Monographic Section

Provincializzare gli studi sulla notte: l’in/formalità del divertimento notturno torinese

Enrico Petrilli

Università degli Studi di Torino, Italia

Email: enrico.petrilli@unito.it

Abstract. Night studies is an interdisciplinary field of research that has gained increasing international recognition over the last decade. This article aims to provincialize night studies, taking up the call of southern criminology and southern urban critique to legitimize theoretical contributions from the Global South and to promote epistemic dialogue between different centers and peripheries of the global knowledge system. The first part of the article critically examines the dominant gaze of this field, highlighting its lack of critical engagement with the Eurocentric connotations that underpin it and its endorsement of a notion of nightlife that is functional to post-industrial urban regeneration processes. The resulting lack of attention in spatially, socially, and culturally marginal nocturnal phenomena is challenged by adopting in/formality as a theoretical len that broadens the visual field of night studies. The second part of the essay analyses Turin’s nightlife through the in/formality frame, moving beyond the conventional binary categories that structure Western understanding of nightlife (underground vs mainstream; free parties vs clubbing, etc.). The reconstruction of more than thirty years of nocturnal in/formality – across both informal gatherings (from late-20th-century squats and raves to contemporary gatherings of immigrant groups and unauthorized parties in public parks) and commercial venues (from the nightlife districts of the 1990s to the multifunctional venues of the 2020s) – demonstrates that informality constitutes a valuable resource for Turin’s nightlife, despite being systematically undermined by urban security policies and excluded from the city’s official narratives.

Keywords: nightlife, night-time economy, informality, Torino, Southern Theory.

Index

Introduzione

La doppia marginalità degli studi sulla notte

Provincializzare gli studi sulla notte

Dalla marginalità all’informalità

L’in/formalità nel divertimento notturno torinese

Anni ’90, dalla Torino industriale alle Torino notturne

Anni ’00, accentramento e de-marginalizzazione

Anni ’10, barriere notturne

Anni ’20, informalità de-centrate

Conclusioni

Bibliografia

Introduzione

Il divertimento notturno torinese è in crisi, da molti anni. Lo testimoniano alcune voci riportate da Servillo e colleghi (2023) nella ricerca Mover la movida realizzata per il Comune di Torino, le quali lamentano un calo tanto nell’accessibilità1 quanto nell’offerta. Contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare essa è iniziata ben prima della pandemia di Covid-19, come dimostra la petizione #sostorino – La fine del modello Torino?2 del 2018, in cui si denunciava la condizione drammatica di discoteche e locali notturni, costretti ad attese estenuanti per il rilascio dei permessi o chiudere a causa dei controlli sempre più stringenti. Una situazione ulteriormente peggiorata a seguito della pandemia, con una riduzione registrata del 40% tra il 2018 e 2022 dei piccoli e grandi eventi di musica dal vivo3.

Possono poi essere citate altre voci che problematizzano la situazione del divertimento notturno torinese (Petrilli 2022). Un esempio è quello degli Statuto, storica band ska cittadina che nel febbraio del 2020 pubblica la cover di Ghost Town dei The Special assieme a Zulù dei 99Posse. Il video non nasconde il ritrovato grigiore della città (fanno capolino anche i Murazzi, desolati e avvolti dalla nebbia), mentre il testo della canzone suona come un necrologio: «Questa è una città fantasma / troppi club hanno chiuso ormai / spenta, buia anche di giorno / non si accende più / comm’ a nu cor ca nun sbatt”». Oppure la stampa specializzata, con Soundwall a raccontare la crisi della night-time economy (d’ora in avanti Nte) torinese in una serie di articoli, prima4 e dopo5 il Covid, il cui apice è quello intitolato «Salvate Torino: quanto sta accadendo è triste, è folle»6 che si conclude con una sentenza esplicita: «Torino che torna città-dormitorio proprio per scelta sistemica è una sconfitta per tutti». O ancora quella degli operatori culturali che, in vista delle elezioni del sindaco nel 2021, redigono un appello programmatico, «Torino Pensiero Musicale»7, per lavorare assieme alla «rinascita culturale, sociale, turistica ed economica del settore [musicale]».

Ascoltate assieme, queste voci ci raccontano di un divertimento notturno sempre più marginale all’interno tanto dell’economia quanto della cultura della città. Una situazione estesamente analizzata nella letteratura accademica, dove ne è stata tracciata la parabola discendente: la Nte del capoluogo piemontese si sviluppa negli anni ’90 del Novecento e nel decennio successivo raggiunge il proprio apice, diventando uno dei simboli della metamorfosi di Torino, da grigia città industriale a «24-hour party city» (Crivello 2009; Vanolo 2015; Bottà, Petrilli 2023); tuttavia, nel corso degli anni ’10 inizia la più volte menzionata crisi, con la chiusura di numerosi locali notturni a causa di un incremento dei controlli da parte delle forze dell’ordine e la contemporanea apertura di numerosi esercizi commerciali serali (ristoranti, enoteche, etc.), in quella che è stata descritta come una eveningification8 della notte torinese (Petrilli, Biagi 2024).

Facendo propri gli inviti provenienti dalla southern criminology e della southern urban critique a legittimare le teorie provenienti dal Sud globale (Connell 2007; Roy 2009; Carrington et al. 2016) e a valorizzare lo scambio epistemico tra i diversi centri (e relative periferie) dell’organizzazione globale del sapere (Robinson 2015), il presente contributo si propone di provincializzare i night studies (Petrilli, Vanolo 2025), vale a dire destabilizzarne i paradigmi e le concezioni egemoniche grazie a un confronto con esperienze e teorie spazialmente e concettualmente distanti da quelle tradizionalmente considerate in questo campo di studi (Chakrabarty 2000; Sheppard et al. 2013). In particolare, questi saperi sono mobilitati per proseguire un duplice obiettivo: primo, interrogare criticamente il gaze dominante negli studi sulla notte per far emergere i bias che lo strutturano; secondo, «disimparare lo sguardo (confortevole)» (Lawhon 2020: 5) con cui siamo soliti studiare i fenomeni notturni sarà propedeutico per approcciare il divertimento torinese attraverso gli strumenti concettuali elaborati da studiosi e studiose del Sud globale.

