Monographic Section

Scienza e cultura a confronto nella crisi Xylella: saperi, epistemologie e conflitto nel Sud Salento

Angelo Galiano

Università del Salento, Italia

Email: angelo.galiano@unisalento.it

Abstract. The article examines the Xylella fastidiosa crisis in Southern Salento as an emblematic case of knowledge conflict, in which the legitimacy of scientific expertise comes into tension with local knowledge and alternative epistemic practices. Drawing on a qualitative approach based on autoethnographic reflection and in-depth interviews with activists from the Popolo degli ulivi movement, the study explores the epistemic and political dynamics emerging at the intersection of science, media, and governance of emergency. The analysis shows how the technocratic management of the crisis – grounded in a reductionist paradigm and in the performative use of the category of “emergency” – produced the marginalization of local knowledges, while fostering a counter-narrative centered on the demand for “open” and participatory research. Through the analytical categories of cultura dell’avidità and cultura meridiana, the article interprets the conflict not merely as a scientific dispute, but as a political and symbolic confrontation between models of development, epistemic regimes, and forms of environmental justice. In this perspective, the Xylella crisis becomes an arena in which broader tensions emerge between agricultural modernization, extractivism, and the claim for a plural and territorially rooted knowledge.

Keywords: epistemologies of the South, epistemic conflicts, local knowledge, expertise, environmental justice, coloniality of power.

Index

Introduzione

Letteratura di riferimento

Ricostruzione del caso studio

Metodologia

Luci e ombre: l’expertise accreditata nel caso Xylella fastidiosa

La cultura dell’avidita’ nel sud italia

Tracce di cultura meridiana

Riflessioni conclusive

Riferimenti bibliografici

Introduzione

La letteratura sui frame e contro-frame nei movimenti sociali (Snow, Benford 1992; Snow et al. 1986; Snow et al. 2014) e nei conflitti ambientali (Allen 2018; Arancibia 2016; Arancibia, Motta 2019; Bacon 2020; Carrera, Cornder 2015; Carrera, Key 2021; Pellizzoni 2011) ha mostrato come, oltre alle articolazioni normative di ciò che dovrebbe accadere, le controversie legate al framing includano anche valutazioni descrittive, ovvero convinzioni su “come stanno le cose” e su “ciò che accadrà”. Come sottolineano Benford e Snow (2000), la credibilità di un frame dipende in parte anche dalla solidità empirica e dalla legittimità delle affermazioni che lo accompagnano. Di conseguenza, soprattutto negli ultimi anni, anche gli attori di movimento tendono a rafforzare i propri frame richiamando specifiche competenze.

Sebbene il peso delle competenze scientifiche vari a seconda dei movimenti (della Porta, Piazza 2008; della Porta 2019; della Porta, Pavan 2017) e dalla loro capacità di reperire risorse e organizzare campagne di reclutamento, le mobilitazioni che affrontano trasformazioni ambientali e climatiche di origine antropica si trovano spesso a interagire con questioni tecniche e processi normativi che rendono tali competenze centrali. A ciò si aggiungono mutamenti storici più ampi – la crescente complessità tecnologica, l’espansione della ricerca nelle scienze naturali e sociali, la scientificizzazione delle politiche di governance – che hanno accresciuto il ruolo sia delle competenze scientifiche sia delle contro-competenze nei conflitti sociali (Moore et al. 2011).

In questa prospettiva, come osservano Hess e Belletto (2022), comprendere l’uso strategico dell’expertise nei conflitti che coinvolgono i movimenti sociali rappresenta oggi una questione di rilievo crescente, con implicazioni rilevanti tanto per la ricerca quanto per gli attori impegnati nelle mobilitazioni.

In questo studio mi colloco all’incrocio di due filoni della ricerca sociologica: da un lato, l’analisi delle affermazioni e della produzione scientifica nei knowledge conflict (Arancibia 2016; Bosworth 2019; Harambam, Aupers 2014; Hess, Belletto 2020); dall’altro, lo studio del ruolo delle competenze tecniche e dei saperi alternativi all’interno dei movimenti sociali.

Uso il termine “affermazioni” in un senso più circoscritto rispetto a quello impiegato nella letteratura costruzionista sui problemi sociali (Catton, Dunlap 1978; Hannigan 2024; Ibarra, Kitsuse 2003), che include anche l’expertise come specifico stile di rivendicazione. Qui, infatti, mi concentro in particolare sulle rivendicazioni di competenza e di autorità scientifica che emergono nei contesti di knowledge conflict, vale a dire sull’uso strategico di affermazioni e contro-affermazioni empiriche fondate sulla competenza sia da parte di attori istituzionalmente legittimati e consolidati (incumbent), sia da parte dei loro sfidanti (challengers), in episodi che implicano dibattito pubblico e contesa.

Nonostante l’interesse crescente per queste dinamiche, sostengo – in linea con Hess e Belletto (2022) – che i knowledge conflict continuino a svolgere un ruolo sottovalutato nell’analisi dei conflitti dei movimenti sociali e nelle dispute di framing. Mi rifaccio, a questo proposito, a ricerche che hanno messo in luce come le controversie legate all’expertise rappresentino un aspetto cruciale dei conflitti ambientali e delle mobilitazioni pubbliche (della Porta, Pavan 2017; Gunter, Kroll-Smith 2007; Hannigan 2024; Imperatore 2023; Pellizzoni 2011).

Lo studio dei knowledge conflict ha ampie implicazioni teoriche poiché implica l’integrazione di prospettive provenienti dalla ricerca sociologica e da altre scienze sociali in due campi principali: gli studi sui movimenti sociali e le sfere pubbliche, da un lato, e la scienza e la tecnologia, dall’altro. Ricerche correlate hanno mostrato che la percezione di un consenso scientifico può influenzare le credenze del pubblico e l’azione dei governi (McCright et al. 2013), e che le élite industriali utilizzano la ricerca scientifica per generare dubbio e inazione politica (Oreskes, Conway 2011). Come mostrato da diversi studi (Brulle 2021; Carmichael, Brulle 2017), l’opinione pubblica è fortemente influenzata sia dal volume della copertura mediatica sia dai segnali provenienti da leader politici e dalle coalizioni di élite che operano nello spazio mediatico. In questo quadro, per i movimenti ambientalisti ed ecologisti diventa strategicamente rilevante rendere visibili e accessibili ricerche in grado di controbilanciare o neutralizzare le rivendicazioni epistemiche e le cornici interpretative ufficiali prodotte dalle élite.

In questo studio intendo contribuire alla letteratura di riferimento in tre direzioni principali.

Primo, metto in discussione l’idea che gli incumbent e i challenger facciano ricorso all’expertise solo in maniera episodica nei knowledge conflict per accrescere la propria credibilità, mostrando invece come la produzione attiva di ricerca costituisca parte integrante del conflitto stesso.

Secondo, apro quella che Hess e Belletto (2022: 593) hanno definito la «scatola nera dell’expertise» analizzando le modalità divergenti attraverso cui l’expertise viene mobilitata e utilizzata nello spazio pubblico.

Terzo, facendo dialogare dimensioni tra loro interrelate – scienza, media e politica – evidenzio dinamiche che stimolano una riflessione più ampia sulle possibilità di costruire un sapere plurale, capace di superare la retorica delle epistemologie del Nord e del Sud e di interrogarsi sul rapporto concreto tra forme di conoscenza differenti e contrastanti.

Per sviluppare l’analisi dei knowledge conflict ho scelto il caso del Popolo degli ulivi (Pdu), un’esperienza di mobilitazione territoriale che si è sviluppata nel Salento tra il 2015 e il 2020 in risposta alla gestione emergenziale della diffusione della Xylella fastidiosa (Xf), un batterio responsabile di gravi patologie che colpiscono oltre trecento specie vegetali. Ho deciso di concentrarmi su questo caso non perché rappresentativo, ma perché particolarmente utile a esplorare le tensioni tra conoscenza scientifica, processi decisionali e saperi locali in un contesto caratterizzato da cambiamenti climatici di origine antropica (Potter, Urquhart 2017), dall’intensificarsi dei flussi transnazionali di specie vegetali e materiali biologici (Brasier 2008; Potter, Urquhart 2017) e dalle dinamiche delle piantagioni-mondo (Haraway 2015; Haraway et al. 2016; Moore 2015; Tsing et al. 2019).

Il Pdu risulta interessante perché ha dato vita a una rete ampia e composita di oppositori che hanno messo in campo un repertorio diversificato di pratiche, tra cui anche la produzione di studi e ricerche, accanto a forme più classiche di mobilitazione collettiva. Il caso e i suoi sviluppi si sono imposti da anni nel dibattito pubblico italiano e internazionale, alimentando controversie che hanno spesso assunto toni accesi. Tali prospettive si sono articolate attraverso dinamiche di competizione e negoziazione tra poteri differenti, nonché in conflitti aperti caratterizzati dall’uso di argomenti, bisogni e interessi eterogenei, e da modalità divergenti di ricerca del consenso e di intervento operativo.

Letteratura di riferimento

L’accettazione delle crisi non anticipabili come caratteristiche inevitabili delle società complesse spiega il passaggio osservabile, nella ricerca sui knowldge conflict come in quella sui disastri (Adams 2013; Benadussi 2017; Centemeri, Tommasi 2022; Centemeri et al. 2022; Collier 2014), da un discorso centrato sulla prevenzione a uno incentrato sulla resilienza e la preparedness (Collier 2008; Pellizzoni 2020; Revet 2020). Dagli anni novanta, l’aumento del numero di disastri ed emergenze è stato accompagnato dalla consolidazione di un campo internazionale di attivismo e organizzazioni umanitarie (Calhoun 2004) e dalla professionalizzazione dei responsabili della gestione delle crisi. Negli ultimi decenni sono emerse nuove forme di disastro generate dall’interazione tra le dinamiche del capitalismo globale, l’espansione della società dell’informazione, la moltiplicazione delle crisi transnazionali e l’affermarsi di minacce ecologiche su scala planetaria (Alexander 2005; Centemeri 2019; Collier 2014; Fletcher 2012; Gaillard 2019; Hall; Klein 2007). Tra queste rientrano il cambiamento climatico, le pandemie, i collassi finanziari e il terrorismo. Secondo Quarantelli et al.: «ci troviamo di fronte a un altro importante crocevia storico, con l’emergere di una nuova classe di disastri e crisi raramente osservata in passato» (2018: 61), fenomeno che il sociologo Ulrich Beck ha definito come la «società del rischio» (Beck 1996, 2006). Cabane e Revet (2015) osservano che l’attuale congiuntura è segnata da un ritorno alla centralità delle soluzioni tecniche e degli approcci ai disastri propri delle scienze naturali, accompagnato da una progressiva marginalizzazione delle scienze sociali, relegate allo studio dell’adattamento locale e della resilienza. Parallelamente, le analisi sull’ascesa del neoliberismo come politica economica e del neoliberalismo come nuova razionalità governamentale hanno mostrato come l’expertise tecno-scientifica pervada ormai quasi ogni ambito della società (de Nardis 2017; Moini 2020, Slobodian 2021), in particolare quelli legati alla gestione dell’ambiente (Pellizzoni 2011). La scienza non solo misura e analizza lo stato dell’ambiente individuandone le cause di degrado, ma elabora anche i rimedi e le strategie di intervento. Proprio per effetto di questa pervasività, ogni proposta di azione ambientale deve oggi dichiararsi fondata su basi scientifiche solide per poter essere percepita come legittima e rilevante nello spazio pubblico.

