere e di estrazione sociale. Per quel che riguarda il genere, nelle narrazioni delle donne il riferimento alla conciliazione tra ruolo produttivo e riproduttivo è sempre centrale e assume spesso i tratti di un senso di responsabilità verso la dimensione del privato, cosa che non si rileva tra gli uomini, che appaiono meno preoccupati di ritagliarsi del tempo da destinare al lavoro di riproduzione. Quanto all’estrazione sociale, coloro che possono contare su un buon bagaglio di risorse materiali e simboliche riescono a vedere una pluralità di strade percorribili e sperimentano dinamicamente le varie circostanze in cui si imbattono nel loro cammino, mentre coloro che sono equipaggiati di capitali limitati sono capaci di dare forma al loro assetto di vita solo riducendo al minimo le loro aspettative, le loro aspirazioni e i loro margini di azione10.

Venendo al tema principale di questo contributo, ossia all’influenza esercitata dal contesto di vita e dalla cultura locale sul modo di guardare al futuro e sulle strategie adottate nel plasmarlo, va detto che ad assumere rilevanza non è tanto il luogo in cui si è nati, quello della socializzazione primaria, quanto piuttosto il luogo in cui concretamente ci si muove per definire la propria identità e costruire la propria biografia, quello cioè in cui va rintracciata la dimensione spaziale della struttura sociale. Un primo aspetto da sottolineare, in questo senso, è la diversa penetrazione dell’ideologia neoliberale. Appare chiaramente, infatti, come i giovani del Nord siano particolarmente sensibili ai miti della contemporaneità (come il mito del successo, il mito delle competenze, quello della velocità, quello della competitività e così via) e a quel sistema di valori in base al quale l’individuo è il solo artefice del proprio destino ed è chiamato a “fabbricarsi” come soggetto autonomo e flessibile (Kelly 2006). Al contrario, i giovani del Mezzogiorno, pur non essendo “impermeabili” al discorso neoliberale e alla retorica del farsi da sé, sembrano meno inclini ad accettarne attivamente i dettami, probabilmente perché vivono in territori in cui la deprivazione economica e culturale e il forte radicamento della tradizione contrastano le spinte individualizzanti della cultura contemporanea. Le storie di vita di Aron e di Gaetano11, due imprenditori della stessa età e della stessa estrazione sociale ma provenienti rispettivamente dalla Lombardia e dalla Calabria, sono indicative di quanto si è detto.

Aron è un ragazzo di 27 anni nato in Russia e arrivato in Italia all’età di 5 anni. I genitori hanno divorziato poco dopo la sua nascita e lui non ha praticamente nessun tipo di rapporto con suo padre. Dopo aver conseguito con ottimi risultati un diploma in informatica a La Spezia, il giovane si sposta a Milano per studiare economia delle imprese e dei mercati, nell’ottica di ottenere un titolo di studio in grado di permettergli un rapido inserimento nel mercato del lavoro. Terminata la laurea triennale, si trasferisce a Friburgo per frequentare un master in quantitative finance. La decisione di andare in Germania non è legata al desiderio di cominciare una nuova esperienza e di conoscere un’altra realtà, ma all’intenzione di uscire dalla sua comfort zone, di arricchire il suo curriculum e di ampliare la sua rete di contatti e di relazioni. Al momento dell’intervista Aron è in procinto di concludere gli studi e parallelamente dirige una start-up di e-commerce. Nei suoi orizzonti di attesa la sfera intima e privata non trova spazio, in quanto per lui diventare adulto significa sostanzialmente raggiungere la stabilità economica e realizzarsi sul piano professionale, come emerge dalle sue parole:

Devo dire che gli sforzi che ho fatto hanno decisamente ripagato. Nel senso che è chiaro che non finirò sotto un ponte ed è altrettanto chiaro che proseguendo in questo modo potrò probabilmente raggiungere traguardi ancora migliori rispetto a quelli che mi prefiguravo inizialmente. Quindi dei traguardi… ecco, li ho raggiunti. Quello che però io ho fatto l’anno scorso e che ho intenzione di fare per tutta la mia vita è, a inizio decennio, segnarmi dove voglio essere in 10 anni. Quindi io in realtà ho una precisa road map di dove e cosa voglio fare per il 2030… ma in realtà già per il 2025. La road map originale era: vincere il dottorato e poi per il 2030 devi sapere esattamente… cioè se tu vuoi fare effettivamente la carriera accademica oppure se vuoi fare altro. Quindi quello che io, quello che intendo è che per allora, diciamo 2025-26 in quegli anni lì, io vorrei avere una chiara idea di quello che è il mio output, di quello che io riesco a fare effettivamente. Se dovessi accorgermi che i miei… che i miei risultati effettivamente sono mediocri ecco, a quel punto francamente andrei a fare altre cose. La questione è che io in questi anni ho sempre cercato di tenermi aperta un’altra porticina alternativa ed è per questo che cerco di fare start-up. Quindi [nome della start-up] è una scappatoia sì, ma è incredibilmente piacevole.

Se la narrazione di Aron permette di comprendere appieno la portata dei processi di accelerazione temporale descritti da Rosa (2010)12, quella di Gaetano dimostra come nelle aree più svantaggiate del nostro paese la retorica della velocità, della riuscita e del self-made man produca effetti sicuramente meno marcati, poiché mitigata dal radicamento dei valori del passato e dalla pervasività della cultura della famiglia. Gaetano è un ragazzo di 28 anni proveniente da un paesino dell’entroterra calabrese. Sua madre è una casalinga, mentre suo padre ha un’azienda agricola. Ha due sorelle e un fratello, tutti impegnati in un percorso universitario. Diplomatosi al liceo scientifico, il giovane si sposta a Cosenza per frequentare il corso di laurea in ingegneria meccanica, spinto dalla curiosità e dalla passione per la progettazione. Attualmente è impegnato su più fronti: sta per concludere gli studi, è socio di una start-up che produce dispositivi fisioterapeutici, lavora come modellatore nella falegnameria dello zio ed è un pizzaiolo. Sebbene Gaetano dia molto peso all’ambito professionale e alla carriera, nei suoi orizzonti di attesa c’è anche la formazione di una famiglia, in quanto per lui il raggiungimento dell’età adulta passa per l’assunzione delle responsabilità familiari, come racconta lui stesso:

Allora, io sono molto schematico e metodico. I miei obiettivi erano quelli… entro i 30 anni, avere un titolo di studio, aver fatto almeno un investimento, un investimento di tipo economico, e saper svolgere almeno una professione che fosse al di là del mio percorso di studi, come se fosse la mia ruota di scorta. Ad oggi con gli obiettivi mi sento soddisfatto, perché ho avuto modo di fare esperienze lavorative in quello che è il mio settore e ho fatto esperienze lavorative al di fuori. […] Semmai dovesse andar male, so fare il pizzaiolo e degli investimenti economici li ho fatti, perché ritengo di aver investito, o meglio l’ho fatto all’interno della start-up e quindi ad oggi sono soddisfatto. Per il futuro l’obiettivo sarebbe quello di avere una posizione lavorativa un po’ più stabile, e quindi magari se la start-up funziona bene, allora a quel punto saper di poter contare costantemente sulla start-up o anche poi su un’azienda diversa. E poi mi piacerebbe magari pensare di fare famiglia, cioè investire anche per quanto riguarda proprio l’acquisto di un’abitazione, una casa… ste’ cose un po’ più da famiglia.