Il primo obiettivo è perseguito nella prima parte del saggio che corrisponde ai tre paragrafi d’apertura. Nel primo è presentata sia la posizione marginale a cui è stata relegata la notte nel dibattito accademico, sia lo sguardo “centralista” che ha caratterizzato la (breve) storia dei night studies, ovvero il disinteresse dimostrato nei confronti dei fenomeni notturni spazialmente, socialmente e culturalmente marginali. Per “curare” il restringimento del campo visivo che ha affetto ricercatori e ricercatrici della notte è introdotto, nel secondo paragrafo, il dibattito sulla southern theory in campo criminologico e urbano; mentre nel terzo è presentato il concetto di informalità e la sua applicazione nel campo di studi in oggetto. Il secondo obiettivo è perseguito nella seconda parte del saggio che corrisponde al quarto paragrafo e relativi sotto-paragrafi. In essa è realizzata un’analisi nel divertimento notturno torinese attraverso il frame dell’in/formalità, una prospettiva sostanzialmente assente nel dibattito – pubblico e accademico – italiano su notte e divertimento notturno.

La doppia marginalità degli studi sulla notte

La ricerca scientifica è stata per lungo tempo affetta, secondo Ilse van Liempt e colleghi (2015), da nictalopia (cecità notturna), considerato che fino a pochi decenni fa lo sguardo degli scienziati sociali si è indirizzato quasi esclusivamente sulle attività diurne. Se uno sparuto numero di storici e sociologici hanno diretto il proprio interesse sui fenomeni notturni sin dagli anni ’30 del secolo scorso (Nofre, Garcia-Ruiz 2023), solo nel corso degli anni ’80 si hanno le prime pubblicazioni rilevanti per questo campo di studi, quando alcuni ricercatori si sono interrogati sui mutamenti occorsi alla notte urbana nel corso della modernità, con la teoria della colonizzazione della notte (Melbin 1988) a postulare la progressiva espansione di attività diurne in quella che fino ad allora era concepita come una «terra incognita» (Schivelbusch 1994: 140). È soprattutto nel decennio successivo che notte e divertimento notturno acquisiscono una qualche forma di riconoscimento nel dibattito accademico (e politico), con la Nte inizialmente impiegata strategicamente per realizzare processi di rigenerazione urbana che limitassero l’impatto negativo della crisi industriale nei centri urbani (Hadfield 2015; Shaw 2018) e, successivamente, oggetto di panici morali per «la “alcolizzazione” della notte urbana» (Van Liempt et al. 2015: 413).

Queste prime ricerche sulla Nte hanno avuto il merito di dimostrare la rilevanza dei fenomeni notturni e, concentrando la propria attenzione sui contesti del divertimento nei centri cittadini, hanno anticipato una tendenza degli studi sulla notte – la quale la differenzia fortemente dalla ricerca accademica diurna (Petrillo 2013; Chappatte et al. 2017): un limitato interesse alla marginalità notturna, sia essa concepita in termini spaziali, sociali, culturali o economici. Solo nell’ultimo decennio i night scholar hanno ampliato la ricerca su temi come mobilità (MacLean, Moore 2014; Wilkinson, Wilkinson 2017) e consumi alcolici (Wilkinson 2018) dei giovani nelle periferie, le enclave (Pottie-Sherman, Hiebert 2015), gli spazi di socialità (Brandellero et al. 2022; 2025) e i soundscape delle soggettività migranti (Pardue et al. 2023), l’informalità notturna nei complessi di edilizia popolare (Yeo, Heng 2014), il lavoro notturno (Threadgold et al. 2021; Aramayona 2025), il controllo e la resistenza degli spazi liminali (Nofre 2011). Deve essere aggiunto come quelle citate siano principalmente ricerche sulle notti urbane in aree “a ovest di Helsinki e a nord di San Diego”, ribaltando l’espressione di Parker (2004); in linea con la limitata “meridionalizzazione” degli studi sulla notte, un campo di studi ancora definito da uno sparuto numero di ricerche, conferenze e riflessioni teoriche dal Sud globale (Hollands 2023).

Nell’introdurre gli studi sulla notte si è voluto quindi rendere visibile una doppia marginalità. La prima è subita e riguarda il suo oggetto di studio, con la notte come tema storicamente laterale all’interno del dibattito accademico. Una situazione ormai mutata a livello internazionale, dove conferenze, manuali e volumi collettanei dimostrano un avvenuto riconoscimento per questo oggetto e campo di studi, mentre lo stesso non può essere affermato per il contesto italiano. La seconda è agita e riguarda il rapporto problematico che questo campo di studi ha dimostrato nei confronti della marginalità stessa. Riprendendo la metafora ottica citata in precedenza, i night studies si sono sviluppati solo quando gli scienziati sociali hanno iniziato a “curare” la propria nictalopia; tuttavia, nel momento in cui finalmente hanno rivolto il proprio sguardo ai fenomeni notturni, questo è risultato limitato da un restringimento del campo visivo che li ha “costretti”, primo, a concentrarsi su quanto avviene nei centri delle città occidentali, a discapito delle periferie urbane e globali; e, secondo, a concentrarsi su questioni socialmente e culturalmente considerate rilevanti come la rigenerazione urbana e la Nte, a discapito di altri temi, apparentemente secondari, come la socialità al di fuori dei contesti del divertimento convenzionali (discoteche, rave, club, pub etc.), il lavoro notturno, le forme di aggregazione di gruppi marginalizzati, la fruizione dello spazio privato della propria abitazione, eccetera.