Come sottolineano diversi autori (Lidskog, Berg 2022; Pellizzoni 2011), le questioni ambientali sono oggi profondamente dipendenti dalla scienza, la quale non si è limitata a «dire la verità al potere» (Wildavsky 1979), ma ha progressivamente attraversato e plasmato i luoghi stessi del potere, inducendo tutti gli attori – istituzionali, economici e sociali – a orientarsi sulla base delle sue interpretazioni dei problemi ambientali. Questo vale non solo per le scienze naturali, ma anche per le scienze sociali, sempre più spesso chiamate a produrre conoscenze utili a guidare e trasformare le società di fronte alle crisi ecologiche. Sotto molti aspetti, questa dinamica può essere letta come una vera e propria storia di successo della scienza e della tecnica.

È tuttavia possibile delineare un altro quadro, in cui la scienza viene messa in discussione, sminuita e talvolta persino ignorata (Lidskog, Berg 2022). Gli esperti scientifici si dividono su quale sia la diagnosi corretta e il rimedio appropriato. I leader politici promuovono fatti alternativi o ignorano del tutto la scienza. Le organizzazioni ambientaliste selezionano scienziati che supportino le loro posizioni precostituite. Le comunità locali percepiscono la scienza come irrilevante rispetto alla propria situazione. Vi sono, tuttavia, casi – come quello del cambiamento climatico – in cui la scienza ha effettivamente influenzato il discorso pubblico e politico, senza tuttavia riuscire a produrre un’azione politica proporzionata alla gravità della crisi (McKie 2019; Norgaard 2011). Sebbene la maggior parte delle persone e delle istituzioni riconosca alla scienza e all’expertise un ruolo cruciale nella società contemporanea, soprattutto nella gestione delle questioni ambientali, persistono opinioni divergenti su quale debba essere la loro funzione all’interno dei processi politici e decisionali. Come osservano Berg e Lidskog (2018), la costruzione e il mantenimento dell’autorità dell’expertise sono oggi oggetto di crescenti controversie.

Da ciò derivano interrogativi fondamentali: qual è il contributo specifico e insostituibile degli esperti, e in che modo essi dovrebbero rapportarsi agli altri attori, in particolare quelli politici? Dove, e su quali basi, si può tracciare il confine tra esperti e non esperti? Qual è il fondamento dell’autorità epistemica e dell’affidabilità delle diverse fonti di conoscenza e consulenza?

Le risposte a queste domande si radicano in concezioni profonde – spesso implicite – su cosa sia la conoscenza, su come funzioni la società e su quali principi debba poggiare la sua governance.

Una parte della letteratura sottolinea che, per evitare disastri ed emergenze ambientali, il processo democratico debba essere superato mediante l’adozione di dettami scientifici e tecnocratici, al fine di impedire alla società di oltrepassare i limiti planetari (Gòmez-Baggethun 2022). Altri affermano invece che il modo migliore per rispondere alle minacce ambientali sia democratizzare la scienza, aprendola a un maggiore apporto e influenza da parte di stakeholder e cittadini (Hammond 2022). Alcune proposte sostengono che la scienza debba “navigare a valle”, aprendosi al contributo pubblico quando si discutono le implicazioni pratiche delle ricerche (Gieryn 1999). Altre sostengono che il pubblico debba “risalire a monte” e avere voce nella definizione dei problemi e delle pratiche di ricerca (Collins, Evans 2007; Chilvers, Kearnes 2020). Pur differendo nelle modalità di democratizzazione, tutte queste proposte promuovono strategie di inclusione, in cui i cittadini non siano meri destinatari passivi di conoscenza scientifica, ma partner attivi nella produzione della conoscenza o nella valutazione e applicazione dei contributi scientifici. Oltre a queste posizioni, vi è un coro di voci articolate, che avanzano proposte diverse su come l’expertise debba essere definita, quale ruolo debba svolgere e come debba essere esercitata. Una preoccupazione comune riguarda dunque come negoziare e progettare nuove relazioni tra esperti e cittadini. Come notano Lidskog e Berg (2022), indipendentemente dalla posizione assunta, la scienza è cruciale; tuttavia, il ruolo che essa svolge può variare.

Callon e colleghi offrono una definizione dell’esperto: «è colui che possiede competenze certificate e riconosciute, le quali vengono chiamate in causa nei processi decisionali» (2009: 228). Tale definizione, comunemente accettata in letteratura, sottolinea che l’expertise non consiste soltanto nel possedere un determinato livello di competenza. A tal proposito, Lidskog e Sundqvist (2018a, 2018b) affermano che la competenza deve essere riconosciuta e considerata rilevante anche al di fuori della comunità degli esperti stessi. In altri termini, l’expertise scientifica deve essere riconosciuta e conosciuta anche al di fuori della comunità di riferimento, in particolare dai gruppi destinatari, e deve essere legittimata, ovvero considerata affidabile. Ciò, come sottolineano Lidskog e Berg: «rende l’esercizio dell’expertise un compito complesso, che implica la necessità di navigare un paesaggio sociale segnato da interessi conflittuali e credenze divergenti su cosa sia la conoscenza e su come sia costituito il mondo» (2022: 258). Foucault (2010) ha mostrato che la conoscenza è inseparabile dal potere. Il modo in cui un problema ambientale viene definito e il modo in cui viene intesa la società determinano quali soluzioni vengano proposte e considerate rilevanti e legittime.

A questo proposito, è utile ricordare il ruolo cruciale svolto dal movimento per la giustizia ambientale, che per primo ha rivendicato la necessità di affiancare all’expertise scientifica altre forme e fonti di conoscenza. Il lavoro seminale di Robert D. Bullard (1990), Dumping in Dixie: Race, Class and Environmental Quality, ha mostrato come, a partire dagli anni sessanta, la concentrazione di impianti industriali e discariche tossiche in aree fortemente segregate del sud degli Stati Uniti abbia dato origine a un’ondata di proteste contro il razzismo ambientale. Queste mobilitazioni hanno unito in un fronte comune movimenti ambientalisti e attivisti per i diritti civili, mettendo in luce la dimensione sociale e razziale dell’ingiustizia ecologica.

Il movimento non si poneva in opposizione alla scienza in sé, ma denunciava l’uso strumentale dell’expertise da parte di interessi economici e politici dominanti, che spesso ingaggiavano esperti per minimizzare i rischi ambientali e rassicurare le comunità locali. In risposta, gli attivisti elaborarono una forma di contro expertise volta a produrre e diffondere conoscenze indipendenti sugli effetti nocivi degli impianti e sulla vulnerabilità delle popolazioni esposte (Asara 2022).

All’estremo opposto, un’altra corrente interpretò la diffidenza verso la scienza e la scarsa adesione dell’opinione pubblica ai suoi consigli come il risultato dell’ignoranza o dell’incomprensione da parte dei cittadini. In questa prospettiva, il problema non risiederebbe nel rapporto di potere tra saperi, ma nel deficit cognitivo del pubblico, da colmare attraverso campagne di comunicazione o programmi educativi volti a correggere i fraintendimenti e a riaffermare la superiorità della conoscenza scientifica come unica fonte legittima di verità. Questa soluzione, per molti versi paternalistica, denominata deficit model della comprensione pubblica della scienza, è stata ampiamente criticata (Irwin, Wynne 2004). Alla base di tale critica vi è l’idea che spesso i cittadini ignorino le affermazioni degli esperti non perché non loe comprendano, ma perché le respingono deliberatamente. Le ragioni del rifiuto possono essere diverse, tra esse: il fatto che in alcune occasioni i risultati scientifici si siano rivelati errati e abbiano contribuito a fallimenti regolatori (Löfstedt 2005); oppure che il pubblico ritenga che gli esperti scientifici incornicino un problema in modo eccessivamente ristretto, escludendone aspetti importanti (Wynne 2005); o ancora la presenza di raccomandazioni scientifiche multiple e spesso divergenti sulle cause e sui rimedi di un problema ambientale.

Posizioni più radicali sono quelli accomunati dal prefisso post come la post-normal science e il pensiero della diversità epistemica di stampo postcoloniale. I promotori della post-normal science affermano che davanti alla complessità di determinati problemi, soprattutto quelli ambientali, non si può dimenticare o escludere di integrare l’expertise scientifica con saperi esperti non scientifici. In questo senso, come ricordano Lidskog e Berg (2022), la nozione di «post-normale» è scelta per sottolineare che la scienza normale in senso kuhniano – la risoluzione di puzzle all’interno di un paradigma scientifico implicito e non messo in discussione – non è più adeguata per affrontare molti problemi contemporanei. Di conseguenza, la conoscenza scientifica deve essere arricchita da altre forme di sapere, in particolare quello locale. La ragione è che le conoscenze generate contestualmente sulle circostanze locali sono spesso più pertinenti all’azione rispetto a enunciati scientifici tradizionali, universali, astratti e indipendenti dal contesto. Si costruisce così un ponte tra il mondo del laboratorio e quello della società, necessario per individuare soluzioni praticabili ai problemi ambientali. Una versione molto più radicale è quella portata avanti dagli studiosi postcoloniali che mettono in discussione e relativizzano la conoscenza scientifica stessa. In particolare, nel pensiero postcoloniale, i ricercatori hanno sottolineato con forza la necessità di riconoscere non solo la diversità culturale e sociale del mondo, ma anche la sua diversità epistemica (de Sousa Santos 2023; Grosfoguel 2017; Lander 2000; Mignolo 2011; Malik 2004). Questa prospettiva territorializza i paradigmi disciplinari e le epistemologie: ciò che la scienza presenta come uno sguardo universale è in realtà uno sguardo provinciale, fondato su premesse epistemiche e esperienze storiche particolari (Bhambra 2014; Bhambra, de Sousa Santos 2017; Connell et al. 2017; Connell 2020). Analogamente alla critica di Frankopan (2015) contro la centralità attribuita all’Europa nella storia mondiale – che produce un quadro selettivo e distorto – i pensatori postcoloniali evidenziano come le scienze sociali abbiano costruito una singolarità epistemica europea, oscurando l’esistenza di molti altri modi di comprendere e studiare il mondo e la storia. Questa prospettiva radicale implica non solo che si possano usare prospettive diverse per comprendere il mondo, ma che esistano mondi differenti che devono essere compresi e riconosciuti. De Sousa Santos (2014) sottolinea la necessità di consentire ai gruppi sociali oppressi di rappresentare il mondo come proprio e a propri termini (le epistemologie del Sud). Riconoscendo e valorizzando le conoscenze prodotte da gruppi cosiddetti subalterni, si smaschera il falso universalismo del pensiero centrato sul Nord/Occidente. Oggi, quando le teorie dal Sud globale vengono riconosciute, tendono a essere incorniciate come provinciali, in contrasto con il preteso carattere universale delle teorie occidentali delle scienze sociali. Si tratta di un esercizio di potere, che riconosce alcune forme di conoscenza mentre ne silenzia altre (Grosfoguel 2017; Quijano 2000; de Sousa Santos 2014). La soluzione, proposta da Bhambra e de Sousa Santos (2017), è riconoscere la diversità epistemica e culturale del mondo e provincializzare le premesse epistemiche e culturali di ciò che viene considerato conoscenza scientifica universale.

