Monographic Section

L’estrattivismo tra violenza sistemica, dinamiche neocoloniali e danni ambientali. Prospettive teoriche e di ricerca-azione

Thomas Aureliani

Università degli Studi di Milano, Italia

Email: thomas.aureliani@unimi.it

Abstract. The paper examines the phenomenon of extractivism from a theoretical-critical perspective, highlighting its environmental impacts, the forms of violence associated with it, and the neocolonial dynamics of domination and exploitation, with a particular focus on Latin America. By drawing on Southern green criminology perspective, the contribution emphasizes the importance of decolonizing knowledge and promoting socio-criminological research that amplifies the epistemologies of the Global South. It advocates for a critical reflection on the need to foster participatory action research that is closely aligned with marginalized and subaltern communities, which bear the most severe consequences of extractivism and, more broadly, of the contemporary ecological crisis.

Keywords: extractivism, environment, violence, Southern green criminology, action-research.

Index

Introduzione

La southern green criminology e le epistemologie del sud

Estrattivismo: definizione e sviluppo di un concetto latino-americano

L’origine coloniale

L’estensione delle frontiere dell’estrattivismo

La violenza dell’estrattivismo e i danni ambientali

L’estrattivismo come forma di violenza sistemica

Tra repressione e violenza lenta

Conflitti, attivismo e ricerca-azione

Green criminological activism

Valorizzazione del sapere «non esperto» e prospettive di ricerca-azione

Conclusioni

Riferimenti bibliografici

Introduzione

L’attuale crisi ecologica si manifesta attraverso un insieme di fenomeni distruttivi per l’ambiente, gli esseri viventi umani e non umani che alimentano le ingiustizie ambientali e le diseguaglianze sociali, ampliando la forbice tra Nord e Sud globale1. In particolare, i processi legati all’estrazione massiva delle risorse naturali – il c.d. estrattivismo – e alle attività a esso collegate si configurano oggi come altamente dannosi per le matrici ambientali, gli animali e per le comunità di scarto (Armiero 2021) che risiedono su tali territori «sacrificati», spesso già discriminate e marginalizzate come quelle indigene, afrodiscendenti o contadine.

Una delle prospettive che mira a studiare tali fenomeni dal punto di vista socio-criminologico è la green criminology, un campo di indagine che pone al centro lo studio dei crimini, dei danni e dei disastri ambientali così come delle varie forme di ingiustizia relazionate all’ambiente, alle specie animali e al pianeta. Gli studiosi e le studiose che si pongono in questa tradizione, specialmente originari del Sud globale, hanno da diversi anni evidenziato la necessità di «meridionalizzare» la criminologia verde attraverso una decolonizzazione del sapere che possa trattare tali fenomeni da una prospettiva diversa da quella occidentale, eurocentrica e anglofona. E che ponga al centro le vittime della violenza ambientale, le asimmetrie del potere, la responsabilità del Nord globale e dunque del colonialismo vecchio e nuovo nella perpetuazione delle discriminazioni e delle disuguaglianze ambientali che si materializzano (anche) attraverso le attività estrattive (Goyes 2023). Tali studiosi e studiose optano per una scienza socio-criminologica che collochi in rilievo le «epistemologie del sud» (de Sousa Santos 20142), ovvero le conoscenze e le modalità con le quali viene prodotto il sapere dal Sud globale, quest’ultimo concepito non solo nella sua accezione geografica ed economica ma metaforicamente collocato in quei luoghi dove abitano i marginalizzati, gli oppressi e i subalterni. Tale prospettiva, che ha preso il nome di Southern green criminology, deve molto ai rilievi proposti dal pensiero decoloniale e postcoloniale, dalla Southern theory e, più nello specifico, dalla tradizione legata alla Southern criminology (Connell 2007; Carrington et al. 2016; Goyes 2016). In linea con questa particolare postura, l’obiettivo del presente lavoro è quello di riflettere sul concetto e sul fenomeno dell’estrattivismo da un punto di vista teorico-metodologico, mettendo in risalto gli aspetti legati ai danni ambientali, alle forme di violenza e alle dinamiche neocoloniali di dominio e sfruttamento dalla particolare prospettiva dell’America latina, la macroregione americana che lo ha visto concettualizzare per prima nonché il luogo in cui esso è stato, ed è tuttora, praticato in forme molto aggressive. In tal senso, si vuole proporre una definizione quanto più ampia e approfondita possibile di estrattivismo, soprattutto a partire dall’elaborazione teorica ed empirica di alcuni studiosi latinoamericani. Attraverso la Southern green criminology, di cui verranno descritti i fondamenti e la particolare attenzione che riserva alle forme non criminalizzate di danno ambientale, si concepisce l’estrattivismo come la massima espressione della voracità del tardo capitalismo odierno – da taluni chiamato, per l’appunto, capitalismo-estrattivista – e come l’archetipo di «crimine ambientale (neo)coloniale». Con questa espressione si vuole enfatizzare da una parte la distruzione e il saccheggio ambientale provocati dall’estrattivismo, con annesse le conseguenze sociali, economiche e sanitarie che colpiscono le comunità, mentre dall’altra, con il termine «(neo)coloniale» si sottolinea la spinta odierna dell’estrattivismo verso la riproduzione di logiche, dinamiche e meccanismi violenti tipici del colonialismo come la rapina, la spoliazione, lo sfruttamento, lo sfollamento e la marginalizzazione dei popoli nativi. Tale espressione è utilizzata esclusivamente per porre l’attenzione su determinate caratteristiche del fenomeno e non intende sostituire termini affini come ecocidio o state-corporate crime: in molti casi l’estrattivismo può essere considerato una forma di ecocidio3 (cioè un insieme di azioni volte alla distruzione consapevole dell’ambiente) così come una forma di state-corporate crime (perché provoca danni ambientali e sociali attraverso l’agire collaborativo tra potere politico-istituzionale ed economico-imprenditoriale). A seguito dei paragrafi dedicati alla sua concettualizzazione e alla violenza che caratterizza l’estrattivismo, con particolare attenzione a quella «lenta» tipica dei crimini ambientali, l’articolo si chiude prospettando le potenzialità e le difficoltà di una ricerca-azione sviluppata in tali contesti. Si propone, in tal senso, una riflessione sulla necessità di concepire la ricerca socio-criminologica in campo ambientale politicamente declinata e maggiormente vicina alle esigenze e alle rivendicazioni delle comunità che subiscono le conseguenze dell’estrattivismo, provando contribuire al dibattitto epistemologico e metodologico in merito alla necessità di incentivare la sviluppo di conoscenze, saperi, metodi e tecniche di ricerca alternativi, ma comunque dialoganti e non escludenti a quelli prodotti nel (e dal) Nord globale.

La southern green criminology e le epistemologie del sud

La green criminology è qui ritenuta una prospettiva di studio e ricerca particolarmente proficua per inquadrare il fenomeno dell’estrattivismo perché concentra i suoi sforzi nel fare luce sulle condotte distruttive per l’ambiente che hanno natura formalmente legale, perpetrate da attori dotati di potere (soprattutto stato e imprese, ma anche cittadini comuni o attori non-statali come le organizzazioni criminali) e che sono direttamente collegate al modo di produzione capitalistico (Brisman, South 2020; Lynch, Long 2022).