Provincializzare gli studi sulla notte

All’interno del dibattito accademico contemporaneo sono sempre più numerose le voci critiche che all’interno della teoria sociale, urbana e criminologica invitano a dislocare il centro della produzione teorica oltre i suoi margini tradizionali, per non rimanere più vittime della «trappola eurocentrica» (Vegliò 2021: 663) che ne ha segnato la storia. L’invito non è solamente a produrre più ricerca sui contesti del Sud globale, ma a ribaltare l’attitudine che rilega il pensiero meridionale in una posizione subordinata nell’organizzazione globale del sapere (Connell 2007; Carrington et al. 2016). Non si tratta di un esercizio di critica essenzialista che oppone in maniera binaria la teoria sociale, il sapere criminologico e urbano del Nord globale contro quello del Sud, ma è perseguito il duplice obiettivo di legittimare le teorie provenienti dalle “periferie” del mondo (Connell 2007; Roy 2009) e, contemporaneamente, sostenere il dialogo tra di essi (Robinson 2015). Accanto alla necessità di riconoscere le disparità nelle relazioni di potere tra le diverse voci che compongono il dibattito teorico contemporaneo, particolare rilevante per le argomentazioni del presente contributo è il richiamo compiuto da Mary Lawhon e Yaffa Truelove (2020: 11) alle razionalità coloniali, nel loro dare forma allo «sguardo moderno, razionale, coloniale» ancora egemonico nelle teorie e pratiche di ricerca (Connell 2007). Teoria postcoloniale, pensiero decoloniale e southern theory diventano riferimenti necessari per «disimparare lo sguardo (confortevole)» (Lawhon 2020: 5) con cui siamo abituati a vedere i nostri oggetti di ricerca.

Si tratta di riflessioni ancora di frontiera all’interno degli studi sulla notte, dove nessun contributo le ha applicate sistematicamente. Tuttavia, per provincializzare questo campo di studi è possibile riferirsi a quello sparuto numero di autrici e autori che ne hanno criticato paradigmi e concezioni dominanti. L’analisi di Tim Edensor (2015) su come in Occidente abbia storicamente dominato un immaginario nictofobico (paura del buio) fornisce un primo indizio sulle ragioni della prima marginalità analizzata nel precedente paragrafo, ovvero sul perché la notte sia stata un oggetto di studio laterale all’interno della ricerca accademica. Un nodo affrontato da Christopher Gallan e Ben Gibson (2011) nella loro decostruzione del binarismo che oppone e gerarchizza giorno e notte, il quale è solo apparentemente naturale e universale, mentre in realtà è il prodotto di specifiche connotazioni culturali. Con i due autori a evidenziare i dualismi semplicistici che ne derivano – il giorno come momento della giornata “pieno”, produttivo e sicuro, e la notte come momento della giornata “vuoto”, inattivo e pericoloso – e come essi siano mobilitati in discorsi normativi per limitare esperienze e rappresentazioni notturne. Si tratta di contributi fondamentali per interrogare criticamente i bias con cui il Nord globale ha approcciato la notte e, soprattutto, per comprendere perché solo in tempi recenti notte e divertimento notturno abbiano goduto di un riconoscimento nel dibattito accademico (e politico). Dopotutto, esso è avvenuto a seguito della formulazione del concetto di Nte, vale a dire quando il divertimento notturno è diventato funzionale nei processi di rigenerazione urbana post-industriale e la notte ha smesso di essere un territorio vuoto ed economicamente marginale.

Passando alla seconda marginalità segnalata nel paragrafo precedente – quella relativa al disinteresse degli studiosi e delle studiose della notte nei confronti di fenomeni spazialmente, socialmente e culturalmente marginali, un punto di partenza sono le critiche di Robert Shaw (2015) alla teoria fondativa di questo campo di studio, la già citata teoria della colonizzazione notturna (Melbin 1988), per il gaze occidentalocentrico che la struttura, con Murray Melbin a universalizzare una specifica accezione di frontiera, quella del Midwest statunitense. Questo «sguardo moderno, razionale, coloniale» (Lawhon, Truelove 2020: 11) che categorizza e gerarchizza la realtà in base a specifiche connotazioni eurocentriche, senza problematizzarle, è oggetto delle considerazioni di Begoña Aramayona e Valeia Guarneros-Meza (2023) su come i discorsi coloniali abbiano rafforzato la nictofobia occidentale (Edensor 2015), estendendola a tutti quei fenomeni che non sono riconducibili ai principi della chiarezza, della bianchezza, della purezza. In opposizione a questo sguardo troviamo, invece, gli inviti di Su-Jan Yeo e colleghi (2016: 383) a riconoscere le specificità delle esperienze notturne nelle città asiatiche rispetto a quelle nelle città occidentali e di Jordi Nofre (2020) a continuare il dialogo e il confronto tra esperienze notturne molto differenti tra loro, anche tra centro e periferia del Nord globale stesso. Se questi contributi sono essenziali per provincializzare gli studi sulla notte, diventa ora necessario trovare una strategia per disimparare lo sguardo ‘centralista’ egemonico in questo campo di studi e, di conseguenza, imparare a relazionarsi diversamente alla marginalità notturna.

