Open Essays and Researches
Viaggiare in compagnia: approdi, insediamenti e ripartenze della LIFE COURSE RESEARCH tra Stati Uniti e Europa
Università di Torino Italia
Email: manuela.olagnero@unito.it
Abstract. The aim of these pages is to give an account of how Life Course Research (henceforth LCR), which originated in the 1970s in the United States, took root in Europe in the 1980s-1990s. It does so thanks to a program combining innovation and fidelity to the classics, interdisciplinary openness, grafting onto already sensitive terrain in the target countries, and methodological proposals that many different actors, included policy makers, use across a broad spectrum of themes and problems. In the following years the LCR gained visibility by accrediting itself as a paradigm of reference for the analysis of the relationship between life courses and welfare systems in Europe. Always self-critical about the milestones missed by the research, life course scholars recently discuss its theoretical framework opening also to other sociological paradigms, e.g. that of social networks. The scientific reputation of LCR is also fuelled among different audiences by an endless work of enlarging “umbrella” of longitudinal analysis.
Keywords: life course, narrative, life story, longitudinal research, panel.
Index
La LCR dagli esordi alla fondazione del paradigma
Le comuni radici della LCR con le narrazioni del mutamento in Europa
Ispirazioni condivise: osservare il mutamento culturale tra generazioni
Specificità europee: differenze e somiglianze di fronte a globalizzazione e crisi del welfare
Sviluppi teorici nel contesto europeo
Lo sviluppo della ricerca è notoriamente il prodotto incrociato di due diverse logiche: quella della dialettica interna alla comunità scientifica e agli “invisibili collegi”, quella del dialogo sul fronte esterno presso i pubblici professionali e della società civile.
Non sempre queste due logiche sono sinergiche e sincroniche, come avvertiva già molto tempo fa Robert King Merton in Teoria e struttura sociale (1949). Ci sono tuttavia casi in cui le due logiche convergono senza tensioni e trovano buone ragioni per continuare a procedere affiancate nel tempo. Sembra essere questo il caso, come vedremo, della LCR. Nella staffetta tra Stati Uniti ed Europa la LCR è rimasta fedele a diverse regole: il dialogo interdisciplinare, che mette al sicuro dall’autoreferenzialità, il presidio della metodologia longitudinale, che impegna i ricercatori non solo sul fronte tecnico, ma anche su quello analitico e, negli ultimi tempi, la scelta di un più coraggioso andirivieni tra teoria e ricerca.
Ci si chiede dunque che tipo di “migrazione” sia quella avvenuta tra gli anni ’80 e ’90 verso l’Europa. Di sicuro la LCR è approdata su un terreno già fertile e capace di imprimerle una specifica impronta, ma questo è avvenuto senza mai dimenticare le suggestioni dei pionieri.
Sulla base di questi assunti si ricostruiscono, utilizzando l’asse cronologico, le fasi dell’approdo della LCR in Europa, si mappano i terreni più favorevoli al suo radicamento, si prova a rintracciare una via europea allo sviluppo e alla diffusione della LCR.
La LCR dagli esordi alla fondazione del paradigma
Il corso di vita nasce negli Stati Uniti come una pratica di ricerca dalla quale figlia una nuova prospettiva con cui studiare il mutamento sociale. Al centro c’è l’idea che lo scorrere del tempo contenga diverse dimensioni (biografiche, cronologiche, storiche) tutte cruciali per cogliere la dinamica della società tra stabilità e mutamento.
Nella versione originale del fondatore, Glen Elder, il corso di vita è definito come “l’insieme dei modelli di vita graduati per età, incastonati in relazioni familiari e sociali che vincolano e supportano il comportamento individuale” (trad. da Elder 1974: 319). L’età, è quindi assunta come un potente descrittore della corrispondenza tra ritmi di cambiamento individuale e sociale.
Più di venti anni dopo si sottolinea, al passo con la piega presa dal dibattito sociologico, l’input di iniziativa e di scelta che ogni individuo dà al proprio corso di vita. Questo viene quindi definito come “una sequenza di eventi e ruoli socialmente definiti che l’individuo gestisce (enact) nel tempo” (trad. da Giele, Elder 1998b: 22). Accezioni ancora più recenti mettono al centro la complessità intrinseca al corso di vita che consiste in traiettorie interdipendenti, punteggiate da sequenze di eventi e transizioni socialmente definite (trad. da Bernardi, Huinink, Settersten, 2019: 7). I termini traiettorie (o “carriere”) e transizioni rappresentano la chiave di volta per cogliere continuità e discontinuità del mutamento sociale, alleggerito da qualsiasi significato evolutivo.
Un primo biglietto da visita dei ricercatori della LCR è quello di mettersi in scia ai grandi classici della sociologia, mostrandone attualità e lungimiranza (Nilsen 2023).
I fondatori della LCR non fanno mistero su quanto del loro percorso dipenda dall’aver direttamente frequentato o essersi ispirati ai grandi della sociologia americana come Parsons, Merton, Sorokin, Thomas, Mead, Homans, e di aver letto le opere degli europei Erikson e Adorno1 (Giele, Elder 1998a; Riley 1998; O’Rand 1998).
Entro questa prospettiva da un lato si rielabora in chiave dinamica la lezione già durkheimiana e poi funzionalista delle interdipendenze di un sistema sociale, dall’altro si supera la precedente censura del funzionalismo classico verso la rilevanza della dimensione intenzionale del comportamento individuale. A partire da entrambe queste fonti la LCR assume la necessità di un andirivieni tra livello micro e livello macro dell’analisi sociale e tra struttura e azione.
Una seconda caratteristica è la prospettiva longitudinale, ovvero l’osservazione ripetuta nel tempo di comportamenti e stati i cui cambiamenti sono confrontati da periodo a periodo di osservazione.
Infine, il rapporto privilegiato con discipline che per statuto coltivano tanto l’approccio micro, come la psicologia dello sviluppo, quanto quello macro, come la demografia e la storia. Il collante iniziale è costituito dall’interesse per i processi di socializzazione e sviluppo di bambini e giovani che crescono in contesti e periodi di crisi. Nelle prime decadi del ‘900 ci si interroga sugli effetti a lungo termine di traumi e privazioni prodotti dalla crisi economica del ‘29 e poi dal conflitto bellico negli anni ‘40.
La crisi da fine anni ‘20 agli anni ’40 in Usa è infatti l’incubatore della LCR ai suoi esordi.
A Berkeley, in California, il centro di ricerca su Human Development lancia due grandi studi pioneristici: il Growth /Guidance study nel 19282 e l’ Oakland Growth study del 1931)3. Essi consentono, attraverso interviste periodiche (panel), di intercettare i cambiamenti occorsi nei comportamenti, nelle relazioni sociali e familiari, nelle credenze, di persone seguite dall’infanzia agli anni adulti. Poiché la ricerca coinvolge anche i genitori dei bambini che sono il target iniziale dell’indagine, la fotografia copre la vita familiare di quattro generazioni (nate dalla fine dell’800 alla prima metà del ‘900). All’inizio degli anni ’60 il giovane sociologo Glenn Elder viene invitato dallo psicologo John Clausen, direttore del centro, ad unirsi all’équipe di ricerca per registrare l’impatto di lunga durata della crisi sulla vita degli americani. L’analisi che ne seguì fu la base del suo testo seminale The Children of the Great Depression (Elder 1974) da cui risultò tra l’altro che la nuova struttura assunta dalle famiglie impoverite dalla crisi (padri disoccupati, madri e figli mobilitati per compensare la mancanza di lavoro del capofamiglia), fu determinante nell’orientare durevolmente un atteggiamento di difesa e conservazione dell’istituzione familiare. Emerse anche che era bastata una modesta differenza di età dei bambini coinvolti nel trauma collettivo del 1929, perché gli stessi eventi avessero impatti diversi su di loro. L’effetto si rivelò meno pesante per i nati all’inizio del decennio che per i più giovani, venuti al mondo a ridosso della crisi, privi quindi della riserva di energie e motivazioni necessarie ad attraversare momenti difficili.