Nella prospettiva «del Sud», la green criminology compie un ulteriore passo, posizionandosi in linea con il pensiero decoloniale4. Il criminologo colombiano David Rodriguez Goyes (2023), colui che ha stimolato negli ultimi anni il dibattito in questo campo, concepisce la Southern green criminology come un quadro di riferimento per lo studio sociologico e criminologico dei crimini, dei danni e dei conflitti ambientali che si focalizza sulle eredità della colonizzazione, sulle divisioni Nord-Sud e centro-periferia, sui contributi epistemologici degli emarginati, dei poveri e degli oppressi e sui contesti territoriali (e metaforici) del Sud globale. Le diseguaglianze e le asimmetrie di potere tra Nord e Sud sono dunque presentate come i key drivers, i fattori decisivi che alimentano i crimini e i conflitti ambientali. Si ripropongono in ottica ecologica anche i concetti di «centro» e «periferia» offerti dall’analisi del sistema-mondo di Wallerstein (2004). I paesi del «centro» hanno il quasi-monopolio sulle istituzioni finanziarie, sui media, sui sistemi di comunicazione, sulle tecnologie e sul sapere, mentre i paesi periferici generano materie prime e forniscono forza lavoro «non qualificata» ai paesi del centro. Dal punto di vista ecologico tale asimmetria si è tradotta in flussi di risorse naturali ed energetiche (legname, minerali, idrocarburi…) che seguono una direttrice che dalle periferie finisce al centro. Direzione opposta seguono invece, in linea generale ma con le dovute eccezioni, i flussi di rifiuti più o meno pericolosi che dai paesi da Nord finiscono nei paesi del Sud (Unep 2018). La Southern green criminology interpreta tali tendenze come una riproposizione delle dinamiche coloniali e si apre così alla critica decoloniale. L’incontro con il pensiero decoloniale trova sua massima espressione nel discorso sulle asimmetrie di potere (tra Nord e Sud) ma anche sull’epistemologia. Riprendendo le riflessioni del sociologo peruviano Aníbal Quijano (1992), la Southern green criminology fa proprio il concetto di «colonialità» del potere e della conoscenza, intesa come quella logica che vive ancora oggi di oppressione, sfruttamento e dominio culturale su cui l’Europa prima e l’Occidente poi hanno costruito la modernità e le loro relazioni con l’altro. Si vedrà successivamente come una delle principali manifestazioni della colonialità sia proprio l’estrattivismo, favorito dalla capacità delle élite politico-economiche e culturali occidentali di occultare le conseguenze distruttive del suo sviluppo. Alla colonialità della conoscenza – che configura un sapere esclusivo ed escludente del Nord globale – si oppongono perciò le varie epistemologie del Sud: cioè le pratiche, i saperi e modi di conoscere delle popolazioni subalterne e marginalizzate di cui occorre sostenere e illuminare il percorso, favorendone la diffusione. La Southern green criminology recupera queste idee e mette a fuoco i processi di discriminazione e vittimizzazione ambientale (Goyes 2023), costruendo e impostando ricerche con le comunità afflitte dal danno ambientale e valorizzando il loro sapere (Altopiedi 2022). La critica è perciò rivolta al modo di costruzione della conoscenza del Nord globale soprattutto anglofono, – dove risiede circa il 90% delle riviste, delle università e delle risorse per fare ricerca nel mondo (Connell 2007) – che promuovendo e incentivando l’utilizzo della lingua inglese e le teorie e i metodi della scienza occidentale esclude una parte consistente della produzione di sapere mondiale, specialmente quello subalterno, indigeno o contadino. Tuttavia, questo approccio non cerca di costruire un sapere che elimini o rifiuti in toto quello proveniente dal Nord. Come sottolinea Goyes (2021) è necessario superare le barriere imposte dal colonialismo che impediscono la generazione di un sapere multiculturale: la Southern green criminology vuole così combinare il sapere occidentale con epistemologie alternative in un processo in cui 1) si riconoscono le tracce distintive delle logiche coloniali; 2) la ricerca è guidata dalla conoscenza delle vittime; 3) la teoria e i concetti occidentali sono influenzati dalla conoscenza, dalle realtà, dalle teorie e dalle comprensioni del Sud. Nel tentativo di decolonizzare il sapere in campo socio-criminologico ambientale, questa prospettiva pone in risalto anche la lunga tradizione di studi criminologici «green» da parte di una nutrita schiera di studiosi e studiose del Sud globale, soprattutto latinoamericani (Goyes, South 2017; Goyes 2023). Anni prima della riflessione «anglofona» che ha inaugurato la tradizione della green criminology (Lynch 1990), essi avevano già prodotto studi e ricerche critiche sull’ingiustizia ambientale, sulla distruzione ecologica, sulla vittimizzazione e i crimini ambientali in un’ottica che definiremmo oggi decoloniale5.

Infine, la Southern green criminology si colloca nel solco del dibattito cresciuto nell’alveo della più generale Southern criminology (Carrington et al. 2016), un campo di riflessione che muove una critica profonda alla criminologia eurocentrica e occidentale, concentrando le sue attenzioni sulla produzione gerarchica della conoscenza criminologica che privilegia le teorie e i metodi basati sulle specificità del Nord globale, amplificandone il «pensiero metropolitano» (Connell 2007). Come evidenziano Carrington e colleghi (2016), il core della ricerca criminologica è da sempre stato prevalentemente lo stato-nazione pacificato, i crimini e i meccanismi del controllo sociale presenti al suo interno, tralasciando (o lasciando ad altre discipline) lo studio del ruolo della violenza di stato nella costruzione delle nazioni e l’espansione del colonialismo nel Sud globale, trascurando i fenomeni di violenza e crimini contemporanei come i conflitti armati, i crimini ambientali perpetrati dallo stato e dalle imprese, le guerre alla droga, le pulizie etniche e la distruzione delle popolazioni indigene.

Meridionalizzare la criminologia significa dunque 1) mettere in discussione i modelli lineari di progresso e le costruzioni colonialiste della giustizia utilizzati nella disciplina per etichettare altri sistemi giudiziari come arretrati, esotici o primitivi, e 2) contestare le teorie criminologiche che cancellano l’eredità storica del colonialismo, della schiavitù e della disuguaglianza globale (Carrington 2021). Come progetto teorico, la prospettiva Southern della criminologia cerca di riorientare e correggere i pregiudizi egemonici, per ampliare il repertorio delle conoscenze criminologiche oltre lo sguardo del Nord (ibidem).

Adottare dunque questa prospettiva ci consente di analizzare più consapevolmente il fenomeno dell’estrattivismo.

Estrattivismo: definizione e sviluppo di un concetto latino-americano

L’origine coloniale

Il concetto di «estrattivismo» (extractivismo in spagnolo) nasce intrinsecamente legato alla storia coloniale e neocoloniale dell’America latina ed è utilizzato, nella sua interpretazione più comune, per descrivere l’insieme dei processi di estrazione e appropriazione massiva delle risorse naturali finalizzati all’esportazione di materie prime che impattano profondamente sugli ecosistemi naturali e sulle comunità umane (Durante et al. 2021; Gudynas 2015, 2018; Svampa 2012, 2019). Sebbene il dibattito accademico sull’estrattivismo sia piuttosto nuovo – si avvia alla fine del XX secolo tra le scienze politiche, sociali ed economiche soprattutto in ambito latino-americano – le dinamiche e le strutture dell’estrattivismo come paradigma possono essere ricondotte alla depredazione e allo sfruttamento delle risorse e del lavoro in epoca coloniale (Kröger et al. 2021; Durante et al. 2021)6. L’emergere dell’economia mondiale globalizzata - in gran parte definita dal capitalismo - la conquista e la colonizzazione delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia hanno reso queste regioni fonti di risorse naturali e umane per soddisfare la crescente domanda di produzione e consumo da parte dell’Occidente. Specialmente dalla seconda metà del ‘900 la spinta estrattivista è diventata sempre più diffusa, violenta e globale in termini di scala e ritmo, richiamando l’interesse di studiosi e studiose del Sud globale, specialmente latinoamericani, e di diversa estrazione disciplinare. Attraverso un approccio critico, essi hanno riflettuto sull’estrattivismo e ne hanno definito le sue dimensioni teoriche e manifestazioni empiriche.

L’ecologo sociale uruguayano Eduardo Gudynas, che ha prodotto una vasta letteratura sulla questione, definisce l’estrattivismo come l’appropriazione di risorse naturali in grandi volumi e/o ad alta intensità, dove la metà o più viene esportata come materia prima, senza trasformazione industriale o con trasformazione limitata (Gudynas 2015, 2018). Per lo studioso, l’estrattivismo non è un «modo di produzione» bensì un «modo di appropriazione» delle risorse che produce un ampio spettro di danni ambientali – come la scomparsa di aree naturali, riduzione della biodiversità, deforestazione, contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria, deterioramento ed erosione del suolo – ma anche sociali7 ed economici8 (Gudynas 2018). Egli sottolinea poi come l’estrattivismo rafforzi la prospettiva utilitaristica in cui si mercifica la natura, presentandola come un semplice aggregato di risorse (ibidem).