Dalla marginalità all’informalità

L’introduzione del concetto di marginalità nella teoria sociologica la dobbiamo a Robert Park (1928), il quale la pone al centro delle sue riflessioni su ecologia urbana e relazioni etniche. Come lo straniero di Georg Simmel (1989), anche l’uomo [sic] marginale di Park, e successivamente del suo allievo Everett Stonequist (1937), è al confine tra l’esclusione e l’inclusione in una comunità a seguito di un’immigrazione, ma a differenziarlo dalla forma sociale simmeliana è, appunto, la sua marginalità, una condizione di frammentarietà definita da legami sociali deboli (Segre 2007). Un passaggio importante per i nostri interessi è quello compiuto da Milton Goldberg (1941), nello spostare il focus dell’analisi dalla condizione del soggetto alla cultura condivisa tra chi si trova in una simile posizione di marginalità; un approccio successivamente ampliato dalle etnografie di Oscar Lewis (1959; 1966) sui poveri urbani di Porto Rico e Messico, i quali condividerebbero una «cultura della povertà» definita da fatalismo e disperazione, incapacità di adattamento, tendenza alla criminalità e mancanza di ambizioni. Una visione essenzialista capace di legittimare scientificamente quei discorsi sociali classisti che incolpano i poveri urbani della propria condizione e li tacciano di passività rispetto alla stessa (Bayat 2004).

Per prendere le distanze da come il concetto di marginalità ha preso forma nelle università del Nord globale è opportuno riferirsi alle riflessioni sviluppatosi dalla seconda metà degli anni ’60 in Sud America, in reazione alle rappresentazioni stigmatizzanti che dominavano il dibattito pubblico e accademico nei confronti degli abitanti delle favelas e alle relative politiche urbane di sgombero e demolizione di questi insediamenti irregolari (Lombard, Horn 2004). In The Myth of Marginality, Janice Perlman (1976) ribalta l’idea dei favelados (i residenti delle favelas) brasiliani come soggetti marginali, scarsamente connessi alla società sotto il profilo sociale, economico, culturale e politico, mostrando all’opposto il loro essere integrati – in maniera fortemente asimmetrica – in un sistema che strumentalizza la loro condizione socioeconomica. L’autrice evidenzia la funzione performative del concetto di marginalità, «uno strumento per il controllo sociale dei poveri» (Bayat 2004: 83), impiegato strategicamente per incolpare i favelados della propria condizione e, in questo modo, sfruttarne la subalternità (AlSayyad 2004; Perlman 2005).

Il concetto di informalità entra in uso nel decennio successivo, nel tentativo di sviluppare una categoria semantica più vicina alle esperienze di quelli che allora erano noti come paesi del “terzo mondo”. Uno dei primi ambiti in cui è applicato è quello lavorativo, con i ricercatori dell’Università di Nairobi coinvolti dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo 1972) e Keith Hart (1973) a stressare l’importanza del settore informale, tradizionalmente ignorato dalle statistiche occupazionali, per l’economia di Kenya e Ghana. Ricerche in cui è già presente quella che sarà la visione dominante nel dibattito internazionale sul tema, si pensi a posizioni anche molto distanti come quella dell’informalità come crisi di Peter Hall e Ulrich Pfeiffer (2000) o quella dell’informalità come imprenditoria eroica di Hernando De Soto (2000), le quali condividono la medesima concezione dicotomica del settore informale come separato e opposto a quello formale (AlSayyad 2004; Roy 2005).

È impossibile in poche righe riassumere un concetto ampiamente impiegato e discusso in ambito accademico; tuttavia, è essenziale riportare per le argomentazioni del presente contributo la posizione di coloro che rifiutano un approccio normativo all’informalità come problema da risolvere. Il binarismo che oppone informalità e formalità è superato in favore di un’analisi che ricostruisce la loro interpenetrazione (AlSayyad, 2004), con l’informalità urbana ad «indicare una logica organizzativa, un sistema di norme che governa il processo stesso della trasformazione urbana» (Roy 2005: 148). In riferimento alla questione della marginalità, l’informalità diventa uno strumento critico per smascherare le relazioni di potere impari che sostanziano gli enunciati relative ad essa (Lombard, Horn 2004; Banks et al. 2020). Questo significa, da un lato, decostruire i bias occidentali – similmente a quanto detto in precedenza sulle razionalità coloniali citate da Lawhon e Truelove (2020) – a fondamento tanto della ricerca quanto delle politiche pubbliche. Per esempio, relativamente al concetto di informalità abitativa, sono smascherati i connotati ideali (pulizia, ordine, sicurezza) aprioristicamente imposti nelle valutazioni su quartieri e città (Robinson 2006). Dall’altro è rifiutato lo stereotipo del “povero passivo”, in favore di analisi che pongono al centro l’agentività delle soggettività subalterne, nel loro resistere alle norme spaziali e legali secondo il modello del «silenzioso sconfinamento dell’ordinario» postulato da Asef Bayat (2004).