All’epoca si scommette ancora sulla capacità della ricerca di mettersi in presa diretta con i problemi sociali, offrendo ai singoli individui la postura razionale necessaria a risolverli (Bronfenbrenner et alii 1996).
Sui risultati di The Children of the Great Depression Elder costruisce, tra la metà degli anni ’80 e gli anni ‘90, il paradigma del corso di vita (Elder 1985; Giele, Elder 1998a). Un paradigma multilivello e multi temporale, aperto ad altre discipline, che guarda con simpatia alle teorie di medio raggio di Merton (O’Rand 1998).
Il framework è costituito da quattro fondamentali categorie analitiche (Giele, Elder 1998b: 6-11). Agency definisce la capacità di prendere l’iniziativa in date situazioni e tenere sotto controllo lo sviluppo degli eventi, contrastando l’inerzia degli effetti del passato sul presente. Con timing ci si riferisce all’incrocio di diverse temporalità (di età, di coorte, di periodo, ecc.) che fanno da confine alle nostre azioni; il principio delle linked lives richiama il fatto che le nostre vite sono interdipendenti con quelle di altri da cui ricevono vincoli e risorse, sostegno e contrasto all’azione; location in time and place sottolinea la specificità del vivere in particolari periodi e contesti.
Timing è la categoria con cui si evidenzia chiaramente lo scambio tra sociologia e demografia e per certi aspetti tra Europa e America. L’età, che scandisce l’assunzione e la dismissione di ruoli sociali e familiari lungo il corso di vita, è anche il tramite con cui accedere a storie di comunità. I sociologi della LCR citano gli studi sviluppati dopo la seconda guerra mondiale dagli storici e demografi inglesi e francesi sugli archivi parrocchiali quali fonti per ricostruire le storie di comunità attraverso le date di nascite, morti, matrimoni, movimenti sui territori, confermando con ciò il ruolo cruciale delle famiglie come laboratori di studio del rapporto tra individui e società (Giele, Elder, 1998b: 13).
Matilda Riley (1996), esponente di punta della sociologia dell’età, attinge alla lezione di Ryder4 per distinguere tra età come fase della vita in cui si è collocati e da cui discendono diritti, doveri e ruoli socialmente riconosciuti, e età come appartenenza di coorte, cioè come posizione nel tempo storico condivisa con altri e da cui derivano l’incontro con specifiche circostanze storiche e connesse esperienze e possibilità di vita. Dall’incrocio tra l’invecchiamento legato al progredire dell’età e l’avvicendarsi delle coorti discende il complesso meccanismo del mutamento sociale. Con il concetto di coorte si introduce infatti un livello intermedio (o “meso”) di cruciale importanza nell’analitica che solitamente contrappone i livelli micro e macro nell’analisi temporale. La coorte di nascita dà forma e tratti distintivi a insiemi circoscritti di popolazione (di coetanei o quasi coetanei) i cui vissuti e le cui aspettative sono influenzate da questa comune appartenenza.
Attraverso la successione tra coorti nuovi membri fanno ingresso nella società con inediti modelli di vita. Gli ultimi arrivati sono a loro volta destinati a essere rimpiazzati da chi verrà dopo e introdurrà ulteriori cambiamenti. La lezione di Mannheim, nota negli Stati Uniti dagli anni ’50 (Mannheim 1952), circa la differenza tra coorte (appartenenza a un periodo per nascita o esposizione a eventi cruciali) e generazione (esistenza di un comune sentire rispetto a eventi trascorsi) costituirà la chiave di volta per studiare anche gli aspetti soggettivi e relazionali del crescere e dell’invecchiare.
Il richiamo all’iniziativa individuale (human agency) dialoga con l’idea, cara alla psicologia dello sviluppo, che nessun vantaggio o svantaggio iniziale si accumula nel tempo e che nessun evento previsto o imprevisto esercita conseguenze rilevanti, senza una qualche forma di attivazione e partecipazione del soggetto (Ferraro, Shippie 2009). Si riconosce ad esempio la capacità dei soggetti, quando ci siano adeguate condizioni di contesto, di interrompere il flusso di perdita di risorse proprie dell’invecchiamento (Cohler, Cole 1996) 5, o di sfilarsi da traiettorie “predestinate” come quello delle carriere criminali, come dimostrano Sampson e Laub (1993)6, con una analisi secondaria condotta a distanza di tempo, su dati archiviati da altri ricercatori.
L’apertura della LCR verso la psicologia antifreudiana rinforza l’ipotesi “discontinuista” di sviluppo7 per cui l’età adulta non è più sinonimo di stabilità raggiunta dopo le turbolenze della giovinezza, come nella psicologia evolutiva tradizionale, ma fase critica di ricerca di equilibrio. Lo sviluppo è pertanto la risposta adeguata alle sfide provenienti dalle diverse fasi della vita (Hendry, Kloep 2003). La narrazione retrospettiva del soggetto è lo strumento per acquisire consapevolezza di sé nel passato e nel presente.
Sociologi e psicologi sperimentano metodi come la Life Review8 giunti a maturazione metodologica con Clausen (1984)9 a partire dalla loro applicazione alle storie di devianza e salute mentale, poi estesi a corsi di vita “normali”. Il concetto di turning point assume il significato non assoluto, ma relativo, di evento riconosciuto solo ex post dal narratore come punto di svolta del suo corso di vita.
In questo scenario trova posto il concetto di “definizione della situazione” che riguarda la valutazione che i soggetti fanno rispetto a ciò che loro accade o è accaduto10.
Infine, la categoria di linked lives è la porta di comunicazione con discipline come l’antropologia e con paradigmi sociologici come quello delle reti sociali (Hollstein et alii, 2024; su questo cfr. anche l’ultimo paragrafo).
Il costrutto Location in time and place, infine, tiene aperto il dialogo con la storia e con la sua vocazione a ricerche situate nello spazio e collocate nel tempo rispetto a specifici eventi11.
I percorsi di insediamento in Europa troveranno vari punti di accesso.
Uno è quella della riscoperta di alcune comuni radici teoriche e intellettuali.
Le comuni radici della LCR con le narrazioni del mutamento in Europa
In Europa esiste da tempo una tradizione narrativa (per tutti Riessman 199312), entro la quale la biografia (o storia di vita) si configura, nelle sue tappe individuali e nei suoi rimandi al contesto, come l’accesso, via “micro” al mutamento sociale13.
Pur nelle sue diverse articolazioni la tradizione narrativa europea e la sua “rinascita negli anni ’70, in concomitanza alla crisi della survey americana, incrocia scuole di pensiero e metodi che hanno fatto la storia della sociologia “critica” negli Stati Uniti, come la scuola di Chicago, l’interazionismo simbolico, la Grounded Theory (Olagnero, Saraceno 1993; Olagnero 2004; Nilsen 2023).
La scuola di Chicago è fonte di ispirazione soprattutto per la sua vocazione a indagini multi-metodo e prolungate nel tempo.
Ricordiamo che nel cuore dell’Europa, a Marienthal, cittadina austriaca, si era realizzata, con metodi quantitativi e qualitativi, una ricerca esemplare dal punto di vista sia metodologico che della denuncia sociale, sulla vita di una comunità che aveva perso il lavoro in seguito alla crisi industriale tra le due guerre (Jahoda, Lazarsfeld, Zeisel 1971)14.