Tutti gli approcci che ho fin qui presentato riguardano che cosa debba essere considerato expertise. Essi divergono nelle modalità con cui tracciano il confine tra expertise e non-expertise e se, e come, includere altri attori non scientifici nella posizione di esperti, ma soprattutto danno vita a conflitti, a modi diversi di vedere il reale e porvi rimedio. Le richieste di apertura dei processi decisionali al controllo esterno, al dialogo con gli stakeholder e a un ampio coinvolgimento del pubblico rappresentano un elemento ricorrente del dibattito politico e pubblico, soprattutto dal punto di vista ambientale (Irwin 2006). Come sottolinea Power (2007), la ricerca di una maggiore inclusione della conoscenza e di un ampliamento dell’expertise fa parte di una tendenza generale che attraversa la società. La ricerca di expertise e saperi più ampi si inserisce dunque in un trend più generale verso nuove modalità di governo dei soggetti, in cui l’inclusione implica che coloro che vengono inclusi non solo possano fornire conoscenze e prospettive, ma anche incidere sui gruppi e sugli individui partecipanti, modificandone eventualmente la comprensione.

Ovviamente l’inclusione o l’esclusione di attori non scientifici può avere una funzione strategica implicita. Le strategie di inclusione possono costituire uno strumento di cooptazione dei gruppi oppositori, producendo un processo diseguale in cui, alla fine, la conoscenza e i pareri esperti riflettono principalmente le opinioni degli attori più potenti e influenti. Da questo punto di vista, l’inclusione di un sapere altro o diverso è da considerarsi meramente strumentale, finalizzata a contenere, laddove depotenziare o addirittura neutralizzare un potenziale conflitto, offrendo solo apparentemente ai gruppi oppositori reali possibilità e opportunità sulle decisioni. Hilgartner (2000), ad esempio, sostiene che l’inclusione della conoscenza sia, in larga misura, una forma di stage management, in cui i processi inclusivi vengono messi in scena, esibendo pubblicamente un’apparente apertura a voci e forme di conoscenza diverse, mentre “dietro le quinte” lo sviluppo tecno-scientifico prosegue indisturbato. Questo è il caso di quando cittadini e stakeholder vengono invitati a partecipare alle valutazioni di impatto ambientale o i panel pubblici sulle questioni controverse. In questi contesti cittadini e stakeholder possono valutare le proposte ed esprimere le loro posizioni. Tuttavia, come evidenziano diversi studiosi (Chilvers, Kearnes 2020; Collins, Evans 2007; Irwin, Michael 2003; Irwin, Wynne 2004), anche quando questi confronti avvengono è lecito dubitare che i saperi “altri” vengano realmente ascoltati, presi in considerazioni, riconosciuti e che la partecipazione di cittadini e stakeholder abbia un effetto concreto sulle agende di ricerca, sulla produzione di conoscenza o sui processi decisionali. In altri termini, quando viene elaborata una strategia di inclusione della conoscenza, essa comporta sempre un’idea implicita su chi debba essere incluso, quali conoscenze possieda e quale ruolo debba svolgere nella raccolta di informazioni e nei processi decisionali (Soneryd, Amelung 2016).

In relazione all’esclusione dei saperi non scientifici e alle loro strategie, come afferma Jasanoff: «oggi non c’è quasi uno sola mossa che possiamo compiere senza affidarci agli esperti» (2003:161). La scienza è penetrata talmente tanto nella vita quotidiana, nell’economia, nell’arena giudiziaria ed amministrativa che tutto ciò che una società conosce o che pensa di sapere è in gran parte associato alla scienza. Se infatti, l’expertise tecno-scientifica è accreditata in quanto tale e fino a prova contraria, quella “profana” o “locale”, come sostiene Crosta (2009), sconta uno stigma di particolarismo o inattendibilità da cui si smarca solo fornendo prove di rilevanza pubblica, ossia mostrando l’insufficienza, la parzialità o la fallacia dell’expertise accreditata (Irwin 1995).

L’expertise può insomma influenzare, grazie alla propria autorevolezza e credibilità, il processo di framing delle issue e la posizione e possibilità di parola degli attori coinvolti (Pellizzoni 2011). Per ottenere risonanza culturale, ma anche politica, alcuni studiosi riconoscono che un tipo di rivendicazione empirica basata sull’expertise professionale può contribuire alla credibilità e alla risonanza dei frame nell’opinione pubblica (Brown et al. 2004; Morrel 2015). Tuttavia, la credibilità empirica dei frame, come afferma Esacove (2004), non è data una volta per tutte e può traballare quando emergono conflitti di framing, che implicano un processo di contro-framing capace di produrre cambiamenti nei frame originari. Questi processi si svolgono non solo in termini di posizionamenti normativi e valoriali, ma anche in riferimento a rivendicazioni empiriche concorrenti su «ciò che è “reale”» (Benford 1997). Tali rivendicazioni possono essere utilizzate per neutralizzare o indebolire i contenuti immaginativi ed emotivi dei frame (Wolf, Van Dooren 2017). Esempi di tattiche di contro-framing in cui le rivendicazioni empiriche assumono rilievo includono la negazione di un problema, la critica delle sue cause e i disaccordi sulle soluzioni (Benford, Hunt 2003). È quindi ragionevole attendersi che, dinanzi alla presenza di visioni, posizioni contrastanti e alla marginalizzazione di quest’ultime come effetto di quella che Callon (2000) definisce la «delega in bianco» data agli scienziati e tecnici su sempre più ambiti della vita sociale, politica ed economica, nasca il conflitto.

All’interno di questo ampio terreno di approcci all’expertise e alla dimensione epistemica dei conflitti nei movimenti sociali, mi concentro sul ruolo della ricerca, generalmente allineata sia con i challengers sia con gli incumbents per contribuire al problema generale di comprendere come la ricerca venga utilizzata nei knowldge conflicts e in quali contesti possa risultare più efficace.

Ricostruzione del caso studio

Il primo rinvenimento ufficiale di Xf nel Salento risale al 2013 (Colella 2021; Milazzo, Colella 2022), ma l’origine dei fenomeni di disseccamento degli ulivi rimane oggetto di controversia: alcune fonti collocano infatti i primi sintomi dal 2004-2006 e nel 2008 con specifico riferimento ai comuni di Gallipoli, Alezio, Taviano e Parabita (Ciervo 2020; Procura di Lecce, 2019). L’analisi genetica condotta su campioni di tessuto vegetale provenienti da diversi campi del sud Salento permise di classificare la Xf subs. pauca come organismo da quarantena. Tale inquadramento contribuì a costruire la vicenda entro un frame emergenziale e ad orientare le strategie di gestione verso misure drastiche, tra cui l’eradicazione degli ulivi infetti e delle specie considerate potenziali ospiti (DGR. n. 2023 del 29 ottobre). Questa soluzione, pur sostenuta come necessaria da parte della comunità scientifica, fu assunta in assenza di un consenso unanime sul ruolo del batterio quale causa primaria del disseccamento (Ciervo 2015, 2020), provocando tensioni nella comunità scientifica e forte malcontento popolare, localizzato soprattutto sui portatori d’interessi diretti, quali ovicoltori, contadini e bracciantato agricolo.

L’adozione del cosiddetto Piano Silletti – il piano d’emergenza che prende il nome dal commissario straordinario Giuseppe Silletti, allora comandante del Corpo forestale della Puglia, che prevedeva, tra le varie linee di intervento, l’abbattimento degli ulivi infetti e delle specie potenzialmente ospiti entro un raggio di cento metri – divenne il punto di innesco della mobilitazione. Diversi studi (Ciervo 2020; Milazzo, Colella 2022; Vacirca, Milazzo 2021), hanno evidenziato come la diffusione del batterio in Puglia abbia infatti ridefinito la geografia del territorio. Il Salento meridionale venne classificato come “zona infetta”, una fascia di terra compresa tra Adriatico e Ionio venne designata “zona cuscinetto” da sottoporre a stretta sorveglianza, mentre le aree a nord di Brindisi – successivamente anch’esse dichiarate infette – furono inizialmente dichiarate indenni (Regione Puglia 2014). Secondo Ciervo (2020), l’estensione e la scala di applicazione del Piano Silletti lasciavano presagire effetti potenzialmente devastanti e irreversibili sul paesaggio, sull’ecosistema, sull’economia locale e persino sulla salute umana, aprendo scenari di profonda deterritorializzazione e alimentando un diffuso clima di preoccupazione nella popolazione salentina. In questo contesto, gli interessi economici in gioco, il rischio di una trasformazione non solo geografica ma anche culturale e simbolica derivante dal potenziale sradicamento di migliaia di ulivi ritenuti infetti (Colluto 2015)1, le incertezze tecnico-politiche legate alla gestione dell’emergenza (Ciervo 2015), e le controversie scientifiche relative alla patologia e alle pratiche conoscitive connesse (Bandiera 2019; Colella et al. 2019; Colella 2022; Vacirca, Milazzo 2021), alimentarono un acceso dibattito pubblico che, con il tempo, si tradusse in uno scontro tra visioni radicalmente contrapposte.

È in questo scenario che il Piano Silletti divenne il principale bersaglio della contestazione. Un ampio fronte di contadini, ambientalisti, associazioni, amministrazioni comunali e comitati territoriali si mobilitò, fino a convergere il 29 aprile 2015 in piazza Sant’Oronzo a Lecce per una manifestazione di massa. Quella data è ricordata da diverse fonti come l’atto di nascita del Pdu (Ciervo 2019, 2020; Milazzo, Colella 2022), un movimento eterogeneo per composizione e rivendicazioni, e come l’avvio di un conflitto che, secondo Milazzo e Colella (2022), opponeva forme di sapere temporalmente distanti: da un lato l’expertise scientifica contemporanea, dall’altro il sapere pratico sedimentato e tramandato per generazioni dai contadini salentini.

Letto attraverso la lente dell’ecologia-mondo proposta da Moore (2015), questo complesso intreccio di tensioni supera il piano tecnico-scientifico del dibattito su ulivi, funghi e agenti patogeni, così come le interpretazioni riduttive secondo cui l’assenza del movimento di contestazione avrebbe reso possibile l’eradicazione del batterio. Rimanda invece a questioni più profonde, che investono i meccanismi economici e politici e le specificità culturali ed ecologiche che hanno contribuito a rendere possibile la diffusione del batterio.