Parimenti, il tema dell’informalità può essere mobilitato per interrogare criticamente le connotazioni che strutturano gli studi sulla notte e, di conseguenza, imparare a relazionarsi diversamente alla marginalità notturna. Tuttavia, questo campo di studi ha scarsamente indagato l’informalità dei fenomeni notturni e solo in tempi recenti. In particolare, Yeo ha il merito di aver sviluppato per prima una riflessione sull’informalità notturna in una serie di pubblicazioni su Singapore, descritta dall’autrice come una delle città maggiormente pianificate e regolamentate del Sud globale, ma in cui l’informalità è ancora una risorsa. Il punto di partenza è la critica di Yeo (2019: 166) alla visione eurocentrica che domina gli studi sulla notte, la quale «raffigura regolarmente la scena dei bar, pub e club come un paesaggio “monoculturale” di giovani festaioli», una Nte di cui l’autrice segnala l’impatto negativo sull’informalità, perché rischia di generare un’offerta notturna omologata e scarsamente accessibile. Ne sono un esempio la «notte normativa» (Yeo 2020: 184) del centralissimo e turistico Central business district, con le sue barriere fisiche ed economiche erette dagli interessi corporativi e dai controlli amministrativi (Yeo, Heng 2014); o quella dell’altrettanto turistico quartiere di Little India, dove il ricco patrimonio culturale è sfruttato per generare un divertimento notturno vivace ma contemporaneamente standardizzato, a causa di controlli messi in campo per attirare consumatori rispettabili (Yeo 2020).

Lo sguardo di Yeo (2019: 173) non si concentra quindi sugli eccessi, le violenze, le effervescenze collettive della Nte ma sulle attività notturne routinarie e quotidiane, alla ricerca di quelle esperienze che «transcende[ndo] la dualità formale-informale» riescono a rivendicare e ripensare l’ambito pubblico. Siano essi quartieri in cui l’informalità è sostenuta attraverso progettualità locali come l’Hollande village, dove la pedonalizzazione serale di alcune strade genera un’atmosfera unica che ne aumenta fascino e senso di comunità (ibidem). Siano essi quartieri come Toa Payoh, uno dei più antichi complessi di edilizia popolare della città, in cui «nott[i] (stra)ordinari[e]» (Yeo, Heng 2014: 717) sono generate da pratiche informali (es. astronomi dilettanti che condividono conoscenze e strumenti), ritmi più rilassati (es. negozi che non rispettano gli orari di apertura) e attività quotidiane (es. passeggiare e incontrarsi in piazza); in cui l’informalità, potremmo dire, istituzionalizzata crea una costante negoziazione dello spazio pubblico che favorisce maggiore accessibilità e tolleranza.

È necessario poi segnalare i recenti contributi di Aramayona, impegnata a tradurre il dibattito sull’informalità all’interno dei confini del Nord globale o, meglio, ai suoi margini, dato che le sue analisi si focalizzano sull’Europa del sud. Dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 in numerosi paesi dell’area si è registrato un incremento delle attività informali, a cui è seguitata una (ri)criminalizzazione di numerose attività informali notturne (Aramayona, Guarneros-Meza 2023). In linea con quanto emerso nella ricerca “diurna” sull’informalità nell’Europa del sud, con il suo estendersi oltre le tradizionali categorie della marginalità urbana (Chiodelli 2021), questi processi di criminalizzazione non si riferiscono solo a quelle attività tradizionalmente considerate in questo ambito, come il lavoro sessuale o la vendita di sostanze stupefacenti illegali, ma anche quelle relative al divertimento notturno in contesti non regolamentati (Aramayona, Guarneros-Meza 2023). Si pensi, ad esempio, all’ipersorveglianza subita dai clubber razzializzati provenienti dalle periferie ghettizzate di Lisbona (Nofre et al. 2020) o al panico morale nei confronti del botellon in Spagna (Aramayona et al. 2020).

Anche la ricercatrice spagnola supera il binarismo che restringe formalità e informalità a due dimensioni categoriche contrapposte, per concepire l’in/formalità come un continuum attraversi cui svelare le relazioni di potere che sostanziano l’esperienza urbana contemporanea (Banks et al. 2020; Aramayona, Guarneros-Meza 2023). Pertanto, le criminalizzazioni citate poc’anzi o l’invisibilizzazione subita da altri attori informali notturni (ad esempio le assistenti familiari) sono interpretare come strumentali per sostenere processi di speculazione e rigenerazione urbana che in molte città dell’Europa meridionale assumono la forma di una iper-turistificazione del territorio notturno (Nofre 2021; Aramayona, Guarneros-Meza 2023). Tuttavia, fare dell’in/formalità uno spazio per l’analisi critica significa non limitarsi a considerarla uno strumento governativo per etichettare gruppi marginali da “regolare” e strumentalizzare, ma analizzare anche le strategie di sopravvivenza, resistenza e alleanza messe in campo da queste soggettività (Aramayona 2025) ed evidenziare il portato positivo delle pratiche informali nei processi di inclusione e nella creazione di comunità (Aramayona, García-Sànchez 2019).

L’in/formalità nel divertimento notturno torinese

Nella prima parte del contributo è stato portato alla luce il rapporto problematico degli studi sulla notte con la marginalità, a causa di quello che è stato descritto metaforicamente come un restringimento del campo visivo che ha “costretto” le ricercatrici e i ricercatori notturni a concentrarsi principalmente su quanto avviene nei centri delle città occidentali, a discapito delle periferie urbane e globali; e su questioni socialmente ed economicamente considerate rilevanti, a discapito di temi ritenuti, invece, di secondaria importanza. Relativamente alla prima dimensione, la cosiddetta marginalità spaziale, essa è stata oggetto di un passato contributo in cui ho decostruito il binarismo centro vs periferia nel divertimento notturno torinese (Petrilli 2023), attraverso una analisi relazionale ispirata dalla teoria del sistema-mondo di Immanuel Wallerstein (1976) e alla sua applicazione nello studio dei fenomeni urbani (Chappatte et al. 2017). Di seguito, invece, ci concentreremo sulla seconda dimensione di marginalità, quella legata alla sfera socioculturale. Rispetto all’approccio dominante negli studi sulla notte, nel suo focalizzarsi sui contesi convenzionali della Nte – la monocultura fatta di pub, discoteche e club criticata da Yeo (2019) – di seguito il divertimento notturno torinese è analizzato attraverso il frame dell’in/formalità (Aramayona, Guarneros-Meza 2023). Questo non significa aspettarsi acriticamente di ritrovare in una città del Nord globale delle esperienze notturne informali sovrapponibili a quelle studiate nel Sud globale o, ancora, romanticizzare quest’ultime (Roy 2004) per farle diventare espressione di una modalità autentica e libera di vivere la notte. Adottare il frame dell’in/formalità significa, piuttosto, andare oltre le tradizionali categorie binarie che strutturano la concezione eurocentrica di divertimento notturno (underground vs mainstream; free party vs clubbing etc.) per mettere al centro del dibattito le aggregazioni propriamente informali, ma non è sufficiente limitarsi ad esse perché il superamento del binarismo che contrappone informalità e formalità comporta indagare l’informalità anche nei contesti convenzionali e regolamentati della Nte torinese.