La crisi industriale degli anni ‘80 comune a tutta Europa avrebbe poi alimentato ricerche sullo shock della perdita del lavoro, e sulle “carriere” successive rilevando, contro il modello stadiale (basato sulla sequenza di stati d’animo attesi: shock-ottimismo-pessimismo-adattamento) l’andamento discontinuo e imprevedibile dei vissuti individuali e familiari della disoccupazione (per tutti Sinfield 1981)15.
In Inghilterra e in Italia lo studio delle biografie individuali si appoggia per tradizione alla storia orale che documenta con intenti ora filantropici, ora di denuncia sociale, la vita di famiglia della ordinary people, e non più solo quella dei grandi eroi nazionali (Thompson 1978).
In Italia la storia di vita costituisce, almeno ai suoi inizi, la forma con cui si esprime un impegno culturale o una militanza politica a favore delle frange più deboli e deprivate della società. La sociologia italiana, impegnata a costruire i suoi fondamenti teorici su quella funzionalista americana, lascia campo libero ai non sociologi (Olagnero, Saraceno 1993). Nell’Italia del boom le storie di vita operaia delle periferie del triangolo industriale vengono ospitate nei libri di scrittori “impegnati”, come Volponi e Fofi e messe in scena nei film di registi come Maselli o Montaldi. Sarà inizialmente il sociologo Ferrarotti a imporre alle istituzioni universitarie e alle riviste specializzate italiane, l’analisi biografica come modo di lavorare privilegiato di chi studia, come fa il sociologo, la società “dal basso” (Ferrarotti 1981). Questa prospettiva si connette a una lunga interazione di Ferrarotti con studiosi statunitensi che si ispirano alla scuola di Chicago.
In Francia una consolidata tradizione accademica di stampo marxista respinge in linea di principio approcci e metodi basati su informazioni raccolte su scala individuale (come le survey periodiche americane) criticate in quanto incapaci di rendere conto di contesti e relazioni sociali.
La storia di vita riesce nondimeno ad aprirsi un varco configurandosi come un racconto di pratiche sociali storicamente determinate dalla appartenenza di classe. Queste pratiche descrivono gli effetti dei cambiamenti prodotti dal capitalismo maturo (disoccupazione, emarginazione, povertà), sul corso di vita di famiglie di contadini, operai, artigiani, pilastro della società tradizionale precedente e alle prese con la scomparsa del loro mondo. Daniel Bertaux (1981) è l’esponente di spicco di questa prospettiva etno-antropologica del metodo biografico, che è sensibile, anche su ispirazione dell’americano C. W. Mills, ai cambiamenti dei contesti e al loro dare nuova forma alle storie individuali
In particolare si ricostruiscono, per via genealogica (Bertaux 1995), i passaggi complicati attraverso cui si accumula, si trasmette o si disperde, all’interno delle fratrie, un’eredità materiale o culturale tra le generazioni di artigiani, contadini, operai. Si apre un fronte nuovo per la ricerca sulle diseguaglianze sociali che passa ora anche attraverso l’alleanza con la storia orale di ispirazione britannica (Bertaux, Thompson 1993).
La denuncia del carattere cumulativo ed ereditario delle diseguaglianze è la cifra costante dell’approccio riservato dagli studiosi francesi ai temi dell’età e del corso di vita, come risulta dalle ricerche degli anni ’90 sulle transizioni dei giovani all’età adulta e al lavoro, e dalle indagini sulle carriere scolastiche (Galland 1991; Dubet, Martuccelli 1996; Attias Donfut, Segalen 2020). Sempre ai giovani bloccati nel limbo della transizione all’età adulta, è indirizzata l’opera di Démaziere e Dubar (1997), esponenti di un approccio narrativo critico condotto attraverso un’analisi formalizzata del discorso che, ignorando la scuola ermeneutica tedesca, si connette direttamente agli americani Glaser e Strauss, esponenti di punta della Grounded Theory.
In Germania l’eredità weberiana ha costituito, rielaborata da Schütze in prospettiva ermeneutica, un filone di ricerca biografica basata sull’analisi delle strutture del discorso.
L’idea generale è che il tempo non solo modifica ruoli sociali, ma costruisce identità riflessive capaci di rielaborare e dare senso, attraverso il racconto, all’esperienza pregressa e ai suoi eventi-svolta (Fischer Rosenthal 1995). La cosiddetta ermeneutica oggettiva che discende da questo approccio propone specifiche procedure di elaborazione dei testi dei racconti atti confrontare, step by step, sequenze degli eventi nel racconto e nella cronologia storica dei fatti. Ad esempio, con riferimento agli anni del nazismo, l’intento è rilevare nell’andamento dei racconti dei più anziani, che l’hanno vissuta, elementi discorsivi da cui si possono cogliere rimozioni e censure riguardo a quell’esperienza (Rosenthal 1993).
La teoria dell’azione biografica (Alheit 1995) che nasce in quegli anni, anche su ispirazione delle teorie dell’apprendimento del pragmatismo americano, mette a fuoco un’altra declinazione del corso di vita basata su un soggetto narrante. Per questa teoria, in linea con le nuove prospettive della ricerca educativa, la autobiografia è una forma sociale di autocostruzione e auto-progettazione del sé: unica bussola per orientarsi di fronte al collasso dei tradizionali modelli di riferimento culturale e sociale come la Chiesa, la classe sociale, il partito.
Siamo distanti dal classico ottimismo americano del crederci per riuscire. Piuttosto si tratta di capire a posteriori il senso di quanto si è fatto nel contesto e nel periodo in cui lo si è fatto.
La ricerca sul corso di vita trova dunque in Europa un terreno di possibile attecchimento nel metodo biografico, ispirato in parte alla sociologia americana non main stream e comunque distante dal metodo survey. Questo fronte tuttavia è diviso tra l’approccio etnoantropologico à la Bertaux e l’approccio ermeneutico della “scuola” tedesca (Kohli, Bertaux 1984).
Ispirazioni condivise: osservare il mutamento culturale tra generazioni
Un secondo terreno favorevole all’innesto della LCR in Europa e compatibile con il metodo survey, è quello dello studio dei cambiamenti culturali apportati dalle generazioni16 che si avvicendano nella storia dei paesi fin dai primi decenni del ‘900.
E una letteratura piuttosto fiorente (da Mannheim a Schlesky, a Henk Becker, a Heberle) in contatto con gli Usa, attenta alle diversità nei valori fondamentali (core values) e negli orientamenti politici e culturali che caratterizzano le diverse generazioni.
In Europa l’adozione del metodo panel, basato sulla raccolta campionaria, effettuata a cadenza periodica, di dati individuali relativi a comportamenti, orientamenti culturali. opinioni17, avviene, a differenza che negli USA, nella consapevolezza dell’importanza della storia dei contesti nazionali per costruire esperienze significative e conseguenti orientamenti culturali. In Germania si studia (come fa Heberle) la portata di eventi storici come la catastrofe tedesca del 1918 per mostrare come il risentimento faccia presa nei giovani di quel periodo per dar forma a nuovi modelli identitari come quello del nazismo. Il fatto è che l’atto del riconoscere il ruolo guida di una data generazione nella storia politica e culturale di un paese può solo essere effettuato da chi viene dopo, come accade anche per i fatti del 1968 (per approfondimenti cfr. Abrams 1982: 277-325).
A questa iniziale sensibilità per le differenze (spesso considerate irriducibili) tra generazioni si affianca in seguito l’attenzione per le interdipendenze tra esse, ovvero per gli effetti esercitati dai legami di discendenza sulla vita di singoli individui.