In questa sede non è possibile affrontare l’intero spettro dei conflitti emersi. Mi concentrerò dunque su una dimensione specifica: quella che la letteratura sociologica definisce knowledge conflict (Hess, Belletto 2022). Si tratta di una tipologia di conflitto in cui la posta in gioco non riguarda soltanto la definizione di soluzioni tecnico-operative, ma investe la legittimità dei processi democratici e della governance, mettendo in discussione l’autorità della conoscenza scientifica, le pratiche di partecipazione e i meccanismi decisionali. Nel caso del Salento, come anticipato, questa dinamica si è tradotta in uno scontro tra due universi di sapere differenti, che nel seguito definirò attraverso le categorie di «cultura dell’avidità» e «cultura meridiana». L’obiettivo è esplorare criticamente tali categorie e, attraverso di esse, interrogare il ruolo dell’expertise nei knowledge conflict, nonché le dinamiche di potere e di trasformazione sociale, politica e culturale che si manifestano quando la “scatola nera” dell’expertise tecno-scientifica viene aperta, rivelando le proprie lacune, le proprie tensioni e restituendo alla politica il compito di gestire questioni rese di nuovo pubbliche. In questo quadro, il conflitto sulla Xf non si riduce a una mera disputa scientifica o tecnica, ma si configura come un’arena politica e culturale, in cui si confrontano visioni contrastanti della politica, dell’economia e della giustizia ambientale.

Metodologia

Nel 2016 non avevo ancora intrapreso la mia attività di ricerca, ma ero uno studente di Sociologia e Ricerca Sociale presso l’Università del Salento. Una parte significativa del mio tempo libero era dedicata all’attivismo e alla militanza politica. Facevo parte del Collettivo Terra Rossa, un gruppo eterogeneo di ispirazione prevalentemente comunista, nato in seguito all’occupazione di un asilo pubblico abbandonato con l’intento di denunciare l’assenza di servizi pubblici e il degrado in cui versavano numerosi immobili comunali nella città di Lecce. La struttura, chiusa da tre anni, aveva perso la sua funzione originaria, trasformandosi in uno spazio segnato da microcriminalità e abitazioni informali.

Nei mesi successivi, insieme agli altri occupanti – muovendoci in un’ottica di autogestione, uguaglianza sociale e libertà, ispirata alle esperienze dei Centri sociali occupati autogestiti (C.s.o.a.) degli anni novanta e duemila – avviammo lavori di piccola ristrutturazione, pulizia e riqualificazione. Da quel percorso prese forma il C.s.o.a. Terra Rossa, un centro sociale che si poneva in aperta contraddizione con il modello di città neoliberale e mirava a stimolare una coscienza critica nei confronti degli equilibri di potere, tanto a livello cittadino quanto territoriale.

Il caso di studio che presento in questo contributo affonda le sue radici in questa esperienza di militanza. All’epoca, infatti, il collettivo non si limitava a offrire servizi al quartiere, ma si proponeva anche di intercettare e interpretare le problematiche e le contraddizioni del territorio salentino. Tra queste, emersero in particolare le mobilitazioni contro l’arrivo del gasdotto TAP sulle coste di San Foca e le controversie legate alla diffusione della Xylella.

All’interno del collettivo non esisteva una differenziazione rigida o una gerarchizzazione dei ruoli; tuttavia, per esigenze organizzative, alcune persone si occupavano della gestione dello stabile occupato, altre delle dinamiche cittadine e di quartiere, mentre un terzo gruppo – di cui facevo parte insieme ad altri due militanti – era incaricato di seguire le questioni territoriali e di curare le relazioni con attori sociali e politici attivi nell’area. Il nostro compito era quello di individuare bisogni, contraddizioni e problematiche emergenti, intrattenere rapporti con rappresentanti di interessi diversi e costruire reti di collaborazione.

In questo contesto, come membro del Collettivo Terra Rossa e a titolo personale, iniziai a partecipare alle riunioni del Pdu, che in quel periodo si svolgevano settimanalmente presso le Manifatture Knos di Lecce, uno spazio di partecipazione e condivisione ispirato ai valori della cittadinanza attiva. La mia esperienza di attivismo nel Pdu era dunque strettamente intrecciata con quella maturata all’interno del Terra Rossa: l’obiettivo non era soltanto comprendere le trasformazioni in atto sul territorio, ma anche porre le basi per la costruzione di un percorso politico più ampio.

La partecipazione non si limitava alle assemblee, ma comprendeva anche momenti di protesta e mobilitazione. È stato proprio in queste occasioni di azione collettiva e partecipazione diretta che ho potuto incontrare, conoscere e instaurare relazioni di fiducia e rispetto con attivisti e attiviste del Pdu, così come con osservatori esterni ed esperti coinvolti nella vicenda.

Non mi sono accostato a questo fenomeno né in veste di ricercatore né come etnografo militante, poiché all’epoca non avevo ancora maturato interessi di ricerca. L’analisi qui proposta non deriva dunque da note etnografiche raccolte sul campo, ma da una riflessione autoetnografica ex post che valorizza l’esperienza maturata in oltre due anni di militanza (Ellis 2004; Ellis et al. 2011). In linea con quanto sostenuto da Anderson (2006), esperienze di questo tipo non rappresentano soltanto il punto di partenza empirico, ma costituiscono risorse per l’elaborazione di categorie interpretative e per l’accesso a significati, informazioni e informatori che difficilmente emergerebbero attraverso un’osservazione e una partecipazione distaccata. Attraverso questo percorso, immerso nella quotidianità e nelle relazioni del gruppo, ho potuto guadagnare un capitale di fiducia che si è rivelato decisivo: esso mi ha aperto l’accesso alle dinamiche interne del movimento, mi ha consentito di intrecciare rapporti di lealtà con attivisti e osservatori privilegiati e di partecipare alla costruzione collettiva di racconti, ricordi e memorie condivise (Malinowski 1973).

Su questa base ho selezionato cinque interlocutori, ai quali ho sottoposto interviste in profondità, concepite in forma aperta e dialogica (della Porta 2010). Ho privilegiato un’impostazione riflessiva e co-costruita (Bochner, Ellis 1995; Miller, Glassner 1997), nella quale le esperienze condivise hanno contribuito a definire il senso stesso della ricerca. La mia attenzione si è rivolta non solo alle narrazioni individuali, ma anche alle pratiche collettive di resistenza e di riappropriazione epistemologica, così come alle percezioni degli attivisti riguardo al loro posizionamento geografico, economico e politico, e alle modalità attraverso cui hanno gestito il rapporto con istituzioni e autorità. Le interviste sono state raccolte tra il 2019 e il 2020 e, conformemente alle richieste di alcuni interlocutori, sono rese anonime per garantire la riservatezza e tutelarne la privacy. Il movimento del Pdu è stato fortemente represso e alcuni dei testimoni, durante quel periodo, stavano affrontando processi giudiziari. Ho adottato un campionamento intenzionale selezionando interlocutori information-rich in base al ruolo ricoperto nel movimento: due fondatori e portavoce del Pdu, un attivista del Pdu membro del gruppo di tecnici ed esperti del movimento, un osservatore esterno (contadino e membro del Forum ambiente e salute di Lecce) e un militante del collettivo Terra Rossa. Tale approccio, centrato su informatori chiave e osservatori privilegiati (Blee 2013; della Porta 2010), si colloca all’interno delle raccomandazioni sul purposive sampling (Bernard 2000; Patton, 2002), in particolare nei casi in cui l’obiettivo è approfondire la comprensione di specifici fenomeni piuttosto che produrre generalizzazioni. Per questa ragione ho optato per un campionamento omogeneo, in contrapposizione a un campionamento basato sulla massima differenziazione, privilegiando la profondità analitica rispetto all’ampiezza comparativa. Questa scelta ha inoltre evidenziato l’importanza della dimensione affettiva nella ricerca sociale, intesa non come ostacolo ma come risorsa per accedere a significati e dinamiche altrimenti difficilmente rilevabili (Bourdieu 2002; Chicchi 2023; Jasper 1998, 2011). Le interviste sono state collezionate tra aprile 2022 e gennaio 2023.

Luci e ombre: l’expertise accreditata nel caso Xylella fastidiosa

A dodici anni dal primo rilevamento e a un decennio dall’esplosione del cosiddetto “caso Xylella”, la distanza tra i fatti e la loro rappresentazione si è mantenuta costante, investendo non solo la frontiera tra scienza e politica, ma anche quella tra scienza e narrazione della scienza. Questa distorsione – che non giova né al progresso scientifico, né alla qualità dell’informazione, né alla democrazia – ha prodotto, come osserva Ciervo (2020:10), una serie di veli interpretativi che hanno reso più difficile una comprensione condivisa del fenomeno.

La rappresentazione dicotomica della vicenda, articolata secondo opposizioni semplificatrici – «buoni e cattivi», «negazionisti e dispensatori di verità», «santoni o stregoni e scienziati» – ha spesso oscurato la possibilità di affrontare criticamente alcuni elementi oggettivi e difficilmente contestabili: la presenza accertata di Xf nel Salento; il disseccamento come sintomatologia complessa, non riconducibile esclusivamente al batterio; l’esistenza di ulivi disseccati risultati negativi al patogeno e, al contrario, di piante sane e produttive risultate positive; infine, la constatazione che alcuni ulivi inizialmente disseccati, lasciati senza interventi, siano tornati a vegetare.

Come rileva Ciervo (2020), all’interno della comunità scientifica si sono delineate due posizioni principali. La prima, sostenuta dall’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Consiglio nazionale delle ricerche (Ipsp-Cnr) di Bari, attribuiva i sintomi del disseccamento rapido degli ulivi alla presenza della Xf. La seconda, invece, adottava un approccio più articolato, ritenendo che tali sintomi non fossero necessariamente imputabili al batterio, ma potessero derivare da una pluralità di cause agronomiche e biologiche: la presenza di funghi (Carlucci et al. 2013, 2015), l’abuso di prodotti chimici (Perrino 2015), o ancora la povertà del suolo legata a una ridotta attività biochimica di mineralizzazione della sostanza organica e a una carente biodiversità microbica rispetto agli oliveti sani (Giordani et al. 2019).

Se la prima prospettiva mirava all’eradicazione del batterio, indipendentemente dal suo ruolo effettivo nello sviluppo della patologia, la seconda si orientava verso una posizione più prudente e conservativa, focalizzata sulla cura e la rigenerazione delle piante colpite dal disseccamento, ipotizzando una possibile convivenza degli ulivi con il batterio e il territorio (Carlucci et al. 2016; Monteduro et al. 2015; Xiloyannis et al. 2015).

Nonostante la distanza tra queste due impostazioni, nel 2013 la Regione Puglia, con la delibera n. 2023 del 29 ottobre (Regione Puglia 2013), adottò misure di emergenza per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di Xf. Tali misure recepivano integralmente la prima delle due posizioni scientifiche emerse, pur in assenza di evidenze consolidate riguardo al batterio, alle piante ospiti, all’epidemiologia e ai vettori di trasmissione.

Questo orientamento fu percepito, da una parte della comunità scientifica e da numerosi cittadini, attivisti e portatori di interesse, come eccessivamente riduzionista e meccanicistico, oltre che opaco e contraddittorio, alimentando diffidenze e sospetti sulla legittimità delle scelte istituzionali. Le misure di contrasto al batterio furono infatti adottate sulla base dell’assunto che, allo stato delle conoscenze, non esistessero metodi certificati per il contenimento di Xf, se non l’eradicazione delle piante infette (Silletti 2015). Tale posizione risultava tuttavia in contrasto con le valutazioni dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che già nel 2013 aveva segnalato la «mancanza di esempi di eradicazione di successo» di Xf una volta insediata, a causa dell’ampia gamma di specie vegetali ospiti e di vettori di diffusione del patogeno (Efsa 2013: 25).