Va evidenziato, inoltre, che se i giovani settentrionali si sentono cittadini di un mondo globalizzato, pronti a costruire il loro futuro altrove qualora si presentino prospettive formative, occupazionali e di vita migliori, i giovani meridionali mostrano un profondo attaccamento alla loro terra di origine, vista come un luogo da proteggere e, al contempo, da valorizzare e rigenerare (Teti 2022). Si tratta di un ancoraggio affettivo e identitario al proprio territorio e alla comunità che lo abita, che talvolta si concretizza nella scelta di restare – o di tornare dopo una lunga esperienza all’estero – nonostante le difficoltà (tra le più citate dagli intervistati, la scarsità di servizi pubblici, la diffusione di logiche clientelari, la mancanza di lavoro regolare e l’arretratezza della struttura amministrativa) e di impegnarsi per provare a cambiare le cose. Marcella, ad esempio, investe il suo tempo e le sue energie in una onlus anticamorra che opera nel centro antico di Napoli, dove lavora come project manager e coordina interventi volti a offrire gratuitamente assistenza legale, psicologica e medica alle famiglie del quartiere. Sulla stessa linea Claudio, un giovane sardo di 32 anni, ha creato insieme ad alcuni amici un community hub finalizzato a gestire spazi di coworking e a erogare servizi di coliving rurale, con l’intenzione di valorizzare il piccolo borgo in cui vive da sempre e di combattere lo spopolamento dell’intera area. Mentre Flaminio, un ragazzo di 33 anni proveniente da un paesino dell’Aspromonte Tirrenico, dopo aver conseguito una laurea in lettere fuori regione e aver vissuto per diversi anni in Grecia è rientrato in Calabria e ha fondato un’associazione culturale per il recupero e la promozione del griko. Come discusso altrove, questi giovani imprenditori attribuiscono dunque al lavoro significati prevalentemente sociali, il che vuol dire che considerano la loro attività professionale come un mezzo per produrre “del buono” per gli altri e per contribuire allo sviluppo e al miglioramento della società (Spanò et al. 2023a). In aggiunta, emerge qui un richiamo alla tesi di quanti hanno sostenuto che la mobilità geografica, realmente vissuta o semplicemente immaginata, possa rappresentare oggi uno strumento attraverso cui le nuove generazioni tentano di fronteggiare l’incertezza biografica e di “governare” il futuro (Cuzzocrea, Mandich 2016; Camozzi et al. 2021).

Sul piano oggettivo, l’analisi condotta rileva con nettezza come i sostegni su cui gli intervistati possono contare nell’affrontare le loro «sfide esistenziali» (Martuccelli 2006) – su tutte il passaggio alla condizione adulta e la costruzione della loro attività imprenditoriale – siano radicalmente diversi. Per i giovani del Nord, infatti, assumono una forte rilevanza i supporti di natura istituzionale, come i finanziamenti regionali, gli investimenti del tessuto produttivo locale, i sussidi concessi dalle aziende del territorio, le competizioni, i contest, i bandi e così via. Al contrario, per i giovani del Mezzogiorno, dove le risorse istituzionali sono decisamente meno consistenti, è la rete familiare e amicale a svolgere un ruolo cruciale. Un aspetto, questo, già emerso in uno studio precedente, in cui si è adottato lo schema bourdieusiano (habitus, campi e capitali) per individuare la genesi delle differenti visioni del futuro degli intervistati (Spanò et al. 2023b). Le traiettorie di vita di Sandro (Lombardia) e di Rossella (Calabria) mostrano bene l’influenza dei luoghi sul processo di transizione all’adultità e di autonomizzazione dei ragazzi e delle ragazze al centro della ricerca.