L’attenzione si focalizza dunque sui livelli “meso” di strutturazione dei corsi di vita come le famiglie.
Incrociata con i rapporti di ascendenza e discendenza familiare la polarità tradizionale solidarietà/antagonismo tra generazioni tende a cadere (Bengston, Achenbaum 1993).
I sociologi della/e famiglia/e mostrano che oggi occorre studiare a fondo i rapporti di autonomia/dipendenza tra più generazioni. In epoca di precarietà lavorativa gli adulti possono trovarsi a dipendere dagli anziani e questi ultimi, specie quelli già favoriti da una previdenza generosa, a trasferire denaro e supporto a figli e nipoti anziché riceverne. Riconoscere debiti e crediti tra genitori e figli funziona tendenzialmente come dispositivo di mediazione dei conflitti tra generazioni (Kohli 2012). Sono tutt’altro che pacifici e scontati anche i rapporti educativi con figli piccoli e adolescenti dei nuovi genitori. Al problema si è dedicata dagli anni 2000 parecchia attenzione anche in Italia (sulla scorta della nuova sociologia dell’infanzia di derivazione britannica) a partire del suo fuoco sulla dialettica tra autonomia e responsabilità dei bambini (per tutti Maggioni et alii 2013).
La diversità di vissuti e valori tra coorti/generazioni interpella anche gli analisti dei processi culturali. In Italia Simonetta Piccone Stella mette in campo, oltre il contesto storico, anche quello delle biografie familiari. Dall’esperienza definita di disaccudimento vissuta dai figli di genitori impegnati a cercare la propria identità dopo il trauma della guerra sarebbe maturato l’atteggiamento “ribelle” e trasgressivo che fa della generazione degli anni ’50, una anticipatrice della rivolta contro il sistema educativo autoritario che scoppia un decennio dopo (Piccone Stella 1993).
L’attenzione per i rapporti tra i corsi di vita individuali e il posizionamento sociale delle famiglie, il peso delle policy pubbliche nei corsi di vita, le vicende storiche traumatiche come quelle della seconda guerra mondiale e nel caso della Germania, la caduta del Muro, infine il bisogno di sperimentare metodi quantitativi nell’analisi del mutamento sociale e culturale delle generazioni: tutto questo favorisce la diffusione dei panel in Europa. Il panel tedesco multi metodo, multi coorte e retrospettivo GLHS avviato nel 1979 e comprendente coorti nate tra il 1919 e il 1971 (Brückner, Mayer, 1998, 153) è esemplare in questo senso18.
Di questo panel parlano i suoi promotori Brückner e Mayer proprio nel testo edito dagli studiosi americani Janet Giele e Glen Elder, Methods of Life Course Research. Ospitalità non casuale in un contesto di scambi tra ricercatori americani ed europei (tedeschi) volto a potenziare, con le rispettive esperienze, metodi di ricerca e ambiti di indagine quantitativa e qualitativa.
I centri di ricerca di Brema e Berlino sono i depositari privilegiati di questo processo trans-nazionale.
La ispirazione transnazionale è evidente nei testi sia teorici che di ricerca usciti dagli anni ’90 su iniziativa di studiosi delle università di Berlino e Brema. Nei volumi pubblicati nell’arco di circa venti anni (Heinz 1991a, b; Moen, Elder, Lüscher, 1995; Mortimer, Shanahan 2003; Heinz, Huinink, Weymann 2009), si rilegge la LCR immettendovi i contesti istituzionali, lo sguardo comparativo, l’attenzione ai rischi sociali delle transizioni biografiche in Europa. I passaggi di età e di ruoli, sempre più difficili da preparare e complessi da sostenere, diventano osservatori cruciali potendosi costituire come veri e propri salti nel buio (Heinz 1996).
Le specificità europee si impongono, ma vige comunque, nelle presentazioni dei prodotti scientifici, il principio dell’omaggio ai fondatori statunitensi, fatto di memorie condivise e di comunanza di intenti. Questa intenzione è ancora presente nel volume Living on the Edge (Settersten, Elder, Pearce 2021), pensato come trait d’union tra gli studi dei più giovani studiosi e quelli dei pionieri americani degli anni ’60 e ’70.
La continuità tra allievi e maestri fa capo alla intensa attività formativa condotta dai più anziani (già “eretici” e aperti all’Europa rispetto alla loro tradizione disciplinare) verso i più giovani. Urie Bronfenbrenner, psicologo, fondatore di una “Ecologia dello sviluppo umano” (1979), dall’Università di Cornell, ha formato una nuova generazione di studiosi orientati alla LCR, promuovendo ricerche comparative sugli effetti individuali e di contesto delle politiche sociali e familiari. Egli stesso ha sostenuto che “gli Usa hanno molto da imparare da altre nazioni” (Moen, Elder, Lüscher 1995, xv). Phillis Moen, allieva di Bronfenbrenner, studia la fatica della doppia presenza femminile (1992) in contesti culturali ancora ostili all’intromissione pubblica nelle questioni private. Anni dopo criticherà la “mistica della carriera” (Moen, Roehling 2005), secondo la quale la maggior parte degli americani uomini e donne ancora abbracciano l’idea, diventata “mito”, che committment individuale all’istruzione, al lavoro e patti familiari paghino in termini di sicurezza e benessere, quando, diversamente, altre sono le regole che, con la fine del sogno americano, governano la loro vita.
L’istituzione pubblica è invece da molto tempo un interlocutore cruciale delle famiglie in Europa, anzi un potente regolatore della loro vita. L’intersezione tra norme vigenti, assetti culturali preesistenti e tutela pubblica dei diritti di autonomia e libertà dei componenti della famiglia, è alla radice dell’opera di Chiara Saraceno sociologa della famiglia, che ha introdotto e diffuso la LCR in Italia (1986). Saraceno dimostra la necessità di ricostruire la varietà e la complessità dei processi di formazione e funzionamento delle famiglie, dei rapporti tra generi e generazioni19, dei legami di parentela. L’analitica del corso di vita consente di indagare la varietà dei modi di fare famiglia” e di intercettare, contro la ripetitività prevista dai modelli tradizionali come quello del ciclo di vita, le interdipendenze che sostengono, e anche complicano, le mosse dei componenti (Saraceno 1988). Di qui, anche, la necessità di interventi non settoriali (per età), ma di politiche longitudinali (di accompagnamento alle transizioni del corso di vita).
Negli anni ’90 si parla di “institutionally based national path dependent life courses” (Mayer 2001: 107; cfr. anche Heinz, Marshall 2003), a dimostrare la necessità quantomeno conoscitiva di dar il dovuto spazio ai regimi di welfare e ai loro possibili effetti regolativi e distributivi sulla popolazione.
Su queste basi si è consolidato un filone di ricerca standard, definito political economy, consistente in indagini comparate sul legame tra i regimi di welfare, le connesse politiche sociali ed economiche e i corsi di vita (Mayer 1997). La possibilità, garantita dai panel, di un’osservazione anche prospettica, oltre che retrospettiva, dei corsi di vita (che cioè si pone alla partenza di un processo e lo segue nel tempo anziché ricostruirlo solo procedendo a ritroso: Scott, Alwin 1998), consente di stabilire un tempo-zero dell’osservazione a partire dal quale seguire longitudinalmente il variare dei percorsi e degli esiti.
Si studia così come variano nello spazio e nel tempo (attraverso confronti tra paesi e tra coorti) corsi di vita di grandi insiemi di popolazioni intercettati nel momento di specifiche transizioni20. Le transizioni indagate sono quelle cosiddette normative (cioè regolate e attese, come quelle tra fine studi/inizio primo lavoro; formazione della coppia/nascita dei figli; trasformazione del nucleo familiare a seguito di separazioni e vedovanze, ecc.). L’attenzione cade sull’età media o mediana alla quale avviene il passaggio ovvero sul numero di anni impiegato perché il passaggio possa dirsi compiuto.