Sulla medesima direzione si pone la sociologa e attivista argentina Maristella Svampa (2019) parlando dell’estrattivismo contemporaneo come un «modo di appropriarsi della natura» ma anche come un «modello di sviluppo» basato sul sovrasfruttamento in grande scala dei beni naturali, in gran parte non rinnovabili, caratterizzato dall’orientamento all’esportazione nonché dall’espansione vertiginosa dei confini dello sfruttamento a nuovi territori, precedentemente considerati improduttivi o non valorizzati dal capitale. Particolarmente acuta l’osservazione in merito alla concezione del territorio in ottica estrattivista, inteso come uno «spazio vuoto» da trasformare in uno spazio efficiente da sfruttare. In tal senso, appare chiaro il legame tra l’estrattivismo e il colonialismo vecchio e nuovo cristallizzato nel concetto di terra nullius: i territori delle nuove frontiere estrattive possono essere concepiti come «territori di nessuno», in cui la sottrazione delle risorse e la distruzione degli ecosistemi viaggia di pari passo con l’esclusione dei popoli nativi che abitano le terre da sfruttare. È dunque concorde la letteratura nel far risalire l’estrattivismo come paradigma all’epoca coloniale inaugurata con la scoperta/distruzione delle Americhe indigene. Molti autori cercano di riflettere e insistere sulle caratteristiche contemporanee del fenomeno e del concetto, in particolare introducendo la distinzione tra estrattivismo classico e «neo-estrattivismo» riferendosi alle esperienze dei paesi latinoamericani. L’estrattivismo classico si afferma tra gli anni ’70 e gli anni ‘90 con le politiche economiche e sociali di stampo neoliberista, in cui principi del Washington consensus definiti dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale comportarono una serie di riforme che indussero i Paesi dell’America latina a liberalizzare il mercato delle risorse naturali e minerarie, con una conseguente accelerata delle attività estrattive sostenute dalle élite economiche in un contesto politico contrassegnato dai regimi militari9. Il neo-estrattivismo invece si manifesta durante la cosiddetta «svolta a sinistra» di molti governi latinoamericani (dagli anni 2000, durante il boom della domanda di commodity trainate dalla domanda cinese), che non solo evidenziarono la necessità di investire nel settore ma costruirono la propria legittimazione sociale sull’estrazione intensiva di materie prime in ottica nazionalista o antimperialista10. Lo sfruttamento della natura nella prospettiva neo-estrattivista è stato giustificato dai governi nazionali con l’obiettivo di promuovere la crescita nazionale, la sovranità e la ridistribuzione sociale delle entrate del settore estrattivo, motivato dalla necessità di lottare contro la povertà e la disuguaglianza sociale. A mutare però non è solo il ruolo dello stato, ma anche il livello qualitativo-quantitativo del fenomeno che si globalizza. La continua ricerca di territori e risorse – trainata ora non solo dai paesi occidentali ma anche dai paesi (non più) emergenti come la Cina – ha esteso i confini dell’estrattivismo e intensificato i processi di sfruttamento.

L’estensione delle frontiere dell’estrattivismo

A fianco delle attività tradizionalmente considerate estrattive – come l’estrazione mineraria e degli idrocarburi – oggi si sviluppano altri processi e attività altamente distruttivi dal punto di vista ecologico: dall’utilizzo della fratturazione idraulica (in inglese fracking) nell’estrazione di idrocarburi, all’espansione della frontiera petrolifera ed energetica; dalla costruzione di grandi dighe idroelettriche e di altre opere infrastrutturali - corsi d’acqua, porti, valichi oceanici - sino all’espansione di diverse forme di agrobusiness (soia, foglia di palma, tra gli altri), land grabbing ed estrattivismo rurale; dallo sfruttamento eccessivo della pesca allo sviluppo massiccio delle monocolture forestali (Svampa 2019; Benegiamo 2021). Secondo l’economista ecuadoriano Alberto Acosta (2012), l’estrattivismo, ampliando i suoi confini e impattando in maniera profonda sulla vita dei popoli e degli ecosistemi già fragili o marginali, si configura inevitabilmente come un «meccanismo di saccheggio e appropriazione coloniale e (neo)coloniale». Esso si è perciò forgiato grazie allo sfruttamento delle materie prime del Sud globale indispensabili per lo sviluppo industriale e il benessere dei paesi del Nord globale, intesi qui come luoghi geografico-economici. Allo stesso modo lo scienziato politico e sociale Machado Aráoz (2013: 131) sostiene che l’estrattivismo è una caratteristica intrinseca del capitalismo nel sistema mondiale ed è un «prodotto storico-geopolitico della differenziazione» organizzato attraverso «territori coloniali e metropoli imperiali». Strutture di potere asimmetriche Nord-Sud e una storia di sfruttamento secolare sono perciò ampiamente considerate come prerequisiti per l’ascesa dell’estrattivismo contemporaneo su larga scala, non solo in America latina. Come sottolinea Raúl Zibechi (2016), scrittore e teorico politico uruguayano, quello che chiamiamo estrattivismo è molto più di un modello economico o di accumulazione: è un vero e proprio modello di società. La «società estrattivista» vede nei popoli altri degli ostacoli all’accumulazione/rapina dei beni comuni da parte delle multinazionali (specialmente occidentali, ma non solo) che operano con la complicità delle istituzioni statali. In tale contesto il malaffare, la corruzione e la violenza costituiscono un elemento centrale del modello estrattivista di società, in cui si nasconde un problema molto più profondo: la trasformazione dello stato che opera come braccio armato (nella repressione) e operativo (nell’allineamento con gli interessi dei privati, creando un contesto legislativo favorevole) dell’estrattivismo (ibidem). L’alleanza tra stato e grandi interessi privati in cerca di territori da sfruttare ha innescato non solo lo spostamento forzato di intere popolazioni e l’imposizione di relazioni asimmetriche tra imprese e comunità locali, ma anche una serie di conflitti socio-ambientali che caratterizzano oggi molti contesti del Sud globale (Zibechi 2016). La concezione di «società estrattivista» proposta da Zibechi dimostra come all’estensione dei confini «fisici» dell’estrattivismo sia corrisposto, negli ultimi anni, anche una sorta di estensione del suo utilizzo come concetto che sintetizza un modo di essere, pensare e agire11 estremamente violento e depredatore. Un modo non solo di estrarre risorse ma anche di fare politica, cultura, informazione giornalistica e ricerca in campo accademico o di operare nel mondo della finanza12. Un’interessante prospettiva è proposta da Ye e colleghi (2019) che non collocano più l’estrattivismo come un fenomeno relegato agli «spazi de-regolamentati dei margini», cioè ai luoghi della periferia del sistema-mondo, ma lo concepiscono come la caratteristica principale del capitalismo globale nel suo complesso. In effetti le attività, le dinamiche e le logiche «estrattiviste» – anche nel senso più stretto del termine relativo all’estrazione e allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e umane – stanno sempre di più caratterizzando i contesti del Nord globale in cui si moltiplicano «zone di sacrificio» caratterizzate dal saccheggio della natura e dallo sfruttamento e marginalizzazione di minoranze, lavoratori migranti, rifugiati, popolazioni subalterne, cioè il «Sud globale-nel-Nord globale».