Sandro è un ragazzo di 27 anni di origini siciliane, nato a Messina in una famiglia di classe agiata. Suo padre è un ingegnere e ha ereditato un’azienda di costruzioni, mentre sua madre lavora come dirigente in un’amministrazione pubblica. Ha una sorella minore, che sta frequentando un master in comunicazione e marketing. Il giovane si diploma in un liceo scientifico, dove viene eletto più volte rappresentante di istituto, e subito dopo si trasferisce a Milano per studiare economia e management. Qui ha numerose esperienze lavorative, prima nel campo delle associazioni culturali e poi in quello dell’organizzazione degli eventi. Al momento dell’intervista Sandro è Ceo di una start-up che offre servizi all’industria della moda e in parallelo dirige un’agenzia di comunicazione. Nel costruirsi come adulto e come imprenditore utilizza strategicamente le molteplici forme di sostegno che la città e le istituzioni locali destinano alle nuove generazioni, come traspare dalle sue parole:

Faccio questa cosa, vinco questa start-up competition, o meglio arrivo secondo su settanta e vinco anche un premio, ma per me i secondi sono i primi a perdere, preferisco essere il settantesimo. In quel caso tra le ricompense c’era, appunto, entrare in contatto con il Contamination Lab. Una professoressa alla quale io feci volontariato a un suo evento, parte del Contamination Lab, riconobbe il mio nome fra i candidati, ne apprezzò l’idea ed entrammo a far parte delle start-up in Contamination Lab. E da lì siamo la start-up più longeva lì dentro e siamo anche quella che ha dato più servizio in termini di… in termini di tutto. […] Contamination Lab è un luogo straordinario, perché parte dal concetto che la ricchezza che puoi creare in uno spazio con queste persone accomunate da questo X factor, che poi precedentemente era considerato dal mondo dell’università quasi una malattia diciamo, messe in un unico luogo a collaborare potessero creare un valore superiore alla somma algebrica delle loro, delle loro teste.

Come Sandro, Rossella – una ragazza calabrese di 30 anni, proveniente da una famiglia del ceto professionale – consegue la maturità in un liceo classico non molto lontano da casa, per poi spostarsi in un’altra regione e cominciare la sua esperienza universitaria. Vive per poco più di tre anni a Roma, dove si laurea in filosofia, e successivamente si trasferisce a Bologna per frequentare la magistrale. Terminati gli studi, la giovane decide di partire per gli Stati Uniti non soltanto per “cercare fortuna”, ma anche per mettersi alla prova e lanciarsi in una nuova avventura. La vita all’estero, però, si rivela più dura del previsto e pian piano Rossella matura la consapevolezza di voler rientrare in Calabria. La sua intenzione è di avviare un progetto di coliving rurale ma, questa volta diversamente da Sandro, nel cammino verso l’età adulta e nel suo percorso imprenditoriale può contare quasi esclusivamente sul supporto dei genitori e sulle risorse familiari. È lei stessa a raccontarlo:

Sono rientrata in Calabria, sono rientrata a casa mia… a casa dei miei per la verità, e lì avendo questa casa come unica risorsa, in un momento di grande crisi anche economica, familiare, come è stato per tante realtà italiane e non solo, ho pensato di ripartire da questa casa, da una laurea in filosofia e da due genitori pieni di passioni, ex professionisti, ex tra virgolette, perché continuano a rimanere ovviamente dei professionisti. Un ingegnere e un avvocato, che però appunto sono appassionati di tante altre cose, per cui hanno convertito la loro passione all’interno di questa realtà. Ho unito i puntini problematici e ho deciso di creare un’iniziativa di coliving, e quindi questo incubatore residenziale di progetti personali e imprenditoriali. Mi piace definire così il coliving, cioè come una residenza temporanea dove chi viene a stare qui abita con noi per un periodo di tempo, resta qui con noi per un po’, e quindi diciamo che si trova a entrare a far parte di questa community reale e virtuale.