The three worlds of welfare capitalism individuati da Gøsta Esping Andersen nel 1990 per sottolineare il diverso ruolo di stato, mercato e famiglia nella trasformazione delle economie e delle società postindustriali, guidano per anni l’analisi comparata, ospitando ricorrenti dimostrazioni delle differenze nei corsi di vita, come nei regimi di welfare, tra blocco nordico, liberale, continentale (cui poi si è aggiunto quello mediterraneo). Agli inizi di questo secolo ci si chiede se i fenomeni di globalizzazione modellino i corsi di vita europei (ipotesi della convergenza); se i diversi regimi di welfare mantengano ancora le differenze tra blocchi di paesi (ipotesi della divergenza), addirittura se, infine, i singoli paesi costituiscano casi a sé (Blossfeld, Buchholz, Hofäcker 2006). E un interrogativo che interpella il metodo di analisi storico comparativo e che lascia aperte molte questioni. Si apre infatti un fronte di indagine che intercetta le differenze non solo tra ma anche all’interno dei cosiddetti country clusters: si avviano confronti tra singoli paesi, scegliendo casi emblematici (due, talora tre, paesi molto diversi) per mostrare come politiche di welfare analoghe sulla carta possono “funzionare” diversamente in contesti economici e sociali diversi (Mayer 2001). L’entrata dei paesi post comunisti in Europa, all’inizio degli anni 2000, smuove poi precedenti certezze circa l’omogeneità dei paesi occidentali e la divergenza dei corsi di vita dell’Ovest rispetto all’Est. Si apre qui il problema se il welfare modifichi il flusso della solidarietà tra generazioni familiari (crowding out) oppure se questa continui a scorrere dall’alto verso il basso, (crowding in) a integrazione/sostituzione del supporto pubblico e coinvolgendo soprattutto le donne (cfr. per tutti Alber, Fahey, Saraceno 2008).
Emergono nuovi gruppi di paesi che rimodellano l’Europa centrale e mediterranea mostrando da un lato le somiglianze tra alcuni paesi dell’Est a quelli mediterranei (la centralità della famiglia come produttore di welfare) e dall’altro la crescente divergenza interna al blocco continentale e nordico sulla delega al welfare pubblico.
La comparazione, anche fuori dall’ottica della political economy, rimarrà una palestra costante di analisi della LCR europea, di fronte alle nuove incognite della globalizzazione e della crisi del welfare.
Specificità europee: differenze e somiglianze di fronte a globalizzazione e crisi del welfare
Nella prima decade del 2000 cresce l’allarme per il declino del modello sociale europeo e si riconosce che i regimi di welfare non garantiscono più sicurezza, coesione sociale e sviluppo (Regini 2009).
Di fronte alla regolazione tramite il solo mercato la popolazione di tutte le età, nell’impossibilità di prevedere i rischi sulla sola base degli eventi pregressi, ricorre a una logica di back-up, cioè alla mossa di riserva che assicura la possibilità di mobilitare, al bisogno, le risorse familiari. Queste risultano peraltro già impoverite da un mercato del lavoro divenuto selettivo e di un welfare sempre meno generoso, divergente da paese a paese nelle risposte a bisogni e diritti (Krüger 2003).
Risulta sempre più chiara la difficoltà di spiegare le differenze tra paesi sulla sola base di dati survey (panel) e sempre più urgente l’esigenza di disporre di dati macro relativi agli assetti di policy e alle prassi di intervento sociale dei vari paesi. Questo assunto apre a investigazioni “ravvicinate” degli effetti delle politiche, che studiano le sequenze tra interventi istituzionali e passaggi del corso di vita (Mayer 2001). Si sfrutta infatti la possibilità di usare fonti secondarie come gli archivi istituzionali degli interventi assistenziali, sanitari ed educativi destinati a singoli individui per ricostruire l’incrocio (talora mis-matching) temporale tra i vari step delle carriere degli utenti e i tempi di intervento delle politiche sociali nell’ipotesi di una responsabilità diretta di queste ultime nell’alimentare la vulnerabilità dei primi. (Saraceno 2002, 2008; Negri, Saraceno 2000).
In quegli anni la crisi offre l’occasione per mostrare contraddizioni e paradossi del sistema.
Per Heinz (1991b) la crisi è considerata effetto della crescente disconnessione organizzativa e normativa tra i diversi elementi del sistema che strutturano, attraverso famiglia e lavoro, i corsi di vita. L’indebolirsi delle norme che regolano le varie transizioni, oltre a creare più margini di libertà nelle scelte, espone gli individui a incertezze ed errori rendendoli meno autonomi e stabili nelle loro traiettorie. L’aumento di separazioni e divorzi, insieme a disoccupazione e precarietà del lavoro giovanile e femminile, generano crescente eterogeneità e instabilità non solo nelle traiettorie di famiglia e lavoro, ma nei corsi di vita nel complesso (Anxo, Bosh, Rubery 2010).
Secondo Kohli (1986, 2007) l’epoca moderna da un lato espande e differenzia le potenzialità di iniziativa degli individui (individualizzazione), alleggerendo il peso dei legami ascritti, dall’altro, nel combinarsi del miglioramento delle speranze di vita e dell’accesso a risorse strutturate (istruzione, pensione, sostegno contro i rischi), produce maggior omologazione dei calendari e dei ritmi di vita (istituzionalizzazione). La risposta ai bisogni di individui e famiglie, dunque la strutturazione delle loro vite avviene infatti non solo attraverso norme legali (implementate attraverso regole di accesso ai vari servizi o organizzazioni), ma anche attraverso norme informali, incentivi, o premi, non meno condizionanti di obblighi e divieti (Mayer, Müller 1986).
L’agency individuale viene così intrappolata nella morsa tra abbandono e costrizione alla conformità.
L’agency è argomento cruciale nel mai risolto rapporto tra sociologi e psicologi. La più recente critica di Kohli (2019), riguarda il predominio di una prospettiva iper-razionale nell’analisi dell’agency (tipica, a suo modo di vedere, di studiosi come Bandura). Essa prevede che le persone siano attori driving their own. Bisogna al contrario essere consapevoli che l’agency può configurarsi come routine obbligata e seguire dei copioni socialmente definiti. Il controllo sulla propria vita è dunque solo apparente. Ricompare qui insieme alla critica alla ideologia neoliberale, su cui sui fonda l’esaltazione dell’agency, la necessità teorica di mettere a tema l’indispensabile effetto-contesto su cui i sociologi hanno spesso rimarcato la loro primazia21.
A fianco di questa narrazione di scenari, se ne diffonde un’altra, orientata alla smentita attraverso indagini longitudinali delle credenze sulla progressività dello sviluppo economico e dell’uguaglianza sociale dal dopoguerra a oggi. Si va dal trattamento di dati già esistenti (i cosiddetti Process Produced Data, frutto secondario e obbligato di attività istituzionali, custoditi in archivi come le anagrafi, i registri delle attività e degli utenti di scuole, ospedali, servizi, ecc. ), alla costruzione di fresh data tramite panel22.
Ne rendono conto i panel europei su reddito, povertà e condizioni di vita nella comunità europea, come ECHP (1994-2001) e EUSILC (dal 2004 ancora in vigore).