La violenza dell’estrattivismo e i danni ambientali

L’estrattivismo come forma di violenza sistemica

La breve (e comunque parziale) ricostruzione del dibattito, specialmente a partire dalle riflessioni di alcuni studiosi e studiose latino-americane, ha mostrato come l’estrattivismo sia connaturato al capitalismo e alla violenza. Interpretando tale questione da un punto di vista decoloniale, la violenza estrattiva è stato lo strumento, ma anche la mentalità fondamentale, per consolidare, legittimare e perpetuare il dominio coloniale occidentale sul resto del mondo (Durante et al. 2021). Oggi gli studiosi e le studiose sono concordi nel ritenere le pratiche estrattive violente più capillari e diffuse a livello globale. Anzi, secondo Glaab e Stuvøy (2021) la violenza estrattiva è la logica fondamentale dell’ordine mondiale del XXI secolo. Una spiegazione a tale tendenza è possibile desumerla dalla teoria dell’ecologia-mondo di Jason J. Moore. Secondo lo storico dell’ambiente, il capitalismo, sin dalle sue origini, ha fondato la sua capacità di sviluppo e perpetuazione sullo sfruttamento e sull’appropriazione della cosiddetta «natura a buon mercato», cioè la forza-lavoro, il cibo, l’energia e le materie prime presenti in abbondanza (Moore 2015). Se in passato la loro disponibilità era evidente – specialmente pensando alle colonie, sia in termini di forza-lavoro gratuita (schiavi) sia in termini di cibo e risorse naturali – oggi il capitalismo fa i conti con la restrizione di tali nature a buon mercato. Motivo per cui, secondo lo studioso, il capitalismo si trova in crisi. Nel contesto odierno, per continuare a prosperare (o forse, per sopravvivere) esso ha dunque necessità di aumentare la pressione sull’ambiente e sulla forza lavoro, ricorrendo sempre più spesso a meccanismi violenti per rispondere all’aumento globale della domanda di risorse naturali e materie prime. In tal senso, la violenza diviene il principale strumento dell’«accumulazione per spoliazione» del capitalismo odierno, nel senso fornitoci dal geografo David Harvey (2004): cioè una forma di accumulazione di capitale che si basa sull’accaparramento delle risorse di un territorio a scapito delle popolazioni native (regolarmente espulse dal circuito di produzione e dunque superflue, scartate, oppure sfruttate, soggiogate e cooptate) e degli ecosistemi locali (devastati dai processi intensivi legati all’estrazione massiva delle risorse). La violenza è utilizzata specialmente nelle zone del «non essere», cioè i quei luoghi corrispondenti al Sud globale, inteso nella sua accezione geografica e metaforica (Zibechi 2016). Gli agenti di tale violenza sono attori statali, parastatali e privati (gruppi armati irregolari, organizzazioni criminali) che spesso collaborano perché condividono gli stessi obiettivi. L’eterogeneità degli attori in gioco e l’allineamento dell’interesse politico con quello privato nel campo estrattivo è ciò che caratterizza le dinamiche attuali, in cui si materializza una forma di co-governance tra governi, imprese e attori non statali a scapito delle comunità locali (Smart 2020). Numerosi studi dimostrano che le attività delle imprese estrattive in America latina (ma anche altrove) sono state favorite da misure di deregolamentazione economica e di protezione giuridica, e che le popolazioni e le comunità indigene e contadine sono di solito le vittime dei conflitti che si generano perché abitano territori potenzialmente redditizi in quanto ricchi di minerali, acqua, foreste e idrocarburi (Böhm 2020). Ciò ci induce a pensare all’estrattivismo come a un state-corporate crime, cioè un crimine in cui l’attore istituzionale e quello economico cooperano e, allo stesso tempo, provocano un danno sociale (Böhm 2023). L’adozione del concetto di state-corporate crime e degli approcci teorici correlati, come la riflessione sui crimini dei potenti13 o sui crimini di sistema14, contribuisce ed evidenziare una questione: le imprese non sarebbero in grado di portare avanti i loro progetti senza la partecipazione attiva, l’interesse o il sostegno dello stato. Specialmente nel Sud globale, l’estrattivismo si materializza come una sorta di «colonialismo ambientale» che opera molto spesso in modi legali, legittimati e, in larga misura, con il consenso e la partecipazione delle élite economiche e politiche nazionali. Con questa cooperazione tra attori istituzionali, economici e privati, l’estrazione, la contaminazione e la distruzione dell’ambiente diventano lecite in cambio della promessa di lavoro e sviluppo (Atiles, Rojas-Páez 2022). In tale allineamento di intenti la violenza non si configura come un effetto collaterale, ma diviene una pratica necessaria e sistemica, strutturalmente connaturata alle pratiche estrattive e generatrice di un ampio spettro di violazioni dei diritti umani15 (Böhm 2020).

Tra repressione e violenza lenta

Focalizzandoci sui danni socio-ambientali, la violenza estrattivista può manifestarsi in varie modalità: in una forma diretta e percepibile e in una forma lenta e quasi invisibile. Nel primo caso, la violenza si esprime attraverso azioni dirette e visibili come lo sfollamento forzato, la sparizione di persone o l’uccisione di attivisti ambientalisti e leader indigeni. In questo senso la «colonialità» si esprime in maniera evidente quando si nota l’origine degli attivisti uccisi: la maggior parte risiedono in territori dalla storia coloniale come l’America latina. Facendo riferimento al 2024, su 142 omicidi di attivisti la maggior parte sono latinoamericani: la Colombia ha registrato il numero più alto di uccisioni in tutto il mondo, con 48 difensori uccisi, seguita dal Guatemala (20), Messico (19) e Brasile (12) (Global Witness 2025). Molti e molte delle attiviste uccise si sono opposte alle attività di natura estrattiva in contesti in cui impera uno stato di impunità per le imprese e per gli agenti privati che sostengono tali pratiche. In paesi come la Colombia o il Messico, l’accumulazione per spoliazione passa attraverso il legame tra para-militarismo, imprese estrattive (spesso con proprietà o capitali occidentali) e corruzione statale, contesti in cui avviene una sorta di «espropriazione della politica» da parte di attori non-statali, siano essi attori economici o più propriamente «criminali»16 (Zibechi 2016). In Messico, ad esempio, le maggiori organizzazioni criminali dedite al narcotraffico sono anche inserite in diversi settori economici come quello del commercio di legname, di ferro, di carbone, di oro e di idrocarburi collaborando o entrando in conflitto con le imprese legali che sovente sono obbligate a pagare una quota per poter lavorare in determinati contesti territoriali controllati da gruppi armati irregolari (Aureliani 2023).

La violenza diretta si manifesta anche attraverso la minaccia e l’intimidazione alla popolazione locale che vive nei territori eletti per l’estrazione di risorse naturali da parte delle stesse imprese; dei funzionari dello stato oppure più frequentemente da parte di gruppi armati irregolari assoldati per reprimere il dissenso o scoraggiare la mobilitazione delle comunità.

L’attrazione fatale per l’America latina è presto spiegata: il sub-continente possiede più di un quarto delle riserve mondiali dei principali minerali metallici; quasi un quinto delle riserve di idrocarburi; poco meno di un sesto della superficie agricola mondiale e un quarto delle foreste; possiede quasi un terzo della pesca e un terzo dell’acqua dolce e, non ultimo, ospita un terzo dei paesi con la maggiore biodiversità del mondo (Cepal 2024). La sete di materie prime «critiche» da parte del mondo occidentale e da paesi come la Cina è trainata anche dalla scarsità di minerali e metalli considerati fondamentali per la transizione energetica e ambientale e per le tecnologie digitali (auto elettriche, chip dei telefoni cellulari, computer, pannelli fotovoltaici) (Unctad 2024). Sono definite «critiche» perché presentano un elevato rischio in termini di approvvigionamento da parte dei paesi occidentali, dell’Europa in particolare, che devono importarle da Paesi terzi per la quasi totalità. Molti di questi si trovano nelle periferie del mondo, una buona parte in America Latina. Quest’ultima detiene il 47% del litio mondiale, il 36,6% di rame, il 35% di molibdeno, il 16,7% di nickel (Cepal 2024). Può sembrare un paradosso ma il (neo)colonialismo contemporaneo si esprime in questi termini: gli sforzi verso le tecnologie verdi del Nord e la voracità tecnologica delle nuove potenze come la Cina o l’India hanno contribuito ad elevare enormemente la pressione estrattivista sui territori e le popolazioni del Sud globale (Shapiro, McNeish 2021). Ironia della sorte, la riuscita delle transizioni ecologiche ed energetiche del Nord globale dipendono direttamente da quell’insieme di processi e dinamiche estrattiviste basate sulla devastazione ambientale e lo sfruttamento umano del Sud (ibidem). Tale pressione sull’ambiente e sulle comunità locali che vivono in territori ricchi di risorse spesso non si esprime mediante l’esercizio di una violenza diretta e visibile, ma attraverso un insieme di processi di inquinamento e distruzione socio-ambientale incrementali e poco visibili: una «violenza lenta» nel senso offerto da Rob Nixon:

Per violenza lenta intendo una violenza che si manifesta in modo graduale e non visibile, una violenza dalla distruzione ritardata che si disperde nel tempo e nello spazio, una violenza logorante che di solito non viene percepita affatto come violenza. La violenza è abitualmente concepita come un evento o un’azione immediata nel tempo, esplosiva e spettacolare, che esplode in una visibilità istantanea e sensazionale […] una violenza che non è né spettacolare né istantanea, ma piuttosto incrementale e accrescitiva, le cui ripercussioni calamitose si sviluppano su una serie di scale temporali (Nixon 2011: 2).