Restando sul piano oggettivo, va infine messo in luce che, avendo interiorizzato la struttura dei vincoli e delle opportunità (Roberts 2009) entro cui sono chiamati a dare forma alla loro traiettoria biografica, gli intervistati attribuiscono un diverso significato all’istruzione in base alle condizioni strutturali e alle caratteristiche sociali ed economiche del contesto di provenienza. Particolarmente esplicativo, a tale proposito, è il concetto di «anticipazione pratica» elaborato da Bourdieu (2000), che rimanda a quel processo in base al quale il futuro si inscrive nel presente sotto forma di possibilità. Non a caso, per i giovani delle regioni settentrionali, dove il mercato del lavoro è contraddistinto da una certa dinamicità e non si registrano particolari difficoltà nell’assorbire la popolazione dei laureati, i titoli di studio rappresentano soprattutto un mezzo per raggiungere il “successo” e per assicurarsi un impiego stabile e ben retribuito. Le parole di Nicla, una ragazza milanese di classe media impegnata in un’associazione per la promozione della cultura, ben esprimono l’idea secondo cui la formazione è un investimento che deve dare i suoi frutti in termini di inserimento professionale:

C’è stato un momento importante della mia vita, nel senso che avevo da un anno e poco più finito gli studi, provato a sperimentarmi nel mondo del lavoro con le competenze che l’università mi aveva dato, e non mi ero trovata molto bene. Cioè mi sono sentita sprovvista anche di competenze, cioè sentivo di… cioè di aver bisogno di acquisire altre competenze. E a quel punto ho fatto un corso di specializzazione in progettazione, in project design. […] Ho fatto questo corso, un corso alla fine tecnico, cioè che mi ha dato… professionalizzante, nel senso che ti metteva in mano delle competenze che poi potevi spendere nel mercato del lavoro. Quindi questo mi ha dato la possibilità, una volta terminato il corso, di iniziare a propormi come consulente, e diciamo che è stato un momento un po’ di svolta.

Diversamente, per i giovani che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, notoriamente segnate da una cronica mancanza di opportunità occupazionali e da livelli allarmanti di sottoccupazione e di disoccupazione intellettuale, l’istruzione si configura anzitutto come uno strumento di emancipazione e di crescita personale, o meglio come un canale privilegiato per comprendere chi si vuole diventare. È questo il caso di Gianpiero, un ragazzo sardo di 32 anni proveniente da una famiglia della piccola borghesia rurale, che ha fondato insieme ad alcuni amici un’agenzia di benessere comunitario volta alla valorizzazione delle realtà virtuose del territorio:

Quando sono arrivato alla maggiore età il mio paese stava… come lo definiscono i miei concittadini, morendo. Nel senso che ha subìto una forte crisi industriale, una forte crisi occupazionale, che ha portato a una emigrazione di gran parte della popolazione. Quindi la mia scelta di andare all’università non è stata legata solo al fatto che io sentivo importante studiare, ma sentivo la necessità di abbandonare quel luogo, così come molti altri miei coetanei hanno fatto. Quindi sono partito per Roma, dove ho scelto di studiare lingue orientali, cioè la cosa che mi portasse più lontano possibile, che mi portasse a scoprire tante cose nuove e che mi portasse poi ad avere un nuovo sguardo sulle cose. […] Noi abbiamo lasciato questo posto [si riferisce a colleghi e amici che hanno studiato fuori regione], ma comunque ogni volta che tornavamo ci accomunava il discorso del… ma forse non è vero che questo posto è morto.

Si conferma, dunque, quanto rilevato da Benoît Coquard (2019) in merito al valore assunto dalle credenziali educative nei contesti geograficamente e socialmente marginali. In una ricerca etnografica dedicata a “quelli che restano” nelle campagne francesi in declino, lo studioso dimostra infatti come negli orizzonti di attesa delle nuove generazioni che vivono in aree particolarmente deprivilegiate la riuscita sociale e l’autostima non siano legate tanto al possesso di titoli di studio di alto profilo, quanto alla buona reputazione, alla condivisione di valori comuni, al coinvolgimento nella comunità locale e alla partecipazione attiva alla vita associata.