Il materiale empirico utilizzato è stato raccolto in due diverse ricerche empiriche. I primi tre sotto-paragrafi (relativi rispettivamente agli anni ’90, ’00 e ’10) sono riferiti al progetto Quel che resta della notte – Le conseguenze della securitizzazione notturna a Torino (Petrilli, Stefanizzi 2022). La ricerca è suddivisa in due casi studio: il primo è stato realizzato nell’estate e nell’autunno 2019 ed è un’etnografia delle due piazze considerate maggiormente problematiche e controllate della movida torinese; il secondo è stato realizzato nell’inverno 2020-2021 ed è una raccolta di testimonianze sulla storia del divertimento notturno torinese dagli anni ’90 al 2020. Il quarto sotto-paragrafo (relativo agli anni ’20) si riferisce al progetto di Le notti fuori dal club. Altre forme della socialità notturna torinese realizzato nel 2023, sul divertimento notturno al di fuori dei contesti convenzionali della Nte (Petrilli, Vanolo 2025). Entrambe le ricerche hanno adottato l’intervista semi-strutturata come tecnica di raccolta del materiale empirico, condotte rispettivamente a: 12 soggetti di età compresa tra i 19 e i 23 anni; 18 soggetti di età compresa tra i 35 e i 50 anni; e 12 soggetti di età compresa tra i 25 e i 50 anni. Tutti i 42 partecipanti sono stati selezionati tramite un campionamento non-probabilistico a scelta ragionata e controllando – a seconda della ricerca – variabili quali genere, orientamento sessuale, istruzione, occupazione e zona di residenza per aumentare l’eterogeneità del campione. Ogni intervista è stata audio-registrata, previo consenso dei partecipanti, e in seguito trascritta e anonimizzata.

Anni ’90, dalla Torino industriale alle Torino notturne

Il modello urbano industriale sembra ancora egemonico nella Torino di fine novecento, con la fabbrica a scandire tempi e ritmi della città (Bagnasco 1986); ne deriva una netta divisione gerarchica tra i tempi della giornata: il giorno come momento del lavoro e la notte come momento del riposo (Bottà, Petrilli 2023). Se nel corso degli anni ’80 la città sembra vivere ancora in uno stato di perenne coprifuoco, dove alle 19:30 chiudono gran parte degli esercizi e la gente ha paura di uscire di casa (Bottà 2020), con il passaggio agli anni ’90 l’offerta notturna inizia ad espandersi, seppure sia ancora fortemente limitata – «ma non c’era nessuno per strada all’una di notte, non è come adesso eh […] all’epoca non c’era un cazzo» (Benny). Essa si basa principalmente su pub e birrerie (Quattro Assi di Corso Orbassano o il Piper Pub in Borgo Vittoria) e su uno sparuto numero di discoteche e locali notturni. In riferimento per questo genere di esercizi sono San Salvario e Murazzi: il primo è il quartiere popolare a fianco della stazione di Porta Nuova e ospita Studio 2, Tuxedo, Jochese e Hiroshima; il secondo è il lungo fiume affacciato su Piazza Vittorio, dove ci sono Doctor Sax, Circolo amici del fiume, meglio noto come Giancarlo, e il Centro Sociale Autogestito (Csa).

Il rifermento al Csa dei Murazzi è indicativo di come siano già presenti in città contesti notturni informali e non commerciali. Dopo la prima occupazione del El Paso nel 1987 sono numerosi gli “spazi liberati” a Torino, dove incontrarsi, suonare e fare politica dal basso, a cui si aggiunge Radio Blackout nel 1992 (Berzano et al. 2002). Un secondo spazio notturno informale sono i free party, con crew locali come Dance Enforcement Agency (Dea Tribe) e Acid Drops a organizzare feste già all’inizio degli anni ’90, quindi prima dello storico arrivo della Spiral Tribe in Italia che a Torino organizza due rave nel 1995. La scena nascente dei rave è politicamente vicina a quella antagonista delle case occupate e di Radio Blackout, mentre si oppone a quella delle discoteche commerciali, perché ai rave «chi organizza si diverte» e la festa non è concepita «come macchina per fare soldi» (Dea Tribe 1996: 35). Ad accomunare questi due contesti informali, non è solo l’attivismo e il bagaglio (contro)culture delle persone che li attraversano, con le case occupate ad accogliere una popolazione non solo giovanile; ma anche un’offerta di cui è segnalata la qualità, l’ampiezza – «facevano sempre venire gli illustratori dalla California, dall’Inghilterra» (Giusy) – e l’accessibilità:

magari passavano [al Teatro Regio] musicisti jazz di fama mondiale che poi finito il concerto, completamente inosservati, andavano a suonare all’Askatasuna. Quindi magari tu ti trovavi di fronte a dei colossi di quel genere lì senza, vabbè intanto senza aver pagato un biglietto (Irene).