In Italia Antonio Schizzerotto (2002) realizza dal 1997 al 2005 un panel sulle famiglie italiane (ILFI), che coprirà svariati temi relativi ai loro percorsi di vita. I confronti tra diverse coorti di nascita degli intervistati metteranno in discussione, tra le altre cose, l’idea di un miglioramento costante e lineare delle condizioni di vita nel passaggio da una coorte a quella successiva. Dagli anni ’60 in la mobilità tra coorti (e generazioni) pare infatti compromessa sul fronte economico e della sicurezza sociale.
La povertà guadagna attenzione in tutta Europa in quanto effetto sempre più diffuso delle crisi economiche e sociali. Gli interrogativi riguardano i modi diversi con cui le famiglie fronteggiano le crisi.
In una esemplare ricerca (Kempson 1994) svolta in Inghilterra (già paese incubatore di ricerche sulla povertà dal punto di vista dinamico), si sono osservate settanta famiglie a basso reddito in due anni consecutivi. Si sono quindi intercettati e letti come flussi verticali di salita/discesa i diversi movimenti economici: c’è chi “cade”, cioè si impoverisce (i più), ma c’è anche chi lotta per tornare in superficie e chi riesce a galleggiare (e sono molti).
L’uso di panel consente di verificare durate e interruzioni dello stato di povertà su più vaste porzioni di popolazione. La sequenza di lunghi periodi di disoccupazione rende probabile la caduta in povertà e spesso inevitabile quella che Serge Paugam chiama disqualification sociale (Paugam, 1996).
Nel complesso però la povertà appare condizione né esclusiva di alcune fasce di popolazione, né cronica, bensì reversibile e “trattabile” specie se di breve durata (Walker, Leisering 1998). L’uso della indagine longitudinale a fini di valutazione dei possibili, provvisori, effetti delle politiche contro la povertà rinforza l’idea della complessità dell’impegno che continua a spettare alle politiche (Biolcati Rinaldi 2006), fuori da ogni trionfalismo su impatti risolutivi.
Alla tradizione di ricerca sulla povertà si affianca in quegli anni la messa a fuoco, sia teorica che empirica, della vulnerabilità, cioè dell’esposizione a rischi sociali che coinvolgono persone già fragili. Si individuano accanto ai vecchi rischi (legati a problemi economici), rischi nuovi e più complessi: l’isolamento degli anziani, le necessità di cura richieste alle famiglie dai loro membri più fragili, la conciliazione tra famiglia e lavoro per le mamme sole (Ranci 2010). Si esplorano altresì i circoli viziosi in cui affondano le famiglie raggiunte più volte da crisi che ne erodono le risorse o deprimono la capacità di sfruttarle al meglio (Micheli, 2009).
L’immigrazione costituisce un osservatorio interessante di come i legami di sangue vengano stressati dal vivere in nuovi contesti e come tuttavia riescano per lo più a resistere al trauma del cambiamento (Attias Donfut 2009).
Il calo demografico e l’invecchiamento sollevano anche il problema del posto delle generazioni di mezzo, strette tra obbligazioni nei confronti sia degli anziani sia delle famiglie dei figli adulti (Hunteler 2022; Daly et alii 2023). Per loro il rischio, a meno che non si viva nel Nord Europa, è quello di being sandwiches tra obbligazioni entrambe onerose: sostenere gli ascendenti, supportare i discendenti (Albertini et alii 2024).
Le questioni della seconda transizione demografica degli anni ’90 (denatalità, entrata tardiva nell’età adulta, invecchiamento, cambiamento dei modelli familiari e riproduttivi) offrono una nuova ribalta alla analisi demografica, da sempre pilastro della LCR.
La possibilità di accedere a grandi masse di dati sui movimenti della popolazione hanno reso la demografia un interlocutore insostituibile per l’analisi del mutamento sociale anche in Europa. Va detto inoltre che la demografia, grazie al lavoro di “autoriforma” svolto negli anni passati, oggi possiede oltre l’approccio macro trasversale (che descrive la popolazione in base ai diversi stati acquisiti in seguito ad eventi della vita: i nati, gli immigrati, i deceduti, gli emigrati, i soli, le coppie con figli, ecc.) anche quello micro longitudinale (che tratta la popolazione come un insieme di biografie costruite lungo i passaggi del corso di vita: età all’arrivo nel paese, alla fine degli studi, all’uscita di casa, alla costituzione di una coppia, al primo figlio, ecc.: Courgeau, Lelièvre 1989; Santini 1992; Billari 2015).
Le analisi comparate della transizione all’età adulta di diverse coorti mostrano la diffusione, in tutta Europa, di transizioni sempre più tardive, più prolungate (durano molto tempo prima di essere completate), più complesse (ospitano varietà di percorsi: Billari, Liefbroer 2010). Questo a mostrare, sotto l’apparente omologazione, il crescente peso delle scelte personali e di coppia nel condurre il proprio corso di vita. Per contro ricerche sulla denatalità chiamano ancora in causa, oltre la scarsità di risorse, la cogenza dei programmi istituzionali e dei copioni culturali in cui le scelte di fertilità sono immerse (Huinink, Kohli 2014; Liefbroer Zoutewelle-Terevan 2021). In Italia tale questione, tradizionalmente connessa all’incertezza del lavoro femminile e alla diseguaglianza, viene tematizzata dai demografi anche in termini di benessere/malessere soggettivi (Vignoli, Mencarini, Alderotti 2020) e altresì di mood anomici e di crisi (Micheli 2021). In quest’ultimo caso si scandagliano a fondo le scelte definitive di non essere genitori, senza paura di interloquire da vicino con antropologia, storia, psichiatria.
La questione del declino della fertilità offre la sponda a riflessioni metodologiche e teoriche sui fattori che orientano il comportamento procreativo in situazioni di incertezza. Per scelte cruciali, di lunga portata e avvolte nell’incertezza come quella procreativa c’è da considerare non solo l’ombra del passato, ma anche quello delle aspettative future nonché le connesse narrazioni che le coppie sviluppano anche autonomamente rispetto ai vincoli al contorno. Ci si pone, in questo modo, decisamente fuori da modelli causali di tipo deterministico. Anzi le scelte procreative sono un ottimo banco di prova perché i demografi esplorino l’efficacia esplicativa e anche le potenzialità teoriche di quadri di analisi e approcci basati su aspettative, immaginari e narrazioni (Vignoli et alii 2020a). I vincoli non scompaiono, ma vengono assorbiti e ri-sagomati dalle narrazioni, che connettono vincoli, aspettative immaginari alla prefigurazione di uno scopo e di un percorso per raggiungerlo. I risultati di ricerca ribaltano opinioni correnti sulla cogenza dominante di vincoli esterni e confermano la fecondità del cosiddetto narrative framework
Sviluppi teorici nel contesto europeo
La LCR si è sempre astenuta dal produrre una teoria sistematica e onnicomprensiva dei fattori causali del corso di vita. La volontà innovativa di questo approccio si affidava alle possibilità descrittive aperte dal doppio sguardo prospettico e retrospettivo, e dalla vista multidimensionale e multilivello del cambiamento sociale.
Per anni questa assenza è stata compensata da euristiche, ovvero da strategie conoscitive volte a escludere un approccio deterministico. La euristica dominante è stata quella della ricorsività e della discontinuità (circoli viziosi, blocchi, accelerazioni, ritardi) del rapporto causa-effetto applicato a livello sia macro che meso e micro. Un “compito monumentale”, osservava la sociologa norvegese Gunhild Hagestad (1991: 45), a proposito della difficoltà del dare coerenza ai diversi tipi di discontinuità.