La violenza lenta dell’estrattivismo si presenta perciò come crimine ambientale (White 2011) attraverso l’inquinamento e i disastri ambientali dovuti alla produzione petrolifera, petrolchimica e all’industria mineraria che contaminano le matrici ambientali su larga scala, privando le popolazioni di acqua potabile e di terre coltivabili, provocando allo stesso tempo una serie di malattie riscontrabili anni dopo le attività inquinanti; oppure si svela attraverso la deforestazione che ettaro dopo ettaro spiana la strada alle monocolture o, ancora, prende le sembianze di megaprogetti infrastrutturali utili alle imprese estrattive ma che impattano irrimediabilmente sugli ecosistemi locali e le comunità contadine o indigene. Sono tutte attività che provocano danni ambientali, sanitari e socioeconomici molto profondi ma che spesso non sono oggetto di interesse perché da un lato non esprimono, appunto, una violenza diretta e spettacolare tipica dei reati come l’omicidio; e dall’altra perché le conseguenze dannose sono visibili molti anni dopo, motivo per cui le stesse vittime faticano ad essere riconosciute e a riconoscersi come tali. La violenza lenta, poiché è così facilmente e consapevolmente ignorata dal capitalismo odierno, esaspera la vulnerabilità degli ecosistemi e delle persone marginalizzate e prive di potere, alimentando al contempo i conflitti sociali quando le condizioni di vita peggiorano.

Alcuni casi specifici in America latina – in cui violenza diretta e violenza lenta dell’estrattivismo si alternano – possono esemplificare l’analisi qui proposta. Ad esempio, nel territorio messicano conosciuto come la «cintura dell’oro» operano diverse imprese minerarie nazionali e canadesi e una di queste, la Equinox gold (prima Goldcorp), da circa 20 anni estrae massicciamente oro a cielo aperto nei pressi di Carrizalillo, una comunità campesina situata nella regione di Guerrero. In questo territorio l’estrattivismo ha portato a una serie di conseguenze molto gravi dal punto di vista socio-economico (diminuzione drastica delle attività economiche locali come la coltivazione di mais e l’allevamento di bovini ma anche la repressione dell’attivismo e lo sfollamento degli abitanti, dove circa il 50% ha infatti dovuto abbandonare il territorio) e sanitario. I problemi di salute si sono manifestati diversi anni più tardi, a partire dal 2010, quando una percentuale significativa della popolazione ha iniziato a soffrire di malattie della pelle, degli occhi, delle vie respiratorie e delle orecchie; è stato documentato un aumento significativo dei problemi gastrointestinali; è aumentato il numero di donne incinte che hanno avuto aborti e parti prematuri, molti dei quali con malformazioni; sono comparse malattie come il cancro. Tali effetti sono collegati all’attività mineraria e sono dovuti alla continua esposizione della popolazione a vari metalli pesanti (alluminio, arsenico, ferro, manganese, nichel e piombo) rilasciati dall’estrazione mineraria che, una volta liberati dal sottosuolo, vengono trasportati dall’aria, dall’acqua e dal consumo di animali, cioè per ingestione, contatto e assorbimento. Un censimento condotto nel 2012 da un gruppo di volontari locali ha registrato che tutte le famiglie della comunità avevano almeno un componente affetto da una o più malattie correlate all’estrazione mineraria, anche se sono state segnalate famiglie in cui il 100% dei membri presentava qualche tipo di danno o malattia17. Simile sorte è toccata agli abitanti di San Miguel Ixtahuacán in Guatemala e alle comunità della Valle de Siria in Honduras dove operava la stessa impresa canadese: deforestazione, erosione del suolo, inquinamento, contaminazione, sviluppo di malattie, scarsità d’acqua, aumento della competizione per le risorse idriche, militarizzazione e repressione, presenza di attori criminali armati, conflittualità sociale. Di questi esempi se ne potrebbero elencare a centinaia, semplicemente scorrendo il dito sulla cartina dell’America latina, dell’Asia, dell’Africa18 e anche di diversi territori del Nord globale.

Risulta dunque fondamentale, dal punto di vista dei ricercatori e delle ricercatrici, disvelare la violenza, diretta e lenta, dell’estrattivismo e gettare un fascio di luce sulla vittimizzazione ambientale attraverso una ricerca-azione militante.

Conflitti, attivismo e ricerca-azione

Green criminological activism

Come si è visto, la violenza estrattiva innesca la conflittualità tra le comunità locali e le imprese, attori istituzionali e altri attori privati19. In tal senso, il sub-continente latino-americano risulta essere la regione con il maggior numero di conflitti. Secondo i dati dell’Atlante della giustizia ambientale ripresi dalla Cepal (2023), in America latina si verifica quasi un terzo (28%) del totale dei conflitti registrati nel mondo. Nella regione, i processi di produzione ed estrazione mineraria e di altri materiali generano il 30,5% dei conflitti (sono ben 317 quelli registrati dall’Atlante in questo ambito), seguiti da quelli sull’uso del suolo, con il 16,7%; da quelli per la gestione delle acque con il 15,1%; quelli sui combustibili fossili e sulla giustizia climatica con il 13,5% e quelli sulle infrastrutture con l’8,3%. L’intensificarsi dei conflitti socio-ambientali in America latina nel corso degli anni 2000 ha portato all’emergere di nuove forme di attivismo sociale, visibili nel rafforzamento delle lotte per la terra portate avanti dai movimenti indigeni e contadini, nonché all’affermazione di nuove forme di resistenza, mobilitazione e partecipazione dei cittadini incentrate sulla difesa dei beni comuni, della biodiversità e dell’ambiente e ispirati ai principi del «buen vivir»20 e dei «Diritti della natura» (Svampa 2012, 2019)21. Maristella Svampa (2012) chiama questa convergenza di rivendicazioni e attori «svolta eco-territoriale» proprio perché uniti dall’attivismo nei confronti dei processi degradanti per l’ambiente come l’estrattivismo si mobilitano attori diversi: organizzazioni socio-ambientali, movimenti indigeni e contadini, gruppi femministi, collettivi culturali e reti di intellettuali, esperti/e ed accademici/che22. Proprio sul ruolo di questi ultimi si è sviluppata un’interessante riflessione nel campo della green criminology e della sua prospettiva «del sud». Diversi/e criminologi e criminologhe sottolineano la pressante necessità di abbandonare la presunta neutralità scientifica per sposare invece un posizionamento socialmente e politicamente impegnato accanto alle comunità colpite dal danno ambientale, illuminando allo stesso tempo le dinamiche, i processi e le asimmetrie di potere che alimentano la violenza estrattiva, specialmente quella «lenta» di cui si è parlato in precedenza (Glaab, Stuvøy 2021). In questa direzione Goyes (2016: 508) definisce il green criminological activism come:

la postura con cui, attraverso l’impegno per la giustizia ambientale, ecologica o di specie, la conoscenza e l’attività criminologica sono messe al servizio di coloro che sono vittime sulla base della classe sociale, della specie, del genere, del sesso, della razza, dell’etnia o dell’età; …implica un tentativo mirato per cercare di prevenire tali vittimizzazioni esercitando un impatto in ambito sociale, politico o culturale attraverso la ricerca, l’insegnamento o l’assistenza/accompagnamento.

L’attivismo non solo è promosso ma è ritenuto un elemento costituente di tale prospettiva, tanto che Ruggiero (2011) si è spinto ad evidenziare come la green criminology debba configurarsi come una sorta di sociologia pubblica. Questo impegno si dovrebbe poi coniugare con quello per la «giustizia della conoscenza» o «giustizia epistemologica», la quale implica il riconoscimento degli oppressi e dei subalterni come produttori di conoscenza valida. Il «pensiero abissale» occidentale ha da sempre ritenuto che solo la conoscenza prodotta a determinate condizioni (ad esempio, autonoma, neutrale) possa essere considerata vera conoscenza, tracciando così una linea invisibile che implica che tutto ciò che è al di fuori (cioè, tutto ciò che non rispetta tali condizioni) non è altro che un insieme di miti, rituali e favole privi di scientificità (Goyes 2016). I criminologi e le criminologhe green dovrebbero perciò tendere oggi a sovvertire questa logica e lasciare spazio al sapere dal basso, mettendo la propria conoscenza al servizio degli emarginati, riconoscendone le percezioni e le rivendicazioni. Una posizione attivista, in cui le percezioni e il sapere delle vittime ambientali sono assunte come conoscenza valida. Questo risulta essere l’unico modo per assumere una «prospettiva del danno», in cui ciò che è considerato un problema non è imposto dai ricercatori e dalle ricercatrici ma costruito dialetticamente con la partecipazione delle vittime (ibidem). Il coinvolgimento diretto di studiosi e studiose, mediante una ricerca empirica engaged, dovrebbe perciò favorire il processo di riconoscimento del danno ambientale provocato dall’estrattivismo, trasformando un «muto fatto fisico» a un danno che deve essere riparato (Natali 2014; Altopiedi 2022). La ricerca nel campo della green criminology dovrebbe avere perciò una vocazione emancipante (Natali et al. 2023), relazionandosi direttamente con gli attori subalterni che sperimentano il danno ambientale e che resistono alle pratiche estrattiviste, ponendosi al loro servizio e impostando le domande di ricerca a partire dalle esigenze riscontrate «sul campo». Non basta perciò guardare al Sud globale come ad un semplice oggetto di studio, in cui si realizzano pratiche estrattive di tipo accademico, ma come un luogo in cui dialogare con le comunità che sperimentano la crisi ecologica e le pratiche neocoloniali di sfruttamento e devastazione ambientale.