Due anni più tardi, un ulteriore parere scientifico dell’Efsa ribadì tale valutazione, precisando – sulla base di un’ampia revisione della letteratura – che l’eradicazione «non costituiva un’opzione di successo una volta che la malattia si fosse stabilita in un’area» (Efsa 2015a: 95).

Da questo punto di vista, la dichiarazione dello stato di emergenza, richiesta dalla Regione Puglia l’8 settembre 2014 e ottenuta il 10 febbraio 2015, sembra trovare fondamento principalmente nelle stime di diffusione della malattia avanzate solo da alcuni studiosi, poi ufficializzate dal Commissario per l’emergenza e rilanciate con enfasi dai media. Come riporta Ciervo (2019: 143):

[…] la stima (a marzo 2015) di circa un milione di piante infette, ovvero quasi un ulivo su dieci del Salento, risulta effettuata sulla base di un campione complessivo di 45.967 piante – pari a circa lo 0,46% dell’universo – e con un’incidenza di casi positivi sul numero dei campioni pari a 1,90%.

Nonostante l’esiguità del campione e l’incertezza dei dati, tali cifre furono ritenute sufficienti per giustificare la proclamazione dell’emergenza, alimentando una narrazione pubblica incentrata sull’immagine di una epidemia incontrollabile. I media, le istituzioni, una parte della classe politica, ma anche associazioni di categoria contribuirono così a costruire un immaginario collettivo dominato dalla retorica della catastrofe imminente, che rese legittimo – e apparentemente necessario – il ricorso a misure straordinarie e drastiche.

La letteratura sui frame (Snow, Benford 1992; Snow et al. 1986; Snow et al. 2014) ha ampiamente mostrato come il linguaggio, lungi dall’essere un semplice riflesso della realtà, possa costituire una vera e propria pratica di potere, capace di costruire significati, orientare comportamenti e delimitare i campi di possibilità. In questo senso, la scelta di specifiche parole e narrazioni può contribuire a definire ciò che è percepito come reale e ciò che appare socialmente e politicamente accettabile, anche quando si tratta di decisioni impopolari o contrarie al senso comune.

In questa prospettiva, Ciervo (2020: 21) ricostruisce con precisione la discrepanza tra i numeri diffusi pubblicamente e i dati effettivamente raccolti, delineando un quadro che evidenzia la costruzione discorsiva dell’emergenza e la distanza tra rappresentazione e realtà empirica:

A quanto si apprende dalla stampa, l’epidemia sarebbe avanzata a ritmo incalzante e in proporzioni esorbitanti da anno in anno passando da 1 milione di alberi infetti nel 2015 a 2 milioni nel 2017, da 10 milioni a 20 milioni nel solo 2018, da 22 milioni a 30 milioni nel 2019, in un’iperbole senza alcuna attinenza con la realtà, considerato che nella provincia di Lecce si stima una presenza di circa 10 milioni di ulivi che diventano 20 milioni con riferimento anche alle province di Brindisi e Taranto.

Al riguardo, va inoltre osservato che, da un lato, il commissario straordinario Silletti aveva dichiarato in prefettura la presenza di circa un milione di ulivi infetti nella sola provincia di Lecce (Loraweb 2015)2; dall’altro, le misure previste dal Piano da lui elaborato non erano state sottoposte né alla Valutazione di impatto ambientale, né alla Valutazione ambientale strategica, né alla Valutazione di impatto sanitario (Ciervo 2020).

Anche per questa ragione, il 18 dicembre 2015 la Procura di Lecce dispose il blocco del Piano e il sequestro delle piante già selezionate per l’eradicazione, iscrivendo lo stesso commissario straordinario tra le persone sottoposte a indagine (LeccePrima 2015)3. Le ipotesi di reato comprendevano violazioni dolose in materia ambientale, falso ideologico e falso materiale commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici.

Interrogato sugli eventi, l’allora procuratore di Lecce, Cataldo Motta, dichiarò che non solo la popolazione e i diretti interessati, ma anche l’Unione Europea era stata tratta in inganno da una rappresentazione distorta dell’emergenza Xf basata su dati impropri e sull’inesistenza di un reale nesso di causalità tra il batterio e il disseccamento delle piante (Pelagalli 2015)4.

Il sequestro fu successivamente revocato nel luglio 2016 e, negli anni seguenti, furono predisposte ulteriori misure per prevenire e contenere la diffusione del batterio Xf. Tra queste, un nuovo Piano nazionale di emergenza, approvato dalla Giunta regionale il 24 ottobre 2018 con la delibera n. 1890, che introdusse una significativa semplificazione delle procedure di abbattimento degli ulivi (Ciervo 2020).

La semplificazione riguardava sia l’aspetto diagnostico – prevedendo l’identificazione delle piante infette attraverso test di laboratorio o, nelle zone dichiarate infette, mediante semplice ispezione visiva – sia quello procedurale, poiché la notifica ai proprietari delle ingiunzioni di abbattimento veniva sostituita dalla sola pubblicazione dell’avviso sull’albo pretorio comunale (Ciervo 2020). A tali disposizioni si accompagnava inoltre l’adozione di pratiche fitosanitarie ad alto impatto sulla biodiversità, sugli equilibri ecosistemici e sulla salute dei cittadini, tra cui l’impiego di agenti chimici e la concessione di deroghe al divieto di impianto di specie ospiti nella zona infetta.

Il tutto avveniva in una cornice di incertezza radicale, ovvero in assenza di un reale studio epidemiologico, che non risultava disponibile né al momento della proclamazione dell’emergenza né negli anni successivi.

Da un punto di vista epistemologico, questa circostanza mette in luce la natura performativa della dichiarazione di emergenze stessa, che non derivava, evidentemente, da un processo di verità scientifica, ma da una decisione politica e amministrativa, dove l’incertezza scientifica non sospende ma legittima l’azione politica e dove il sapere scientifico non precede la decisione, ma la accompagna o la segue. (Jasanoff 2003; Wynne 2005). Ne risulta una forma di razionalità anticipatoria, nella quale la scienza viene invocata come fonte di autorità, ma non come base di verifica empirica. In questa prospettiva, la dichiarazione di emergenza e le conseguenti misure di eradicazione, come anche l’inquadramento, da parte dei media e dalle dichiarazioni di alcuni politici di una situazione di catastrofe (Ciervo 2015; Milazzo, Colella 2022), non si fondano su un sapere epidemiologico dimostrato, bensì come un dispositivo discorsivo che produce e giustifica l’intervento straordinario, configurandosi come un atto di governo biopolitico (Foucault 2010). Tale impostazione, come affermato anche da Lucarelli (2020), non solo solleva interrogativi sulla solidità scientifica delle decisioni assunte, ma mette in evidenza un ampio problema epistemologico: la tendenza delle istituzioni a sostituire la dimostrazione scientifica con la legittimazione tecno-politica, facendo dell’incertezza stessa una risorsa governativa e governamentale.

Ciò risulta ancori più evidente se si tiene conto dei pareri e delle valutazioni che, nel corso del tempo, altri studiosi e istituzioni scientifiche hanno fornito sull’accaduto. Ad esempio, in questa direzione va la Relazione dell’audit condotto dal 10 al 14 febbraio 2014, nell’ambito del programma di audit pianificato dall’Ufficio alimentare e veterinario (CE 2014, p.7), riporta le dichiarazioni dei ricercatori secondo cui:

Al momento, mancano gli elementi essenziali dell’epidemiologia del batterio e restano da chiarire i seguenti aspetti: le serie di piante ospiti per questo specifico ceppo, l’epidemiologia (tempi, vettori coinvolti, fattori che favoriscono/inibiscono l’infezione) o l’ampia gamma di vettori (durata e specie di ospiti preferite).

A febbraio 2014, come riportato nella relazione della Commissione Europea, restavano ancora da chiarire «i fattori essenziali riguardanti l’epidemiologia di Xf» (CE 2014: 21). Per questa ragione, l’Autorità unica del Servizio fitosanitario centrale del Mipaaf e l’autorità regionale pugliese – successivamente entrate a far parte del gruppo di esperti dell’audit – sottolineavano che «è essenziale disporre di maggiori informazioni sull’epidemiologia del batterio, per evitare che la campagna di eradicazione si riveli inefficace o possa favorire la diffusione» (CE 2014: 15). Un anno più tardi, l’Efsa (2015b: 9) ribadiva sostanzialmente la stessa posizione, rimarcando l’assenza di evidenze sulla natura endofita del batterio e sull’eventualità che esso potesse essere presente negli ulivi da lungo tempo. Su questa linea si collocano anche le analisi di Misciagna e di Scortichini e Cesari (2019). Il primo, epidemiologo e membro della task force regionale per la ricerca sul CoDiRO, ha più volte ribadito l’assenza di una reale indagine epidemiologica, osservando che, in mancanza di essa, non è possibile determinare con certezza né le cause patogene né la dinamica della malattia (Belsalento 2016)5. I secondi, in uno studio condotto a quasi sei anni dalla dichiarazione dell’emergenza, hanno confermato come gli aspetti epidemiologici del disseccamento rapido e di Xf restino tuttora ampiamente sconosciuti (Scortichini, Cesari 2019).

È in questo quadro di instabilità socio-ambientale, incertezza scientifica e controversia tecno-politica che si apre la “scatola nera” dell’expertise tecnica: le posizioni alternative a quelle ufficiali iniziano a guadagnare visibilità e legittimità pubblica, trovando nel movimento del Pdu un canale di espressione e il sostegno di ampie fasce della popolazione locale. Da qui prende forma un confronto serrato tra contro-expertise, expertise accreditata e processi di legittimazione politica.

In tale prospettiva introduco le due categorie di «cultura dell’avidità» e «cultura meridiana», non come polarità manichee, ma come strumenti analitici per leggere in profondità le logiche, le visioni del mondo e le asimmetrie di potere che strutturano i knowledge conflict. Il loro valore euristico non risiede tanto nella descrizione del caso Xf nel Salento, quanto nella possibilità di spostare l’analisi verso altri contesti analoghi, rivelando le connessioni sistemiche tra crisi ecologiche, forme di dominio economico e modelli di conoscenza in competizione per la definizione della realtà.

La cultura dell’avidita’ nel sud italia

Per comprendere appieno quello che definisco «cultura dell’avidità» farò riferimento, seppur brevemente, a quella che in letteratura è conosciuta come l’analisi dei regimi alimentari (Corrado 2018). Quest’ultima combina il concetto di «sistema-mondo» introdotto da Wallerstein e quello di «accumulazione capitalistica» formulato da Marx, con l’obiettivo di capire l’ascesa e il declino delle agricolture nazionali nella storia geopolitica del capitalismo (Friedmann, McMichael 1989; Friedmann 2009; McMichael 2016). In questa prospettiva si possono individuare tre fasi o regimi principali: quello liberale-mercantile, quello fordista e, infine, quello neoliberale. Quest’ultimo, seguendo l’analisi preliminare di Friedmann (2005), sta lasciando il posto a un quarto regime, quello aziendale-ambientale, proprio in risposta alle recenti pressioni provenienti dai movimenti ambientali e climatici.