Conclusioni

In un recente saggio dedicato al tempo intimo delle biografie, e cioè al tempo che plasma il nostro sistema di significati e a cui ciascuno di noi associa emozioni, sentimenti, sensazioni e stati d’animo, Paolo Jedlowski scrive:

Il tempo intimo, come ogni tempo, non si declina soltanto al passato, ma anche al futuro. Vale anche per i luoghi. Era l’intuizione intorno a cui Walter Benjamin scrisse il suo Infanzia berlinese. Nei luoghi possiamo ritrovare tracce che parlano non del “non più” ma del “non ancora”; tracce di predisposizioni, di attese, di futuri possibili ma rimasti inesperiti. […] Noterei che il futuro sta comunque anche dove non te lo aspetti (Jedlowski 2023: 439-440).

Secondo l’autore, dunque, i luoghi non sono affatto “silenziosi”, poiché dicono molto sia del nostro ieri che del nostro domani, sia della nostra storia che di quello che verrà. A tale riguardo, la ricerca presentata ha mostrato come gli «effets de lieu» (Bourdieu 1993) possano avere una forte influenza sul modo di guardare all’avvenire e sulle strategie messe in atto per dargli forma. Si è visto, infatti, che per i giovani imprenditori che hanno preso parte all’indagine empirica il contesto di vita e la cultura locale interiorizzata hanno un peso significativo sul grado di adesione alla retorica neoliberale e ai suoi precetti, sul legame instaurato con il territorio in cui si è nati e cresciuti e con la comunità che lo abita, sulla natura delle risorse utilizzate per la definizione della propria identità sociale e per la messa a punto della propria attività professionale, nonché sul senso attribuito all’istruzione.

A conclusione dell’analisi è opportuno osservare che studiare la relazione che intercorre tra luoghi di provenienza – intesi come spazi geografici, materiali e simbolici in cui si costruisce il proprio assetto di vita – e visioni del futuro chiama in causa la questione dell’agency, almeno per due ragioni. In primis perché, come giustamente sostiene Wierenga (2009), l’agentività non va considerata come un fenomeno individuale, vale a dire come una qualità innata che le condizioni strutturali possono attivare/arrestare o limitare/alimentare, ma va vista come un processo di continua negoziazione tra l’individuo e l’ambiente circostante, ossia come la capacità di mobilitare risorse personali, famigliari, relazionali e contestuali per migliorare le proprie possibilità di riuscita. In secundis, perché l’agency ha in sé sia una dimensione iterativa, influenzata dalle condotte abituali e dalle esperienze passate, sia una dimensione proiettiva, modellata dagli orizzonti di attesa e dalla postura con cui si sperimenta l’oggi e si pensa al domani (Emirbayer, Mische 1998; Bazzani 2022). In altre parole, anche se il futuro potrebbe nei fatti non presentarsi mai nelle forme in cui viene immaginato, esso ha inevitabilmente degli effetti sul presente, poiché i sogni, i desideri, le speranze, i progetti e le aspirazioni condizionano le pratiche quotidiane, i processi di scelta e i corsi d’azione.

Il richiamo all’agency impone di volgere lo sguardo alle diseguali condizioni in cui gli intervistati si ritrovano ad affrontare la transizione all’età adulta e a costruire la propria traiettoria biografica. Sebbene, in linea generale, nel nostro paese le nuove generazioni debbano fare i conti con non pochi ostacoli e con un sistema di vincoli strutturali, va sottolineato infatti che i giovani del Nord hanno comunque maggiori opportunità e più spazi di manovra rispetto ai giovani che vivono nelle regioni meridionali, dove alla scarsità di risorse istituzionali si aggiunge un sentimento di abbandono nel sentire comune, che mina l’ottimismo e la fiducia nell’avvenire. Il rischio è che in assenza di un serio piano di politiche di perequazione territoriale l’attaccamento alla propria terra emerso dalle narrazioni dei ragazzi e delle ragazze del Mezzogiorno possa trasformarsi in un senso di ostilità nei confronti di quei luoghi che, in qualche modo, li costringeranno a ridimensionare le loro aspettative, il che accrescerebbe i già preoccupanti flussi migratori verso le città settentrionali e verso l’estero.