Valorizzazione del sapere «non esperto» e prospettive di ricerca-azione

La ricerca nel campo della Southern green criminology si pone dunque in maniera critica con le epistemologie del Nord che hanno promosso visioni antropocentriche, coloniali e patriarcali anche all’interno dello studio dei fenomeni criminali e/o socialmente dannosi. Per farlo efficacemente occorre dunque sperimentare una ricerca-azione che, in campo ambientale, possa mirare al rafforzamento delle capacità sociali delle comunità, ad esempio attraverso la raccolta e la sistematizzazione di dati ambientali e sanitari valorizzando il sapere «non esperto» delle popolazioni subalterne che sperimentano gli effetti dell’inquinamento e dei disastri ambientali (lay knowledge); il supporto a campagne di sensibilizzazione e visibilizzazione dei danni ambientali e della violenza lenta; l’apertura di spazi collettivi di confronto e riflessione e all’organizzazione di eventi pubblici, workshop e pratiche performative (Marsili et al. 2020). Questo tipo di impostazione fa propria la tradizione sviluppatasi negli Stati Uniti a partire dagli anni ’80 riguardante la possibilità di fare ricerca con le comunità che vivono gli effetti dei disastri ambientali e dell’inquinamento (Altopiedi 2022). In tal senso, la Southern green criminology potrebbe proficuamente dialogare con prospettive originarie del Nord globale che vedono direttamente coinvolti nel processo di ricerca i cittadini e le comunità afflitte dal danno ambientale nella scoperta dei rischi e pericoli come la popular epidemiology o la Community based participatory research (Cbpr). Queste prospettive valorizzano il sapere «non esperto» ed esperienziale delle comunità e cercano di integrarlo – sempre in ottica collaborativa e paritaria – con il sapere esperto detenuto dalla ricerca scientifica, in un processo di co-apprendimento continuo che mira ad un miglioramento della condizione delle vittime ambientali. Nel campo della ricerca sull’estrattivismo sarebbe interessante prospettare ricerche mediante la Cbrp, un modello di ricerca co-partecipata nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ’90. Questa modalità di ricerca prevede tre fasi: la ricerca partecipata, l’apprendimento e l’azione sociale. Nella prima fase vi è una compenetrazione tra sapere esperto e conoscenza locale che spinge all’elaborazione di ipotesi di ricerca condivise sulla base delle esigenze e dei bisogni delle comunità locali; nella seconda entrambe le parti imparano l’una dall’altra per sviluppare una lettura critica della situazione mentre l’ultima fase vuole applicare alla realtà politica e sociale i risultati maturati dalla ricerca condivisa, provando ad incidere sulla policy (Altopiedi 2022). Il ricercatore-attivista e la ricercatrice-attivista dovrebbero quindi individuare contesti attraverso cui si è materializzato il danno ambientale a causa dell’estrattivismo e relazionarsi con le comunità colpite, tendenzialmente già soggette a marginalizzazione sociale e violenza. Partendo dalle loro esigenze sarebbe opportuno costruire un disegno della ricerca che unisca le conoscenze e le credenze locali, con l’obiettivo di disvelare le pratiche e le logiche neocoloniali, patriarcali e razziste che sostengono l’espansione della frontiera estrattiva. Insieme alle comunità locali, alcune delle quali sviluppano autonomamente competenze nel campo della raccolta dati (si pensi alla comunità messicana di campesinos di Carrizalillo accennata in precedenza), si potrebbe costruire una banca dati sanitaria e ambientale legata all’inquinamento delle miniere o di altri progetti estrattivi. Il ricercatore o la ricercatrice sociale potrebbero inoltre adoperarsi per raccogliere storie di vita degli abitanti delle comunità danneggiate dall’estrattivismo, le «storie tossiche» che attraversano le biografie delle vittime ambientali, contribuendo non solo alla loro valorizzazione e visibilizzazione ma anche a costruire ipotesi sulle connessioni tra attività estrattive e danno ambientale e sanitario23.

Nei contesti estrattivi il Cbpr può perciò essere uno strumento utile per 1) affrontare gli squilibri di potere – dato che le industrie estrattive hanno spesso un potere significativo nelle comunità – contribuendo a livellare il campo di gioco 2) promuovere la giustizia ambientale, studiando l’impatto ambientale e sanitario dei processi estrattivi e promuovere pratiche sociali e azioni politiche che proteggano le comunità e gli ecosistemi 3) facilitare lo sviluppo della comunità, aiutando e coadiuvando le comunità a identificare e perseguire percorsi di sviluppo alternativi che siano più sostenibili ed equi rispetto a quelli offerti dalle industrie estrattive. Anche dal punto di vista della diffusione della ricerca sarebbe interessante disseminare tali lavori attraverso lingue comprensibili alle comunità con cui si è lavorato sul campo (in America Latina lo spagnolo o le lingue indigene) nonostante questo possa sfidare il sistema neoliberista accademico che si basa sull’internazionalizzazione del sapere in ottica esclusivamente anglofona. Tale obiettivo potrebbe essere perseguito attraverso una collaborazione/alleanza con studiosi e studiose locali, Ong o istituti di ricerca che promuovono il sapere indigeno. Proprio con quest’ultimo si dovrebbe confrontare qualsiasi ricerca sull’estrattivismo in cui sono coinvolte le comunità indigene, promuovendo una ricerca etica, partecipativa, trasformativa e rispettosa delle comunità. Il ricercatore o la ricercatrice non-indigeni dovrebbero perciò sostenere le epistemologie indigene, radicate nella spiritualità, nella comunità, nella terra e nella storia mediante una ricerca condotta/controllata dalle stesse comunità indigene e che risponda ai loro bisogni e valori (Smith 1999). Come sottolinea la studiosa di origine maori Linda Tuhiwai Smith (2000), la quale si batte da sempre per una decolonizzazione della metodologia della ricerca e per la valorizzazione del sapere indigeno, i ricercatori e le ricercatrici dovrebbero rispondere a queste domande quando elaborano un progetto di ricerca:

1. Quali ricerche vogliamo che vengano condotte?

2. A chi sono destinate?

3. Che differenza faranno?

4. Chi le condurrà?

5. Come vogliamo che vengano condotte?

6. Come sapremo se ne vale la pena?

7. Chi sarà il proprietario della ricerca?

8. Chi ne trarrà beneficio?

Queste domande – rivolte sia ai ricercatori indigeni che a quelli non indigeni – hanno, come si nota, una decisa valenza sociopolitica trasformativa in senso positivo per le stesse comunità che dovrebbero beneficiare direttamente del lavoro di ricerca sul campo.