L’informalità non è però una prerogativa di questi spazi non regolamentati. Un primo caso sono i numerosi Circoli Arci presenti in città che, oltre a garantire l’accesso a chiunque ne fosse socio perché «con la tessera potevi entrare ovunque, non c’erano biglietti di ingresso» (Andrea), permettono a piccole realtà, anche alle prime esperienze, di organizzare eventi come mostre, concerti etc. Il riferimento principale sono, però, i già citati Murazzi e i Docks Dora, un ex area di stoccaggio nella periferia nord. Essi «ha[nno] segnato la notte torinese» (Leonardo) degli anni ’90, perché sono i primi (e unici) nightlife district di Torino, vale a dire quelle porzioni specifiche di territorio in cui si raccolgono un numero elevato di locali notturni. Grazie alla differenziazione e prossimità nell’offerta è possibile «saltare da un locale all’altro» (Arturo), proiettando gli avventori oltre i confini nazionali: «A Torino? Ma veramente? Una roba così… cioè sembra[va] Londra, ma che figata!» (Davide). Sono anche luoghi celebri per la loro alterità rispetto all’offerta diurna della città, «una terra di nessuno» (Arturo) dove regnava la libertà, «una zona franca» (Irene) dove poteva accadere di tutto, anche perché era strategicamente difficile per le forze dell’ordine intervenire (Petrilli, Stefanizzi 2022). Non ha caso in quegli anni i Murazzi sono noti come Libera repubblica dei Murazzi.

Tirando le fila, nel corso degli anni Novanta sembra sorgere dalle ceneri della Torino industriale una nuova Torino notturna. Tuttavia, non è corretto esprimersi al singolare, perché i racconti degli intervistati si muovono, senza uno schema preciso e ricorrente, tra una molteplicità di Torino notturne che non sarebbe corretto catalogare secondo un minimo comun denominatore. La distinzione tra discoteche commerciali e spazi liberati (siano essi squat o rave) è fondamentale dell’immaginario notturno del decennio, ma nei racconti su circoli Arci e distretti notturni cittadini si delineano anche delle faglie al binarismo che oppone contesti formale e informali.

Anni ’00, accentramento e de-marginalizzazione

La nostra esplorazione del primo decennio del nuovo millennio inizia nel 1999, con due eventi apparentemente poco connessi a fenomeni notturni. Il primo è il blitz della polizia ai danni dell’Askatasuna, il secondo è l’annuncio di Torino come città ospitante dei Giochi olimpici invernali del 2006. I due eventi sono connessi dagli intervistati perché con l’avvicinarsi delle Olimpiadi, per dirla con le parole di Irene, «c’è stata la volontà di mettere in ordine, di rendere Torino un po’ più leccatina». Le prime a subire le conseguenze di questo tentativo di «pulire, tra virgolette, la città» sono quelle realtà informali, in aperta opposizione alla Nte, ma di cui non è possibile sottostimare l’impatto nella storia notturna torinese: i rave sono ormai localizzati al di fuori dei confini del capoluogo, mentre numerosi centri sociali sono sgomberati. A fare le spese di questa nuova (e non esplicitamente formulata) governance notturna, ci sono anche realtà direttamente legate alla Nte. Il riferimento più ricorrente sono i Docks Dora, dove chiude quasi ogni locale a causa dei problemi di ordine pubblico e delle lamentele dei nuovi residenti del quartiere – «hanno costruito palazzi e la gente per degrado ha deciso di fare petizioni eccetera» (Federica).

Il periodo delle Olimpiadi invernali è ricordato con grande trasporto da intervistate e intervistati, perché all’aumento dell’offerta, estesa ormai a tutto il corso della settimana – «sembrava una notte che non finiva mai» (Barbara), corrisponde un riconoscimento internazionale per la nuova anima notturna della città, la quale non occupa più una posizione marginale nelle mappe dei party tourist: «tutti venivano a Torino! C’erano tanti stranieri che venivano qui a divertirsi, veramente tanti!» (Giuly). Sottotraccia, però, cominciano a presentarsi alcuni sintomi preoccupanti per il divertimento notturno torinese. Il primo, è una modifica sostanziale del playscape notturno, con «il cuore della movida localizzato in centro» (Crivello 2009). Diversi fattori concorrono a questa centralizzazione della Nte: la diminuzione dell’offerta fuori dal centro a causa della «pulizia» urbana citata in precedenza e alla crisi economica del 2008, con i locali in periferia menzionati con sempre meno frequenza, ad esclusione di qualche fortunata eccezione serale (come Manhattan e Piper) e notturna (come Hiroshima mon amour e Spazio 211); la riduzione delle possibilità di movimento, a causa dell’aumento nel costo dei taxi (Bentivogli 2008) e delle modifiche al Codice della strada del 2002, con l’entra in scena della cosiddetta patente a punti a provocare un panico generalizzato, «neanche morta che mi facevo togliere la patente per andare all’Hiroshima [ride]» (Barbara).

Il secondo è la riduzione dell’eterogeneità che aveva definito la notte torinese degli anni ‘90, in particolare di quello che nel frattempo ne è diventato il simbolo, i Murazzi (Petrilli 2023). L’aumento quantitativo di locali ed eventi si accompagna a un abbassamento della loro qualità: «i locali che stavano diventando tutti uguali, eccetto il Puddhu Bar, eccetto Giancarlo, eccetto tre locali forse, però gli altri si erano già tutti omologati» (Andrea). La sua aura alternativa è ormai un ricordo passato, come mette in scena la spettacolare festa di presentazione della nuova Fiat 500, tra giochi d’acqua, fuochi d’artificio e apparizioni di Gianni Agnelli sui maxischermi (Pagliassotti 2013). Alla fine del decennio i Murazzi sono diventati «un enorme lungomare con i bar e praticamente basta« (Leonardo), non più frequentato per la festa e la musica, ma solo per fare «struscio» (Clara).