Con riferimento allo spazio mediterraneo, la prima fase, compresa tra l’800 e la prima metà del ‘900, è stata contrassegnata da processi di contadinizzazione, commercializzazione forzata e colonialismo interno. L’espansione demografica, l’ampiamento del mercato internazionale e i progressi nei trasporti navali facilitarono l’ingresso dei grani russi, americani e argentini nel mercato europeo (Friedmann 2005). Per contrastare questa concorrenza, i paesi mediterranei concentrarono gli sforzi sulle proprie risorse ambientali e agronomiche, intensificando la produzione attraverso la diffusione di monoculture e l’adozione di criteri produttivisti. Coltivazioni seriali come uliveti, mandorleti, vitigni e agrumeti divennero elementi strutturali del paesaggio agricolo mediterraneo (Corrado 2018; Ortiz-Miranda et al. 2013).

Sul piano politico, le riforme agrarie legate ai processi di rivoluzione borghese ridefinirono la struttura della proprietà della terra, determinando espropriazioni e privatizzazioni che favorirono la formazione di una classe di piccoli produttori, spesso dipendenti da un bracciantato subalterno.

Con l’avvento del modello fordista nella metà del XX secolo, si assiste a una riorganizzazione dell’assetto agricolo trainato dal Piano Marshall, dall’implementazione della Politica agricola comune (Pac) e dai processi di integrazione europea (McMichael 2016). L’industrializzazione e l’urbanizzazione favorirono nuove forme di colonialismo interno, soprattutto nel Sud Italia, intensificando lo sfruttamento delle risorse naturali e della forza lavoro.

Nel periodo compreso tra il 1972 e il 1985, le regioni meridionali dei paesi del Sud Europa furono oggetto di un intervento strutturale che mirava a modernizzare l’agricoltura, riducendo al minimo il ruolo delle pratiche agricole tradizionali considerate arcaiche e incompatibili con il progresso economico (Pretty et al. 2006). Tale approccio modernista-colonialista puntava a sostituire le strutture sociali rurali, basate su reti di parentela, religione e affinità locale, ritenute un ostacolo allo sviluppo e alla capacità di nutrire il mondo (Bové et al. 2001; Badgley et al. 2007; McMichael 1994). L’introduzione della meccanizzazione e l’uso di input chimici trasformarono radicalmente i processi produttivi, mentre iniziavano a manifestarsi i primi fenomeni di concentrazione fondiaria. Il mercato favorì l’accaparramento delle terre attraverso strumenti finanziari, con un trasferimento progressivo delle proprietà alle multinazionali e alle grandi catene di distribuzione (Van der Ploeg et al. 2015). Questo fenomeno contribuì a una svalutazione delle culture locali, favorendo, inoltre, l’esodo delle famiglie rurali dalle campagne (McMichael, Schneider 2011).

La terza fase è segnata dall’impatto delle riforme della Pac, dai processi di neoliberalizzazione e, in particolare, dall’accentuarsi della concentrazione della proprietà fondiaria (Friedman, 2005). La riorganizzazione delle filiere agroalimentari si è articolata lungo le direttrici dell’oligopolizzazione da parte delle multinazionali, della tecnicizzazione dei processi produttivi, del global sourcing e della crescente flessibilizzazione del lavoro (Bonanno, Constance 2001; Marsden 2006). Queste trasformazioni sono state presentate come esiti inevitabili di una razionalità economica superiore, naturalizzando il carattere politico delle scelte e conferendo alle tecnologie di valutazione e alle procedure tecnico-amministrative un valore normativo. In tal modo, le decisioni politiche sono state progressivamente sottratte al confronto ideologico e alla mediazione sociale, inscrivendosi nel paradigma dell’evidence-based policy che tende a neutralizzare la dimensione conflittuale e culturale dei processi decisionali (Burnham 2001, 2017; Kettel 2008; Wood, Flinders 2014).

Un ruolo cruciale in questa trasformazione è stato svolto dalla governance internazionale e dalla denazionalizzazione degli interessi di classe neoliberali (Tilzey 2017), che hanno favorito l’integrazione dell’agricoltura nei mercati globali e consolidato la supremazia di grandi attori economici. In tale quadro, la Pac ha assunto una funzione ambivalente: se da un lato ha garantito forme di protezione agli agricoltori attraverso prezzi minimi e sussidi per la modernizzazione delle aziende (Van der Ploeg 2008), dall’altro ha contribuito all’emarginazione delle piccole imprese, meno strutturate e con minori capacità di accesso al credito e ai finanziamenti. Il risultato più evidente di questo processo è stato il passaggio da un modello agricolo contadino, fondato su una relazione metabolica tra uomo e ambiente, a un modello estrattivo, centrato sulla massimizzazione dell’appropriazione e sull’uso intensivo delle risorse naturali e del lavoro (Gago 2015). Nell’Europa meridionale, ciò ha condotto a un’agricoltura sempre più agro-industriale, caratterizzata dalla marginalizzazione dei saperi contadini considerati non scientifici, dall’intensificazione dell’uso di input meccanici e chimici e dall’inserimento dei territori rurali nelle catene agroalimentari globali, secondo una logica orientata al profitto e alla produttività fondiaria (Van der Ploeg 2010).

Questa breve ricognizione storica, seppur parziale, mostra come dietro l’apparente neutralità della tecnica e della scienza operino logiche economiche e politiche che possono determinare quali regioni debbano specializzarsi in determinate colture e sotto quali condizioni sociali, ambientali e culturali. In tali processi, l’expertise tecno-scientifica assume la funzione di un dispositivo di legittimazione che, da un lato, enfatizza i benefici delle proprie pratiche e tecnologie, e, dall’altro, costruisce la narrativa dei rischi connessi al mancato sviluppo o alla non adesione ai modelli di modernizzazione (Arancibia 2016; Bacon 2020).

Di conseguenza, chi subisce gli effetti di questi processi risulta sempre più vincolato a decisioni determinate dalle dinamiche di mercato, con una progressiva riduzione dell’autonomia nelle proprie scelte individuali e collettive. Tuttavia, una minore autonomia non implica l’assenza di agency: anche le politiche agricole e i regimi alimentari, come ogni costruzione sociale e politica, rappresentano campi di tensione in cui coesistono forze di conservazione e di trasformazione (Tarrow 2011). Se da un lato questo modello agricolo, fondato sull’integrazione verticale dei territori nelle catene agroalimentari e su una logica imprenditoriale orientata al profitto e all’ottimizzazione del rendimento terriero, ha alimentato una cultura dell’avidità in cui l’agricoltore non sempre ha piena consapevolezza delle condizioni di produzione e della disgregazione del rapporto di sostenibilità tra uomo e natura, dall’altro le molteplici crisi che attraversano la società contemporanea hanno reso più evidenti le dinamiche nascoste e gli interessi sottesi a tali strutture, stimolando la ricerca di alternative.

Tracce di cultura meridiana

Come anticipato, la crescente attenzione verso forme di conoscenza più inclusive e partecipative si inserisce in una tendenza generale che attraversa le società contemporanee (Power 2007). L’ampliamento dell’expertise e l’apertura a saperi plurali rappresentano infatti una dimensione delle nuove modalità di governo dei soggetti, in cui l’inclusione non si limita alla raccolta di informazioni da parte di attori esterni, ma implica anche un processo di trasformazione reciproca: coloro che vengono inclusi non solo contribuiscono con le proprie conoscenze e prospettive, ma incidono sui gruppi e sugli individui partecipanti, modificandone la comprensione e gli orientamenti. In questo senso, la richiesta di un allargamento della ricerca “a 360 gradi” – volta a individuare le cause del disseccamento degli ulivi e a elaborare possibili strategie di cura – e la conseguente rivendicazione di includere saperi locali, non accademici o non formalmente scientifici ma comunque riconosciuti nella pratica sociale, rappresentano la prima e fondamentale istanza del Pdu. Attraverso la rivendicazione di una contro-expertise, questo insieme eterogeneo di attori sociali ha tentato di recuperare il controllo sul territorio, sottratto alle comunità locali dalla dichiarazione di emergenza e dalla gestione commissariale che ne avevano limitato l’autonomia decisionale. Ciò si evince chiaramente dalla testimonianza di uno degli attivisti del Pdu, nonché militante storico della provincia leccese:

Quando si è iniziato a parlare di eradicazioni la gente si è fatta sentire. Qua c’è un legame sentimentale con la terra, ci sono state le occupazioni, la terra l’ha comprata il padre, il nonno e l’ha tramandata a figli e nipoti che sentono fortemente questo passaggio generazionale. C’è una concezione antica diciamo, dei Malavoglia, di Verga, della “rrobba”, che tu nasci che tuo padre ti ha lasciato un pezzo di terra e tu a tuo figlio devi lasciare n’altro pezzo di terra oltre a quello che ti ha lasciato tuo padre […] Noi siamo partiti da questa mentalità e abbiamo cercato di renderla autonoma da tutta una serie di discorsi che fanno male alla nostra terra, alla nostra economia e alla nostra quotidianità, senza mai negare il rapporto storico che ci lega con la terra. Dovevamo strutturare tutto in maniera seria, cosa che ci è riuscita pure bene fino a un certo punto, anche quando venivamo descritti dai giornali come dei santoni, degli stregoni, degli arretrati o dei complottisti. Se vai a riprendere il manifesto rivendicativo che scrivemmo c’è tutta una lista di cose che chiedevamo, ma non erano cose fuori dal mondo, o complottiste, chiedevamo semplicemente lo stop alle eradicazioni e l’allargamento della ricerca. L’ampiamento a più soggetti, non solo a Bari o a quelli accreditati.

(Intervista n.1 – militante Terra Rossa, intervista collezionata il 13-04-2023)

Oltre a evidenziare la dimensione affettiva e identitaria del legame con la terra – che trascende la logica economica e trova una potente espressione simbolica nel riferimento alla rrobba di verghiana memoria – l’intervistato ricorda come le prime mobilitazioni siano nate da una duplice rivendicazione: lo stop alle eradicazioni e l’allargamento della ricerca. Queste richieste mostrano chiaramente che il movimento non si collocava su posizioni antiscientifiche come spesso è stato rappresentato, ma proponeva un ampliamento dell’expertise, chiedendo l’inclusione di saperi locali, agronomici ed empirici – spesso non istituzionalizzati – nei processi decisionali e conoscitivi. Si tratta, dunque, di una posizione critica non verso la scienza in sé, ma verso la sua chiusura istituzionale e i suoi rapporti di potere, e che mira alla costruzione di una conoscenza più aperta, distribuita e partecipata. Il passaggio in cui l’attivista ricorda come il movimento sia stato descritto dai media come «santoni», «stregoni», «arretrati» o «complottisti» è particolarmente significativo, poiché rivela i meccanismi di delegittimazione simbolica e le strategie di neutralizzazione tipiche dei knowledge conflict, attraverso cui la conoscenza accreditata tende a riaffermare i propri confini e la propria autorità epistemica (McKie 2019).