Da un lato le azioni individuali ricevono impulso dalla preselezione di chance di vita derivanti dal potere incanalante di istituzioni, dalla divisione del lavoro, dalle strutture intermedie di appartenenza, come famiglie e coorti di nascita (Mayer 2003). D’altro lato, se gli effetti cumulativi che si esercitano dal passato sul presente rendono probabile l’inerzia, essi non escludono il mutamento (Gershuny 1998). A sua volta, il mutamento può innestarsi tanto su circostanze esterne quanto su quelle interne (come il cambiamento delle preferenze: Blossfeld, Rohwer 1997) e svilupparsi sia istantaneamente sia a scoppio ritardato. Questo “sia-sia”, questo doppio sguardo potrebbe anche comportare il rischio di frammentazione e stagnazione come Mayer aveva paventato (2000, 2009). Ma da qualche anno si investe sul fare della LCR una disciplina teoricamente più avvertita, metodologicamente robusta, consapevole delle sue possibilità espansive. A presidiare questa attività di promozione e salvaguardia è soprattutto una rivista, Advances of Life Course Research il cui comitato editoriale vede ancora, significativamente, una forte presenza di studiosi statunitensi insieme a inglesi, tedeschi, svizzeri, olandesi, italiani
Dagli anni 2000 la rivista Advances of Life Course Research (fondata nel 2000 dal demografo Francesco Billari a custodia e promozione della LCR)23, mette alla prova oltre che l’estensione fuori dall’Europa24, lo stato teorico della disciplina, con l’obiettivo di evidenziare i principi che devono guidarne la produzione analitica ed empirica25.
L’intento del ponderoso saggio teorico di Bernardi, Huinink e Settersten (2019), è appunto quello di “blindare” l’impianto classico della LCR dentro un continuum di medio raggio che muove dalle teorie più generali alle teorie più specifiche, individuando ex ante, anche ricorrendo ad altre discipline, i meccanismi che favoriscono l’eterogeneità e la variabilità dei corsi di vita. L’orizzonte è quello di vite sempre più lunghe, svincolate, nelle loro scelte, da cogenze normative, supportate nella loro mobilità dalle tecnologie digitali, in cui è difficile individuare path dependencies (cioè legami causali tra eventi cronologicamente successivi: più lunghe le vite più deboli le connessioni tra eventi lontani nel tempo). In questo quadro temporale le aspettative e le anticipazioni riguardo al futuro giocano un ruolo di non poco rilievo. Un orizzonte che impone vedute realistiche e che limita le pretese di spiegazioni onnicomprensive. Il framework pone al centro il problema delle interdipendenze dirette e indirette tra tempi, ambiti di vita, livelli di occorrenza e di impatto di eventi e processi. Ne esce un quadro di grande complessità dell’azione e di grande varietà dei comportamenti e delle logiche che derivano da quella complessità.
Il confronto con la network analysis26 risponde invece al bisogno di aprire la LCR verso paradigmi di tipo relazionale. La LCR possiede già una categoria analitica (linked lives) che dà conto delle relazioni sociali che ego stringe con altri, ma questa non considera che i nodi con cui ego è in contatto possono essere in relazione tra loro. L’approccio coglie inoltre la mutevolezza delle relazioni che accompagnano le transizioni del corso di vita. Bernardi, Klärner (2014) nei loro studi sulla fertilità mostrano ad esempio l’importanza dei meccanismi di network che circondano la coppia e influenzano la decisione di diventare genitori.
Si richiama il convoy model, già messo a punto da Kahn e Antonucci (1980), che sottolinea gli effetti benefici e di lunga durata dei legami che accompagnano gli individui lungo il corso di vita. La gerontologia trova in questo concetto uno strumento prezioso di analisi e diagnosi. Le transizioni del corso di vita a loro volta influenzano sviluppo e mantenimento delle reti: un cambiamento di lavoro, un passaggio di carriera, un matrimonio, un divorzio, disfano e/o ricompongono le reti attorno agli individui. Il movimento creato attorno alle transizioni può quindi “aver la meglio” sulla inerzia delle relazioni.
Attitudine riflessiva e capacità di riesame, (va detto, aprendo una dovuta parentesi), sono anche tappe di una filiera di iniziative di alta formazione nate dovunque in Europa e che in Italia vedono in prima linea il programma di dottorato interdisciplinare e di interesse nazionale in Life Course Research, oltre all’attivazione di centri di ricerca dedicata alla LCR come a Trento e, a Firenze, all’Istituto Universitario Europeo.
Il passaggio dall’Europa agli Stati Uniti è avvenuto gradualmente e senza un vero e proprio distacco. Da un lato c’è stata una certa continuità, con il revival, in “salsa europea”, quindi con attenzione alla dimensione linguistica e formale, di alcuni filoni di ricerca sociale di tipo qualitativo come quello su biografia e storia di vita, già presenti nella tradizione americana fin dagli anni ‘30 (la scuola di Chicago: Nilsen, 2023; Bertaux 1981; Bertaux Thompson, 1993). Dall’altro ci si è agganciati alla grande tradizione di indagini quantitative proprie delle survey periodiche (panel) (Brückner e Mayer 2005). I due filoni hanno convissuto senza conflitti, anche perché basati ciascuno sull’alleanza tra sociologia e altri background disciplinari specifici (la psicologia, l’antropologia la storia nel primo caso; la demografia e la scienza politica comparata nel secondo).
Peraltro sono entrati in maniera costitutiva in entrambi questi filoni fenomeni e processi specifici dell’Europa che riguardano la tensione tra i grandi cambiamenti sociali della post-modernità (scolarizzazione, precarizzazione del lavoro, declino delle nascite, instabilità familiare, invecchiamento) e le politiche predisposte ad accompagnarli, o, viceversa, a contrastarli, nelle intenzioni o nei fatti (Kohli, 1986, 2007, 2019).
A distanza di una quarantina d’anni dall’ approdo in Europa il lessico del “corso di vita” si è insediato nella produzione scientifica non solo delle scienze umane, ma anche di quelle mediche, biomediche e gerontologiche. La ampia copertura tematica e la varietà degli strumenti utilizzati ha consentito alla LCR di mettersi all’incrocio tra fonti, metodi, paradigmi costruendo un terreno discorsivo relativamente flessibile e inclusivo, con pretese più descrittive che esplicative (Olagnero 2012).
Una carta vincente del corso di vita in tutti questi anni, in Usa e in Europa è stata la ricerca longitudinale, framework di molte indagini di stampo sia accademico che istituzionale e professionale. Da questa passa la consapevolezza di quanto sia importante la seguibilità (followability: Abbott 2001) dei fenomeni sociali, anche se si riconosce la difficoltà di seguire l’intero corso di vita, rispetto all’intercettare i soli segmenti prossimi a transizioni critiche.
Oggi gli strumenti quantitativi sono ampiamente collaudati nelle indagini periodiche, nel trattamento di dati d’archivio, anche nell’analisi delle narrazioni27. Agli strumenti qualitativi non si chiede, oggi come ieri, né alternanza né predominanza rispetto a quelli quantitativi, ma capacità di cambiare sguardo su “vecchi” temi (invecchiamento, mobilità sociale, migrazione, marginalità) (Kohli, Bertaux 1984). È stata inoltre una costante della LCR la capacità di mettere a fuoco non solo gli eventuali bias di metodi e tecniche usati, ma anche i dilemmi più ampi che interpellano gli obiettivi ultimi dell’analisi che usa quegli strumenti (modelli descrittivi vs causali, approcci olistici vs approcci su singoli eventi). Esempi, tra altri, di questa postura sono il già citato saggio di Bernardi Huinink Settersten, e quello di Michela Kryenfeld (2021).
La combinazione tra strumenti quantitativi e qualitativi (nella prospettiva dei mixed methods) viene da tempo praticata per arricchire la qualità del dato, riducendo il numero di assunzioni prodotte dai soli modelli statistici (Nilsen, 2023: 152-3; Bernardi et alii: 2020: 4).