In chiusura di paragrafo occorre sottolineare come l’approccio engaged in contesti estrattivi debba necessariamente tenere conto di difficoltà pratiche ed etiche tutt’altro che banali. Una prima questione attiene all’accesso al campo sia dal punto di vista strettamente fisico/geografico sia dal punto di vista sociale. I contesti estrattivi più estremi solitamente sono territori difficili da penetrare, isolati geograficamente ma ben controllati socialmente. In America latina, ad esempio, le miniere sono situate in luoghi remoti, incastonati nelle cordigliere oppure dislocati nella foresta amazzonica, e dunque difficilmente raggiungibili. Luoghi spesso abitati da comunità che non parlano lo spagnolo ma solo le lingue indigene. Allo stesso modo possono configurarsi come territori militarizzati dallo stato, che opera come braccio armato delle imprese, oppure governati da attori armati non statali che detengono il potere de facto sulle comunità locali. In tal senso si configurano come luoghi ad alto rischio perché caratterizzati dall’imprevedibilità e dalla scarsa sicurezza. Oltre alle questioni relative all’ottenimento della fiducia da parte della comunità locale, comuni ad ogni altra ricerca sociale, nei contesti estrattivi il livello di tensione politica e sociale è tendenzialmente molto elevato e caratterizzato da fluide dinamiche di potere, per cui l’ingresso di un esterno (magari bianco/a e occidentale) potrebbe alterare irrimediabilmente fragili equilibri non solo tra i membri della comunità ma anche tra questi ultimi e altri attori come l’impresa stessa, le istituzioni locali o i gruppi di potere che risiedono sul territorio24. Inoltre, il posizionamento del ricercatore/trice attivista a fianco della comunità colpita dal danno ambientale – il cui fine è, ad esempio, rendere visibile la violenza estrattivista– potrebbe condizionare enormemente il livello di sicurezza e tranquillità nello svolgere la ricerca, destando i sospetti dei presunti perpetratori di tali violenze che potrebbero minacciare ritorsioni. Un’altra questione attiene invece alla restituzione della ricerca alla comunità e al rischio di apparire «estrattivi» a propria volta. In tal senso potrebbe essere opportuno chiarire sin dal principio i termini della restituzione del lavoro e del coinvolgimento presente e futuro del ricercatore o della ricercatrice nelle attività della comunità. Questo risulta essere uno dei temi etici centrali nelle ricerche con soggettività subalterne e vittimizzate come quelle indigene e contadine. Infine, una possibile difficoltà comune a queste pratiche di ricerca engaged attiene alla propria posizione privilegiata di ricercatore o ricercatrice (oltre che alla propria provenienza geografica, alle proprie identità e ai propri ruoli) e dunque di persona che afferisce ad un’istituzione riconducibile a posizioni asimmetriche di potere. La sfida in tal senso potrebbe essere quella di costruire un rapporto con la comunità basato sulla trasparenza e la collaborazione paritaria, pur consci delle asimmetrie presenti e della propria visione del mondo, provando a costruire ricerche «con le comunità» e non «sulle comunità» colpite dalla violenza estrattivista.

Conclusioni

Questo contributo ha provato a riflettere sul fenomeno sociale-economico-politico-ambientale dell’estrattivismo e sulla necessità di proporre una ricerca situata che sfidi (ma non neghi) le epistemologie del Nord. Declinando l’analisi al particolare contesto latino-americano, si è arrivati a concepire l’estrattivismo come un «crimine ambientale (neo)coloniale», in quanto riproduttore di logiche, dinamiche e meccanismi tipici del colonialismo come la rapina, la spoliazione, lo sfruttamento, l’ecocidio, lo sfollamento forzato e la marginalizzazione dei popoli nativi. In questa direzione l’apporto teorico/metodologico della Southern green criminology risulta decisivo in quanto fornisce una cornice che concepisce i crimini ambientali come conseguenza delle diseguaglianze tra Nord e Sud globale, ponendo al centro le eredità della colonizzazione e la voce dei popoli subalterni. L’analisi si è poi sviluppata mediante alcuni concetti chiave come crimine ambientale, violenza lenta, colonialismo e colonialità, epistemologie del Sud. Si è evidenziato innanzi tutto come l’estrattivismo sia configurabile come un crimine ambientale nell’accezione socio-legale che ne dà la green criminology, cioè come una o più azioni dirette a degradare o a sfruttare l’ambiente naturale che possono anche non integrare nessuna fattispecie giuridica. Allo stesso modo si è sottolineato non solo il carattere violento, immediato, diretto e brutale del suo manifestarsi (uccisione o sparizione di attivisti ambientali, sfollamento forzato, repressione statale) ma anche la violenza lenta che ne caratterizza la sua essenza, cioè una violenza che si rivela lentamente ma non meno letalmente attraverso la contaminazione dei fiumi e delle terre, l’inquinamento dell’aria e il propagarsi di malattie. Si è poi notato come l’estrattivismo sia figlio del colonialismo e massima manifestazione della «colonialità del potere», cioè la riproduzione ai giorni nostri di logiche di dominio coloniale degli spazi, delle persone e dell’ambiente. Alla colonialità del potere si unisce una «colonialità del sapere», cioè lo sviluppo di una conoscenza esclusiva ed escludente da parte del Nord globale a cui si dovrebbero invece contrapporre le epistemologie del Sud – cioè il sapere e le modalità con le quali viene prodotta la conoscenza dal Sud globale. Tale analisi – sviluppata anche grazie alle concettualizzazioni e riflessioni di autori e autrici latinoamericane – ha consentito di pensare all’estrattivismo da un’ottica non occidentale ed eurocentrica, ma da una prospettiva che renda visibili le responsabilità del sistema capitalistico costruito dall’Occidente e che oggi si riproduce nelle forme più aggressive in tutto il mondo. Dal punto di vista accademico, l’estrattivismo – data la sua capillarità e centralità nelle dinamiche globali attuali – si configura come un tema fondamentale su cui costruire progetti di ricerca-azione in campo ambientale. Si rende infatti necessario indagare e approfondire le logiche, le dinamiche e gli attori attraverso cui si perpetra la violenza estrattivista, specialmente quella lenta. In tal senso la responsabilità dei ricercatori e delle ricercatrici che si pongono in ottica di green criminology dovrebbe sempre più tendere verso il disvelamento delle asimmetrie di potere e delle pratiche oppressive insite nel capitalismo-estrattivista odierno, così come nel sostegno scientifico ma anche sociopolitico alle mobilitazioni e al sapere delle popolazioni subalterne che vivono maggiormente le conseguenze della crisi ecologica, specialmente quelle indigene, elaborando ricerche collaborative e che abbiano conseguenze concrete sul contesto di riferimento. Difendere il sapere «non-esperto» delle comunità vittimizzate implica riconoscere che i metodi e le conoscenze non-occidentali possono essere in grado di produrre una conoscenza più profonda di quella occidentale, rifiutando al contempo le dicotomie su cui si è costruita la razionalità eurocentrica (conoscenza scientifica vs conoscenza tradizionale; maschile vs femminile; cultura vs natura; civilizzato vs primitivo; bianco vs nero; nord vs sud, Occidente vs Oriente). Un modo per ottenere una conoscenza solida e contestualizzata dei processi di vittimizzazione ambientale causati dall’estrattivismo potrebbe essere dunque quello di aprire un dialogo con le popolazioni subalterne e consolidare forme di alleanza, non solo in vista dell’approfondimento scientifico ma anche per prospettare un cambiamento sociale e politico.

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1 Sulla scorta di Carrington e colleghi (2018), la divisione Nord-Sud è qui intesa non esclusivamente come faglia che divide staticamente i paesi più ricchi da quelli più poveri, o quelli dell’emisfero nord da quelli dell’emisfero sud. Si ritiene più proficuo pensare a tale frattura come a un insieme di relazioni, influenze e strutture di potere che creano disuguaglianze e marginalizzano le popolazioni escluse dal circuito del capitalismo globale. In tal senso è possibile pensare a un «Sud globale-nel-Nord globale» quando nei contesti del Nord globale si moltiplicano «zone di sacrificio» caratterizzate dal saccheggio della natura e dallo sfruttamento e marginalizzazione di minoranze, lavoratori migranti, rifugiati, popolazioni subalterne.

2 Le espressioni e i concetti di «epistemologie del sud» ed «epistemicidio» – quest’ultimo inteso come un insieme di metodi che portano alla distruzione sistematica e all’estinzione delle pratiche conoscitive dei popoli subalterni e marginalizzati del Sud globale – sono stati socializzati a livello accademico, in particolare nel mondo della critica decoloniale occidentale, dai lavori del sociologo portoghese Bonaventura de Sousa Santos. Pare tuttavia doveroso evidenziare che de Sousa Santos è stato oggetto di severe critiche a seguito delle accuse mosse nel 2023 da ex studentesse e ricercatrici per molestie, abuso di potere, sfruttamento ed «estrattivismo intellettuale» all’interno del Centro di Studi Sociali (CES) da lui fondato presso l’Università di Coimbra.

3 L’ecocidio per come è stato definito nelle accademie del Nord globale può configurarsi come un concetto ponte con le riflessioni sviluppatesi nel Sud globale riguardo la crisi ecologica e la riproposizione di logiche coloniali tipiche dell’estrattivismo. Ad esempio, per David Whyte (2020) le multinazionali (specie quelle nel settore estrattivo) sono diventate un fronte chiave del neocolonialismo e hanno sostituito la conquista forzata con una forma più sottile di sfruttamento mascherata dalla retorica del libero mercato, delle economie di scala e dell’efficienza. Su tali considerazioni potrebbero svilupparsi interessanti alleanze epistemologiche tra Nord e Sud.

4 Per un approfondimento in italiano sulle prospettive teoriche e metodologiche del pensiero decoloniale si veda il contributo di Salvo Torre, Maura Benegiamo e Alice dal Gobbo (2020).