È importante notare come questa critica non si rivolga alla scienza in sé, ma al doppio standard con cui la scienza istituzionale accredita determinate valutazioni e dati, mentre ne sottostima o esclude altri, ritenuti non conformi ai propri criteri di legittimità. Questa impostazione emerge con ancora maggiore chiarezza dalle parole di un’altra attivista del Pdu:

A settembre viene data la presenza del batterio, cioè viene detto con certezza che è il batterio xylella a far disseccare gli ulivi. Se non erro il 15 di ottobre viene dato per certo che è la xylella a far seccare gli ulivi. Si accenna ad altri fattori, però da subito partono con quel piede. Quindi noi iniziamo ad andare ai primi convegni anche per capire, perché tutta la popolazione era allarmata. I titoli dei giornali erano allarmistici e all’inizio, io onestamente non ho dormito la notte […] Si parlava di cose pazzesche, non solo il problema del disseccamento, qua c’era anche il problema della salute e in più il problema di questo batterio che è inserito in delle liste di quarantena e ciò comporta determinate misure, dall’estirpazione a non poter più piantumare quelle specie olivicole. Noi da subito abbiamo spinto, come a dire, innanzitutto qua la ricerca si deve aprire al mondo, tutti devono indagare e poter capire qual è realmente il problema e trovare delle soluzioni che non siano così invasive. E invece abbiamo trovato porte sbattute in faccia. Nessuno poteva fare ricerca se non il comitato fitosanitario regionale, chiunque in Italia o all’estero avesse voluto indagare sul problema doveva rivolgersi a loro, ma tutti quelli che ci provavano ci dicevano: ‘io ho mandato la richiesta ma non ho ottenuto mai nessuna risposta’.

(Intervista n2. – portavoce Popolo degli ulivi, intervista collezionata il 09-06-2022)

L’intervistata descrive con chiarezza il monopolio conoscitivo esercitato dal Comitato fitosanitario regionale, richiamando i tentativi – intrapresi da diversi soggetti – di ampliare la ricerca e favorire una maggiore circolazione del sapere. L’affermazione «la ricerca si deve aprire al mondo, tutti devono indagare e poter capire qual è realmente il problema» esprime un atteggiamento riflessivo e critico, volto a problematizzare il fenomeno piuttosto che a polarizzarlo. Queste parole, che provengono da una delle fondatrici e portavoce del movimento, assumono un valore che va oltre la testimonianza individuale: esse formulano una vera e propria rivendicazione epistemica democratica del Pdu. L’attivista sollecita una visione della conoscenza come processo collettivo, aperto, trasparente e responsabile, rifiutando l’idea di un sapere concentrato e accentrato in mani istituzionali ma senza opporre in modo gerarchico il sapere locale a quello scientificamente accreditato.

Fin dalle prime fasi della mobilitazione, le questioni legate alla produzione e alla legittimazione del sapere non hanno rappresentato un aspetto marginale o occasionale, ma la vera arena del conflitto. L’expertise – lungi dall’essere evocata in modo episodico – è divenuta una risorsa strategica, un terreno di confronto e uno strumento di azione politica attraverso cui i challengers hanno cercato di ridefinire i confini della conoscenza legittima. A questo proposito, risulta particolarmente significativo il racconto della traiettoria di coinvolgimento di uno degli attivisti del Pdu, successivamente entrato a far parte del gruppo di lavoro incaricato di raccogliere informazioni e dati sulla diffusione del fenomeno e sul suo inquadramento scientifico, con l’obiettivo di elaborare forme di contro-expertise.

Io mi sono avvicinato alla questione della Xylella nel 2012-2013 ma non se ne sapeva molto all’epoca, poi quando si cominciò a parlare dei primi abbattimenti, già nella zona di Trepuzzi, Sternatia, Gallipoli, scrissi un articolo per una rivista giuridica con cui collaboravo ed ebbe un discreto successo e grazie a questo articolo poi conobbi gli organizzatori del movimento. Io già in quell’articolo registravo l’indisponibilità da parte di alcune istituzioni ad allargare la ricerca e uno strano orientamento dell’Unione Europea, che si basava su tutto quello che dicevano sostanzialmente tre soggetti: il CNR di Bari, l’Istituto fitosanitario regionale e l’Istituto Europeo per la protezione degli alberi se non sbaglio. Fatto sta che tutte le ordinanze recepite dalla Regione Puglia arrivano da questi tre soggetti e la teoria ufficiale sposata da questi soggetti, soprattutto quella del CNR di Bari è che la xylella è stata importata dal Costa Rica tramite delle piante di caffè, perché la xylella fastidiosa colpisce gli agrumi e la vite, cioè in america ci sono tutta una serie di studi scientifici che dimostra che colpisce queste due varietà e provoca dei disseccamenti rapidi e anomali, ma non provoca disseccamenti in altre varietà. Allora loro dicono, la xylella è stata importata dal Costa Rica, è arrivata a Gallipoli, o meglio è arrivata tramite i soliti commerci, le solite tratte dei commerci, ecc… Ma Gallipoli perché? Perché a Gallipoli c’è un’attività molto sviluppata di vivai? quindi ci sono tantissimi vivai e molto probabilmente in uno di quei vivai la xylella si è diffusa e poi si è diffusa nel tutto il Salento? Ma uno si chiede ma come mai se queste piante di caffè sono infette dalla xylella e sono state diffuse in tutta Europa, solo nel Salento si è creata sta’ situazione? In teoria la xylella dovrebbe esser diffusa ovunque. Perché l’Europa ha chiesto a tutti i paesi di fare delle analisi e i paesi hanno risposto noi non ce l’abbiamo e ce l’abbiamo solo in Italia, solo noi nel Salento? Quindi è strana sta’ cosa. Poi gli studi scientifici hanno evidenziato che colpisce gli agrumi e la vita ma non gli ulivi. Il CNR di Bari ha risposto dicendo che è xylella ma un ceppo diverso, un ceppo che si è evoluto, ceppo “CoDiRO” e hanno dato il nome del ceppo al nome del complesso di disseccamento, dicendo che questa colpisce gli ulivi, ma non hanno mai prodotto dei test scientifici per dimostrarlo. Insomma, veli su veli, contraddizioni, opacità e tutto questo ci ha spinto a mobilitarci e a far conoscere alle persone studi alternativi, diversi e ad andare oltre il sapere accreditato.

(Intervista n3. – attivista Popolo degli ulivi, intervista collezionata il 18-11-2022)

La testimonianza di questo attivista mostra come, in molti casi, la dimensione cognitiva preceda e alimenti l’impegno politico. L’intervistato racconta infatti come il suo iniziale interesse, di natura tecnica e giuridica, si sia progressivamente trasformato in consapevolezza dell’asimmetria informativa e della chiusura istituzionale del sapere, due elementi centrali nei knowledge conflict. Questa percezione di esclusione epistemica, se da un lato alimenta la sfiducia verso la cosiddetta scienza ufficiale, dall’altro rafforza la domanda di contro-expertise, intesa non come rifiuto della scienza, bensì come richiesta di pluralismo cognitivo e trasparenza decisionale. L’attivista, inoltre, pur sottolineando la mancanza di prove sperimentali solide e denunciando contraddizioni e opacità nella gestione delle informazioni, non propone un sapere alternativo di tipo dogmatico, ma mostra come la certezza scientifica sia un prodotto contingente, situato e quindi potenzialmente contestabile.

Spostando l’attenzione verso osservatori esterni, vicini al Pdu ma non direttamente inseriti nelle dinamiche e razionalità del movimento, risulta interessante richiamare le parole di un contadino e noto ambientalista leccese, che invita a collocare la vicenda in un orizzonte più ampio e sistemico:

[…] intanto dico che affrontare nella complessità il problema del disseccamento dobbiamo evitare approcci riduzionistici in un senso o nell’altro; quindi, o scivolare nel piano del complotto o del progetto/complotto ed evitare anche l’appiattimento sulla scienza ufficiale, monolitica, non per avere una visione intermedia, ma per evitare che appunto, se accetti una strada e quell’accettazione di impedisce di vedere l’altra. Quando il processo dell’essiccamento è stata una cosa, dal mio punto di vista, complessa, complicata, intricata, contraddittoria anche per certi versi. Io sono pronto a sostenere che si tratti più di un processo che di un progetto, un processo che implica e chiama in ballo responsabilità sociali, politiche, responsabilità internazionali, assenza di monitoraggio del territorio, interessi pure. Quindi, responsabilità che attraversano un po’ tutti, anche se non allo stesso modo […] cosa voglio dire? Cioè quando nel 2007, secondo alcuni insomma, sono stati dati i primi allarmi sul disseccamento a Gallipoli, non c’è stata una risposta immediata, sollecita, attenta da parte degli enti di ricerca insomma no? E anche da parte delle istituzioni politiche. Cioè di fronte a un allarme del genere, un disseccamento inedito, inusuale, non era comprensibile all’interno delle tradizionali patologie dell’ulivo, i ricercatori hanno brancolato nel buio, non hanno dato risposte o hanno dato risposte tranquillizzanti e i politici sono stati assenti. Ma questo voglio dire avveniva dal 2007, dal 2008, ma prima in gran parte del Salento, i processi di disseccamento erano stati sostanzialmente ignorati dagli stessi contadini, perché ai contadini cosa interessava? Prendere l’integrazione. O produci o non produci olio, ora non ricordo a partire da quali anni, perché la logica dell’integrazione è cambiata, però o produci o non produci olive l’integrazione era sempre la stessa, era calibrata sostanzialmente sulla media delle olive prodotte non so di quale anno che faceva testo sul numero totale degli alberi. Quindi c’erano dei criteri che si erano consolidati per cui si prendeva l’integrazione a prescindere se si prendevano le olive, e uno diceva: perché devo potare? Perché devo togliere il secco? Lo lascio, poi poto tra 4/5 anni. Cadono le olive e per raccoglierle al meglio metto il diserbante per togliere l’erba. Ecco, diciamo, la pratica delle buone pratiche, l’esecuzione delle buone pratiche era la condizione per avere il contributo. Però nessuno controllava che queste pratiche venissero effettivamente svolte, quindi se uno non avesse potato avrebbe saputo di non essere sottoposto all’esclusione dal contributo, di non essere, come dire, danneggiato, quindi si pota una volta ogni tanto, se vedo il secco lo lascio. Posso pure non passare nei campi, lascio i campi con l’erba, poi se si bruciano fa niente. Quindi diciamo un monitoraggio assente, un abbandono dei campi, o un intervento abbastanza violento e veloce come quello del diserbo. Ecco, una volta l’anno diserbo e sto tranquillo, non si brucia niente, poi se si secca pazienza. Ovviamente, se seccava qualcosa uno diceva dipende dal diserbante. Quindi, questa situazione di degrado sociale, ambientale, di superficialità, di opportunismo, di abbandono delle buone pratiche, chiaramente il disseccamento manifestatosi già nel 2006/2007 da un lato ha allarmato però dall’altro lato è stato minimizzato, ad ogni livello.