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1 Un riferimento imprescindibile, in questo senso, è il volume curato da de Leonardis e Deriu (2012), in cui gli autori, riprendendo le riflessioni teoriche di Arjun Appadurai, concettualizzano le aspirazioni come “ponte” tra presente e futuro e ribadiscono la loro rilevanza per l’analisi sociologica.

2 La ricerca è stata condotta nell’ambito del Prin 2017 Mapping Youth Futures: Forms of Anticipation and Youth Agency (https://www.mappingyouthfutures.it/), il cui principale obiettivo è stato quello di identificare e di problematizzare le modalità con cui i giovani contemporanei fronteggiano la destrutturazione temporale e guardano al futuro. Il progetto di ricerca, coordinato da Giuliana Mandich dell’Università di Cagliari, ha coinvolto anche l’Università di Milano Bicocca, l’Università di Napoli Federico II e l’Università della Calabria.

3 Come è noto, molti contributi hanno animato il dibattito relativo all’armamentario concettuale utilizzato dalla sociologia qualitativa per studiare i percorsi biografici. Un’utile rassegna è contenuta in Bessin (2009).

4 In questi anni si discute di differenze di genere nella concezione e nell’utilizzo del tempo, raccogliendo le vestigia di una riflessione avviata dalla sociologia femminista. Si rimanda, in particolare, ai lavori di Leccardi (1996) e di Calabrò (1996). In quest’ultimo l’autrice mostra che, dovendosi destreggiare tra attività domestiche, impegni familiari e impegni lavorativi, le donne godono di una quota decisamente inferiore di tempo libero rispetto agli uomini.

5 Nella fase preliminare della ricerca si era stabilito di limitarsi alla fascia di età 27-34 anni, ma le difficoltà incontrate nel reperimento degli intervistati hanno spinto a includere anche soggetti di diversa età. Nel campione, pertanto, rientrano 5 imprenditori di 25 anni e 3 di età superiore ai 34 anni.

6 La definizione di imprenditoria innovativa utilizzata nel testo non include solo le start-up innovative, disciplinate dal decreto legge 179/2012, ma si riferisce più in generale alle attività imprenditoriali che hanno partecipato a bandi competitivi dedicati alle imprese innovative e/o a progetti di innovazione sociale.

7 Sebbene, come è noto, nell’approccio biografico il setting di intervista non rappresenti affatto un aspetto trascurabile del lavoro sul campo, poiché l’intervistato deve sentirsi a proprio agio, compreso e libero di raccontare – a suo modo – la storia della propria vita, la raccolta del materiale empirico da remoto non sembra aver avuto pesanti effetti sulla ricerca. Prova ne sia il fatto che, in generale, le interviste hanno avuto una durata superiore alle due ore.

8 Istat (2024), http://dati-giovani.istat.it/.

9 Sul rapporto tra il concetto di futuro e quello di utopia si veda Mandich (2022).

10 Per una discussione più approfondita sul ruolo giocato dal genere e dalla posizione sociale sulle visioni del futuro degli intervistati si rimanda a Spanò et al. (2023b).

11 Per assicurare l’anonimato dei giovani che hanno preso parte alla ricerca nel testo vengono omesse tutte le informazioni sensibili e vengono utilizzati dei nomi di fantasia.

12 Il riferimento è a quell’insieme di regimi normativi di accelerazione (tecnologica, sociale e dei ritmi di vita) che portano l’individuo contemporaneo a interiorizzare il mantra della scarsità del tempo e l’idea per cui nel nuovo assetto societario la velocità e la logica della prestazione sono indispensabili per evitare la marginalizzazione sociale.