Il potenziamento degli archivi di utenti presi in carico dal welfare ha da tempo aperto alla valutazione in itinere ed ex-post dei vari programmi di intervento delle politiche.
Che il tempo non solo scorra, ma “conti” è idea ormai condivisa. Ma stare al passo con i tempi (non solo storici, ma del corso di vita: Settersten 2003) è una sfida non da poco, specie su terreni applicativi. Il dialogo con le politiche, ad esempio, richiede pazienza, competenza comunicativa, convinzione sufficiente a superare la fatica, i tempi lunghi e gli alti costi, anche politici, del monitorare processi complessi, variamente intrecciati al manifestarsi di bisogni più o meno urgenti. (Olagnero, 2018).
Più in generale richiede agli studiosi la massima cautela nell’imbastire relazioni casuali tra eventi passati e presenti, e altrettanta prudenza nel considerare la posizione degli eventi (in)desiderati o (in)attesi lungo il corso di vita. Tutto questo ad impedire spiegazioni troppo semplici e parole definitive sui fenomeni osservati, ma anche a cercare (riscoprire, adattare) piste di analisi e interpretazioni che smontano certezze precedenti.
Potrebbe essere proprio questa consapevolezza delle trappole del tempo a costituire il marchio che in questi anni europei si è deposto sulla ricerca relativa al Corso di vita.
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1 In Methods of Life Course Research (Giele, Elder 1998b: 5) si citano le opere The Authoritarian Personality di T. Adorno (ed altri), e Childhood and Society di E. Erikson, uscite nel 1950.
2 Il Berkeley (Growth /Guidance) study includeva più di 200 coppie residenti a Berkeley, genitori di figli nati nel 1928. Figli e genitori sono stati periodicamente intervistati negli anni 1930, 1947 e 1980. Sono state così coinvolte quattro generazioni (la prima nata dal 1885 al 1908, l‘ultima nata durante la seconda guerra mondiale).
3 L’ Oakland project, lanciato nel 1931, osservava lo sviluppo di 167 bambini selezionati tra undicenni e seguiti fino ai loro cinquant’anni.
4 Secondo il demografo Norman Ryder (1965) la coorte è “un aggregato di individui (selezionato dentro una popolazione) che vive uno stesso evento nello stesso tempo di vita” (ivi: 845).
5 Fin dal Berlin Aging Study (Baltes, Mayer 1999), studio interdisciplinare sulla popolazione dai 70 ai 100 anni, condotto in Germania negli anni ’80, si contrasta l’immagine della vecchiaia come fase di isolamento, rinuncia e inattività. L’indagine interdisciplinare SHARE (Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe) che ha raccolto 30.000 storie di vita in diversi paesi europei studia dal 2004 la influenza di diversi contesti sulla vita della popolazione di oltre 50 anni (Börsch-Supan, Brandt, Schröder 2013).
6 Sampson e Laub ricuperarono e rielaborarono a distanza di decenni i risultati di interviste somministrate nel 1934 dai coniugi Glueck a un campione seguito nel tempo, di giovani con e senza esperienze devianti, per testare continuità e discontinuità delle rispettive “carriere”.
7 Ipotesi cara alla psicologia sociale di Erikson e condivisa con il sociologo Neil Smelser (Erikson, Smelser 1980).
8 Interviste che sollecitano la memoria del narratore alla ricerca di turning points significativi della sua storia.
9 Proprio a Clausen è dedicato il volume della maturità della LCR: Methods of Life Course Research (1998a).
10 Nella ricerca sul contadino polacco in America e in Europa condotta da Thomas e Znaniecki tra il 1918 e il 1920 il sociologo statunitense Thomas, figura chiave dell’interazionismo simbolico, mette alla prova l’idea che qualsiasi atto di comportamento autonomamente determinato sia sempre preceduto da un momento di valutazione e decisione chiamato “definizione della situazione”.
11 La storica Tamara Hareven conduce negli anni ’70 una ricerca a tutto campo sull’adattamento dei tempi delle famiglie operaie di una cittadina del New Hampshire (USA) ai ritmi del lavoro industriale.
12 Per Riessman gli ingredienti fondamentali della narrazione sono l’ordine cronologico degli eventi, un vocabolario coerente a quello in uso in un certo contesto e il punto di vista di chi parla.
13 Il metodo biografico poggia per convenzione sulla distinzione tra life stories (racconti provenienti dalla voce del protagonista) e life histories (complesso di documenti anche non biografici atti a ricostruire la storia di vita di una persona o collettività) (Denzin, 1970).
14 Esemplare anche la storia di Lazarsfeld, sociologo austriaco che, emigrato negli Stati Uniti, sarà capostipite della metodologia quantitativa della ricerca sociale.
15 In Italia l’esperimento della Cassa Integrazione (provvisoria garanzia di una quota di salario senza lavoro) che altera i ritmi di vita e minaccia l’equilibrio quotidiano e l’identità di individui e famiglie, è stato un laboratorio prezioso anche per lo studio dei comportamenti adattivi e contro-adattivi alle politiche anti-crisi (per un esempio cfr. Barbano,1986).
16 Generazione qui è usata in senso sociologico à la Mannheim.
17 In Europa il panel nasce negli anni ’70 (il German Life History Study inizia nel 1979), ma si diffonde assai dopo, negli anni ’90 quasi sempre su un impianto comparativo tra paesi. Dagli anni 2000 i panel coprono molti ambiti e fasi della vita, includendo bio-marker e misure di tipo psicologico (Ruspini 2004),
18 Dopo la caduta del Muro di Berlino l’indagine si allargò agli abitanti della Germania Est.
19 La generazione intesa in senso antropologico definisce la posizione in una linea di discendenza; in termini sociologici si riferisce alla collocazione anagrafica e storica di una sezione di popolazione (meglio definita con il termine di coorte); in termini culturali individua la appartenenza a insiemi che hanno un comune sentire rispetto a esperienze vissute (Mannheim).
20 Il target di questi studi sono i cittadini dell’Europa unita (a inizio 2000 l’Europa allargata contava 25 paesi, oggi sono 27).
21 Il confronto tra psicologia e sociologia è aperto da anni anche su questo tema. Secondo Mayer (2009) la psicologia è risultata incapace di produrre un suo contributo complementare a quello sociologico, nella spiegazione degli effetti della caduta del muro di Berlino sulla popolazione coinvolta.
22 Anche le istituzioni economiche come Banca dì Italia dal 1989 introducono, nelle loro indagini campionarie sui Bilanci delle famiglie italiane, una quota di soggetti già intervistati in precedenza.
23 Riviste come Research in Human Development (Usa, 2004), o Longitudinal and Life Course Studies (United Kingdom, 2019) testimoniano la volontà di ufficializzate lo scambio tra LCR e altre discipline come le scienze della salute, le scienze economiche, statistiche, psicologiche e del comportamento.
24 A questo intento sono dedicati alcune Special Issues di Advanced of Life Course Research: tra i più recenti quelli su Ageing in China (oct. 2022) e Young Adult Life Course in the Global South (sept. 2024).
25 Si vedano i contributi allo Special Issue “Theoretical and Methodological Frontiers in Life Course Research”, 2019 n. 41.
26 Titolo della Special Issue del marzo 2024: Networked Lives: Probing the Influence of Social Networks on the Life Course (editors Hollstein et alii).
27 Dalla event history analysis, all’analisi delle sequenze degli eventi di vita, alle tecniche latent growth-curve modelling che raggruppano individui con analoghi pattern di cambiamento nel tempo (Bernardi et alii., cit., p. 8).