(Intervista n.4 – Attivista Forum ambiente e salute Lecce, intervista collezionata il 15-01-2023)

Le osservazioni di questo testimone risultano interessanti in quanto provenienti da una posizione di prossimità ma non di appartenenza al movimento. La sua prospettiva, critica ma autonoma, consente una lettura più articolata e multilivello del fenomeno del disseccamento. La sua riflessione mette in luce una responsabilità sistemica – legata al mancato monitoraggio, all’inerzia istituzionale e alla perdita di cura del territorio – e una responsabilità diffusa che tipizza il territorio e investe anche i contadini e la distorsione prodotta dagli incentivi della Pac, ovvero da quell’insieme di dinamiche e processi che in precedenza ho descritto come «cultura dell’avidità». In questa prospettiva, la Xf non è la causa unica ma il sintomo di un degrado socio-ecologico accumulato nel tempo. L’intervista incarna così una visione molto vicina a quella dell’ecologia-mondo (Moore 2015) rivelando come la crisi, al di là della sua specificità, sia il prodotto di un sistema di relazioni, poteri e saperi che richiede uno sguardo critico capace di superare tanto la chiusura epistemica della scienza istituzionale quanto l’anti-intellettualismo dei discorsi reattivi.

L’ultimo stralcio di intervista che porto all’attenzione è quello di un portavoce del movimento, agricoltore e fondatore di Spazi popolari, una delle prime associazioni salentine ad aver promosso un modello di alternativa a quella dominante, fondato sui principi dell’agroecologia e sulla riscoperta delle buone pratiche di cura e manutenzione della terra. La sua testimonianza incarna quel sapere pratico e situato che istituzioni, parte della classe politica e media hanno spesso tentato di delegittimare o marginalizzare, attraverso dispositivi discorsivi di etichettamento e ridicolizzazione:

Già prima che nascesse Spazi popolari io cercavo di diffondere l’agroecologia, cercavo di far capire che se noi mangiamo sano e ci sono i modi e le tecniche per produrre sano e un costo popolare, dove il cibo è buono per tutti e non solo per l’élite, abbassiamo non solo i rischi ecologici ma anche la spesa sanitaria. Quando ho iniziato a fare ‘sti discorsi, facevo ancora agricoltura chimica. All’epoca non c’era il modo per cambiare, non c’erano corsi, non c’erano scuole, non c’era niente. Si sentiva solo una campana ed era quella della chimica […] abbiamo distrutto il suolo e l’abbiamo anche abbandonato, perché se butti i diserbanti fanno tutto loro, non devi stare lì a controllare, a prenderti cura, tutte ‘ste cose si so perse, la cultura e il rispetto della terra proprio si è perso. Quindi, quando è scoppiata la questione della Xylella, abbiamo pensato di ripartire proprio da là, dalla cura della terra, dal tornare nei campi come si deve. All’epoca si diceva che la xylella era stata importata dai vivai, poi hanno iniziato a rompere le palle con la sputacchina. Nel 2014 noi con l’associazione Spazi Popolari, il popolo degli Ulivi ancora non c’era, noi dicevamo che bisogna guardare tutto il sistema, dobbiamo vedere tutto olisticamente, dobbiamo vedere cosa è successo a 360 gradi. La mia prima idea da operatore del settore che sto da una vita sugli alberi di ulivo, era quella di integrare le conoscenze dell’agricoltura organico-rigenerativa con i saperi nostri quelli dei nostri nonni dei vecchi maestri potatori. Ma nessuno ci ha cacato e quando l’hanno fatto ci hanno dato dei santoni e tutte quelle cose là che scrivevano sui giornali. Ma tu non puoi sottovalutare quei saperi che hanno portato a noi alberi di migliaia di anni, tu non puoi dire che i nostri nonni non capivano un cazzo. Quindi, prendiamo esempio dalla storia nostra, che è la cosa più bella. Non è che dico che tutto quello che facevano prima era buono, però prendiamo il meglio di quello. Quindi ho cercato attraverso il lavoro delle potature di sensibilizzare le persone per far capire che non c’è bisogno di spendere soldi, basta fare due, tre trattamenti con prodotti che non costano niente, la calce, lu rame, lu solfato di ferro. Inizialmente diamo questi, perché è come un malato di tumore, quando uno è malato di tumore la chemioterapia tocca cu te la faci, poi dopo magari stai attento, pensi all’intestino, pensi a quello che mangi, cu stai attento. E la stessa cosa è il sistema pianta.

(Intervista n.5 – portavoce del Popolo degli ulivi, intervista collezionata il 07-04-2022)

La posizione di questo intervistato aiuta a definire non solo le caratteristiche tipiche dei knowledge conflicts, ma anche l’importanza della capacità individuale e collettiva di articolare rivendicazioni sui saperi all’interno dei conflitti. Da un lato, mette in evidenza l’importanza del riconoscimento dei saperi situati e pratici, radicati nell’esperienza diretta, nella conoscenza locale e nelle tradizioni specifiche dei territori; dall’altro, denuncia i processi di marginalizzazione e le strategie di esclusione attraverso cui istituzioni, scienza accreditata e media tendono a delegittimare tali forme di conoscenza, etichettandole come arretrate, irrazionali o antiscientifiche. Il suo racconto mostra inoltre come la vicenda della Xf abbia funzionato da catalizzatore per una riflessione più ampia sulla perdita della «cultura della terra» e sull’abbandono delle buone pratiche contadine, sostituite da un’agricoltura chimica e meccanizzata che ha interrotto il legame metabolico tra uomo e ambiente.

In questa prospettiva, l’attivista identifica nella rigenerazione del suolo e nel recupero dei saperi intergenerazionali non un nostalgico ritorno al passato, ma una forma di innovazione radicata, capace di rispondere a quelli che egli interpreta come i fallimenti del paradigma produttivista e alle contraddizioni della modernizzazione agricola. La sua idea di contro-expertise si fonda sul dialogo anziché sull’isolamento, promuovendo un rapporto orizzontale tra conoscenze tradizionali e pratiche scientifiche aperte, olistiche e collaborative, in contrasto con la verticalità, l’autorità epistemica della scienza istituzionalizzata e il monopolio cognitivo esercitato da quest’ultima.

Infine, la metafora del «malato di tumore» rivela una visione umanizzata degli ulivi: essi non sono ridotti a entità biologiche da gestire, ma percepiti come parte di una comunità vivente. La cura, in questa prospettiva, non coincide con l’eliminazione del sintomo (il batterio), bensì con il riequilibrio complessivo del sistema ecologico e relazionale.

Riflessioni conclusive

In questo saggio ho proposto due lenti analitiche – cultura dell’avidità e cultura meridiana – per leggere il conflitto innescato dal caso Xf nel Salento e dalla successiva mobilitazione del Pdu. Più che categorie sostantive, considero la «cultura dell’avidità» e la «cultura meridiana» come tipi ideali, utili a mettere a fuoco logiche, pratiche e dispositivi di potere che si fronteggiano quando l’expertise viene contesa nello spazio pubblico.

Sulla base delle tendenze emerse dall’analisi, la «cultura dell’avidità» si caratterizza per una marcata verticalità decisionale, una chiusura epistemica e una razionalità di tipo emergenziale, che tende a naturalizzare soluzioni tecniche presentate come inevitabili, esternalizzando al contempo i costi socio-ecologici. A questo quadro si accompagna un uso performativo delle evidence per legittimare interventi straordinari e processi di deterritorializzazione.

La «cultura meridiana», al contrario, valorizza la relazionalità e la cura, i saperi situati e l’orizzontalità, promuovendo la co-produzione e il pluralismo cognitivo, insieme a una temporalità lunga che mira a ricomporre la dimensione ecologica, economica e culturale. Il valore euristico delle due categorie risiede nella loro trasferibilità oltre il caso Xf. Queste categorie possono funzionare come una griglia analitica utile a mappare conflitti in cui le rivendicazioni sull’expertise e sulla presunta superiorità epistemica non hanno un ruolo accessorio, ma risultano decisive nel definire, orientare e alimentare il conflitto stesso, attivando meccanismi di mobilitazione e politicizzazione. Ciò vale tanto per i micro-conflitti legati all’installazione di impianti fotovoltaici o eolici, quanto per le grandi opere percepite come inique e inquinanti, fino ad arrivare alle crisi fitosanitarie ed epidemiche.

Per esplorare queste ipotesi servono disegni comparativi e metodi capaci di seguire “chi fa cosa con quale conoscenza”, come ad esempio, process tracing su decisioni chiave; analisi dei network discorsivi tra media, istituzioni e movimenti; mappature delle infrastrutture conoscitive (banche dati, laboratori, comitati); studi di pratica su cantieri, campi prova, assemblee; audit partecipati dei dataset tecnico-scientifici.

Sul piano normativo, le due categorie aiutano a distinguere inclusione “di facciata” da inclusione effettiva. Una agenda di ricerca applicata potrebbe testare protocolli di co-produzione – come l’apertura dei protocolli diagnostici, la validazione incrociata tra metodi e il doppio binario tra pratiche dell’urgenza e pratiche della manutenzione e cura – valutandone gli effetti in termini di riduzione del conflitto, qualità delle decisioni, impatti eco-sociali e fiducia pubblica.

I limiti di questo lavoro sono evidenti: si tratta di un caso singolo, ricostruito con approccio retrospettivo e campione intenzionale. Non ambisce dunque a generalizzazioni forti, ma offre un vocabolario operativo e tracce di meccanismi.

Ritengo, inoltre, che la capacità trasformativa di esperienze come quella del Pdu non possa esaurirsi alla produzione di contro-narrazioni. Come sottolinea Ochieng Okoth (2024) la trasformazione strutturale dei rapporti di potere richiede interventi concreti anche sul piano economico e istituzionale, nonché strategie capaci di costruire un’autonomia politica ed epistemologica duratura. In assenza di tale trasformazione strutturale, il rischio è quello di scivolare in un particolarismo romantico, ovvero nella celebrazione acritica di epistemologiche e culture oppresse, senza affrontare le condizioni materiali della loro subalternità (Gilmore 1993).

In questo senso, il caso del Pdu rappresenta un’importante lezione sul potenziale e sui limiti della resistenza alle logiche dominanti, evidenziando la necessità di un pensiero critico capace di connettere l’azione locale a una visione più ampia delle dinamiche globali di sfruttamento e resistenza. Riconosco quindi che la sfida è anzitutto teorica: verificare dove le due culture coesistano, si ibridino o si trasformino e comprendere se, in determinati contesti, la «cultura meridiana» possa evolvere in un principio progettuale per politiche della terra fondate su prova, prudenza e pluralismo.

In sintesi, entrambe le categorie non servono a stabilire chi ha ragione, ma a mostrare come attori sociali e istituzioni pensano, agiscono e negoziano quando il sapere è conteso. La loro utilità analitica risiede nella capacità di rendere visibili le scelte implicite – su cosa contare, chi ascoltare, quali tempi adottare – e di suggerire nuove domande verificabili sulle condizioni, gli strumenti e le conseguenze di un diverso patto tra scienza, politica e territori.

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2 Loraweb (2015), Un milione di ulivi salentini malati di Xylella, in «Loraweb», 04.03.2015, https://www.lorasalento.it/2015/03/04/esplora-il-significato-del-termine-un-milione-di-ulivi-salentini-malati-la-xylella-colpisce-il-10-delle-pianteun-milione-di-ulivi-salentini-malati-la-xylella-colpisce-il-10-delle-piante/.

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