5 Per ragioni di spazio è impossibile ora ripercorrere questa tradizione di studi. Per una digressione in merito si vedano Goyes e South (2017) e Goyes (2023). Tuttavia, pare doveroso almeno citare la criminologa venezuelana Rosa del Olmo che con le sue ricerche denunciava, già negli anni ’80, le conseguenze della Guerra alla droga statunitense sull’ambiente e le comunità umane nei territori latinoamericani, configurando tale crimine transnazionale come un «eco-bio-genocidio» (del Olmo 1987, 1998). Per una ricostruzione dei suoi studi si veda South (2023).

6 È comunque opportuno sottolineare che pratiche ontologicamente estrattiviste esistono da migliaia di anni: si pensi all’affermazione degli imperi e delle civiltà antiche costruitesi a loro volta sul saccheggio delle risorse, sulla distruzione di ecosistemi naturali, sulle deforestazioni e sullo sfruttamento umano (Durante et al. 2021).

7 Sfollamento delle comunità locali, rottura delle relazioni comunitarie, lacerazione del tessuto sociale e culturale indigeno, aumento della criminalità e dei fenomeni ad essa correlata come la prostituzione, il lavoro minorile, le reti di corruzione e contrabbando.

8 Declino del commercio e della produzione locale, aumento delle diseguaglianze salariali, creazione di economie di enclave, creazione e consolidamento di oligopoli.

9 Prima dell’estrattivismo classico e del neo-estrattivismo, Brand e colleghi (2016) individuano almeno tre fasi: l’estrattivismo coloniale (XVI-XVIII secolo) che corrisponde al periodo dell’economia di saccheggio e dell’espropriazione delle terre dei nativi da parte dei colonizzatori europei; l’estrattivismo nel periodo dell’indipendenza (1910-1930) che favorì l’ascesa di regimi oligarchici e di un’economia liberista e, infine, l’estrattivismo che seguì la crisi economica del 1929 e che vide alcuni governi latinoamericani dare impulso a politiche maggiormente protezionistiche nazionalizzando alcuni settori chiave in ambito estrattivo.

10 Ne sono stati un esempio, tra gli altri, i governi di Rafael Correa in Ecuador e di Evo Morales in Bolivia.

11 In tal senso è interessante notare come il suffisso «-ismo» venga utilizzato nelle lingue latine per fare riferimento a una dottrina, a un sistema, a una scuola di pensiero o a un movimento.

12 Gudynas (2015, 2018) critica questa impostazione. Egli sostiene che il concetto dovrebbe applicarsi solo alle risorse fisiche e tangibili (in contrapposizione alle risorse spesso concettualizzate come non fisiche o intangibili, come i dati, la finanza o il lavoro), opponendosi a quello che considera un approccio accademico poco rigoroso che oggi propone etichette vaghe e ambigue come estrattivismo «finanziario», «culturale», «musicale» «epistemologico». In tal modo, ritiene si possa creare confusione allontanando il concetto dalle sue basi di economia politica e critica ecologica.

13 Per Vincenzo Ruggiero (2013), i crimini dei potenti sono quei crimini realizzati da attori dotati di enorme potere economico e simbolico rispetto a coloro che ricoprono il ruolo di vittime, mentre parla di crimini dei potenti «per procura» quando l’atto criminale è dato in appalto da gruppi di potere legittimi a organizzazioni criminali.

14 Il filosofo e giurista Luigi Ferrajoli (2022) definisce «crimini di sistema» quelle «violazioni di massa dei diritti umani» che «non sono illeciti penali» ma che presentano «il carattere indeterminato e indeterminabile sia dell’azione che dell’evento, di solito catastrofico, e il carattere indeterminato e plurisoggettivo sia dei loro autori che delle loro vittime, consistenti queste, di solito, in popoli interi e talora nell’intera umanità».

15 In merito alle popolazioni indigene, la Commissione interamericana dei diritti umani - Cidu (2015) ha individuato in un suo rapporto dettagliato almeno sette nuclei di diritti umani violati nel contesto estrattivista latino-americano: 1. Diritto alla proprietà collettiva sulle proprie terre, territori e risorse naturali 2. Diritto all’identità culturale e libertà religiosa 3. Diritto alla vita 4. Diritto alla salute, all’integrità personale e un ambiente sano 5. Diritti economici e sociali 6. Diritto alla libertà personale e alla protesta sociale 7. Diritto alla protezione dallo sfollamento forzato. Una delle questioni fondamentali riguarda l’erogazione delle concessioni minerarie, spesso rilasciate dalle autorità pubbliche senza tutelare il diritto delle comunità indigene alla consultazione previa, libera e informata come sancito da diverse convenzioni internazionali.

16 È stato coniato il termine «narco-miniera» (narcominería) per fare riferimento alle attività e agli interessi in comune tra i mega-progetti minerari e il narcotraffico, in cui lo stato sostanzialmente si mantiene al margine (Aguilar 2019).

17 Sul caso della comunità di Carrizalillo si veda la scheda dell’Atlante della giustizia ambientale al sito: https://ejatlas.org/conflict/mina-los-filos-el-bermejal-carrizalillo

18 Occorre qui citare l’approfondito lavoro di Maura Benegiamo (2021) che esamina la vicenda di un’impresa italiana che acquisiva un appezzamento di 20.000 ettari nel delta del fiume Senegal, terreno sul quale intendeva coltivare girasoli e patate dolci destinati alla produzione di agrocarburanti. L’autrice analizza il conflitto tra comunità locali e impresa, interrottosi con l’abbandono del progetto da parte degli investitori italiani, inquadrando il fenomeno del land grabbing in chiave estrattivista e neocoloniale.

19 Vi è una vasta letteratura che analizza e descrive la nascita, l’evoluzione e le dinamiche dei conflitti ambientali. In questa sede, per ragioni di spazio, non è possibile approfondire questa questione. Per un’analisi e una mappatura ragionata dei conflitti si veda Temper et al. (2018).

20 Il concetto di «buen vivir» appartiene alla cosmovisione dei popoli autoctoni dell’area andina, la cui filosofia di vita non corrisponde all’idea occidentale del vivere sempre meglio, ma invece trova significato nell’idea di una esistenza armoniosa, che si realizza nell’equilibrio dell’esistenza dell’essere umano con la comunità umana a cui appartiene e con la natura. Risulta controverso l’inserimento di questo principio nelle costituzioni di alcuni paesi latinoamericani come Bolivia ed Ecuador, le cui élite politico-economiche hanno ampiamente promosso l’estrattivismo (Svampa 2019).

21 La resistenza alle forme di estrattivismo è sicuramente la più approfondita dalla letteratura latino-americana, tuttavia, come segnalano van Teijlingen e Dupuits (2021) oltre alla resistenza, gli attori della società civile sono entrati in altri tipi di spazi e interazioni per difendere i propri interessi in relazione alle risorse naturali, ai territori e ai beni comuni. Hanno espresso differenti tipi di agency. Da un lato, si sono uniti a processi di negoziazione o collaborazione con i governi o le imprese, ad esempio utilizzando meccanismi di partecipazione, consultazione preventiva, strumenti di compensazione e pagamento. Dall’altro lato si sono appropriati di spazi nazionali, regionali e globali per diffondere le loro richieste e costruire nuove alleanze, aderendo, tra l’altro, ai negoziati internazionali sul cambiamento climatico o alleandosi con agenzie di cooperazione internazionale e banche di sviluppo (ibidem).

22 Le forme di resistenza all’estrattivismo non sono solo una peculiarità latino-americana ma caratterizzano diversi contesti territoriali. Giocando sul termine «extrACTIVISM», Willow (2018) evidenzia le pratiche di resistenza che vedono le popolazioni opporsi all’estrazione in questi siti, rifiutando contemporaneamente la logica espansiva della frontiera estrattivista.

23 La raccolta di biografie delle vittime dei crimini ambientali e dell’estrattivismo in particolare potrebbe trovare una serie di connessioni interessanti con la tradizione indigena, decoloniale e femminista in cui si valorizzano le storie dei popoli colonizzati per costruire archivi di memoria. Un esempio in tal senso è il Taller de historia oral andina (Laboratorio di storia orale andina) fondato dalla sociologa indigena boliviana Silvia Rivera Cusicanqui nel 1983. Sull’importanza della storia orale si veda, appunto, Rivera Cusicanqui (2006).

24 Si vedano in proposito le interessanti riflessioni del geografo Alberto Diantini (2024) riguardo l’accettazione sociale e l’estrattivismo petrolifero nell’Amazzonia ecuadoriana.