Il terzo è l’imporsi del Quadrilatero romano, non un nightlife district come i Murazzi ma il primo quartiere della movida di Torino, nel suo essere consacrato ad attività serali come aperitivi e cene (Semi 2004; La Rocca 2018). Quella che fino a pochi anni prima era considera una no-go zone (di giorno come di notte), è riuscita a mettere a profitto la propria liminalità in ristoranti etnici, bar gay-friendly e locali dal design ricercato, dove domina «“un consumo della differenza” [etnica e sessuale, n.d.r.], un modo per “gustare” l’Altro più che per entrare in relazione con esso» (Semi 2004: 93). Nonostante si differenziano per la temporalità dell’offerta, ad accomunare il distretto notturno dei Murazzi e il quartiere della movida del Quadrilatero è l’aver compiuto entrambi un processo di de-marginalizzazione, ovvero l’essersi lasciate alle spalle la propria nomea di zone pericolose, come dimostra la loro comparsa sulle brochure pubblicitarie di Turismo Torino e provincia (Crivello 2009).

Anni ’10, barriere notturne

Questi tre sintomi producono il loro effetto più significativo già all’inizio degli anni ’10, con la chiusura nel 2012 dei Murazzi (Crivello 2018). La concentrazione dell’offerta in poche aree centrali ha generato un incremento tanto delle conseguenze negative del divertimento notturno quanto dell’attenzione pubblica su di esso, a cui l’amministrazione locale risponde nel corso del decennio con una progressiva securitizzazione della notte, di cui quindi i Murazzi sono solo la prima vittima. Essa è molto diversa dalla «pulizia» pre-Olimpiadi perché colpisce indiscriminatamente ogni contesto del divertimento notturno, indipendentemente dal tipo di offerta e location (Petrilli, Biagi 2024). A cui gli imprenditori della notte proveranno a rispondere con la petizione #sostorino citata in apertura del contributo.

Con la chiusura dell’ultimo distretto notturni, i nuovi centri del loisir cittadino diventano i quartieri serali della movida. Al Quadrilatero si aggiungono prima San Salvario e poi Vanchiglia, con la conseguenza che «negli ultimi dieci anni, diciamo è prevalso l’aperitivo [sul ballo], senza dubbio» (Clara). All’interno del dibattito locale è sempre più rilevante, in linea con quello nazionale, la distinzione tra movida e malamovida (Fipe 2013; Petrilli 2024). Prima largo Saluzzo in San Salvario e successivamente piazza Santa Giulia in Vanchiglia diventano il riferimento cittadino per la malamovida, nel loro essere “occupate” da giovani che non si accalcano nei dehors dei locali, ma si accampano per terra portandosi da bere da casa o comprandolo d’asporto nei minimarket (Beccaria et al. 2022). Il frame dominante con cui è interpretata questa nuova forma di fruizione informale dello spazio pubblico è, ancora una volta, quello securitario. L’attenzione è concentrata solamente sulla pericolosità e il degrado prodotto da queste aggregazioni giovanili (Selmini, Nobili 2008; Pitch 2013), a cui l’amministratore locale risponde con innovative misure di sorveglianza come la pattuglia interforze del 2014 o le telecamere con sensori audio del 2016, ma a segnare l’immaginario cittadino sono le strategie meno innovative, come l’impiego nel 2017 dei reparti mobili della Polizia di Stato per far rispettare un’ordinanza anti-alcol, in quella che è diventata tristemente nota come la «battaglia della movida» (Petrilli, Stefanizzi 2022).

Tuttavia, il frame dell’in/formalità ci costringe a interrogare diversamente quanto avviene nelle piazze della malamovida. Le ricerche condotte a Torino (Beccaria et al. 2022) e in altre città italiane (Opga Itb-Cnr 2018; Manella et al. 2021; Cuzzocrea et al. 2023) segnalando il valore primario assegnato dai giovani avventori della (mala)movida alla socialità e all’incontro con l’altro. Tuttavia, questi studi si muovono tra locali formali – la monocultura tanto cara ai night studies (Yeo 2019) – e contesti informali come le piazze della malamovida. Diventa quindi necessario domandarsi cosa differenzi quest’ultimo genere di spazi.

Adottando lo sguardo di Yeo - con la sua attenzione alle barriere fisiche ed economiche che danno forma alla vita notturna di Singapore e contemporaneamente ne limitano la fruizione (Yeo, Heng 2014) - è possibile osservare come a differenziare le piazze della malamovida da altri contesti formali del divertimento serale e notturno è l’assenza sia di barriere economiche che limitano l’accesso (biglietto di ingresso) e i propri comportamenti (costo elevato delle consumazioni), sia di barriere di stile che non permettono l’accesso (selezione all’ingresso) o fanno sentire fuori luogo rispetto al resto degli avventori (giudizio interiorizzato). Per questo, nonostante il muro di persone che si staglia davanti a chiunque si avvicini a largo Saluzzo o piazza Santa Giulia, le piazze della malamovida sono luoghi aperti e accessibili a tutti, in cui l’assenza di queste barriere e dei dispositivi di controllo presenti nei contesti formali (ad esempio gli addetti alla sicurezza) offre un senso di totale autonomia e libertà unica, raramente vissuto dai giovani avventori: «sembrava che si potesse fare quasi tutto, si potesse bere [molto], si potesse fare qualsiasi cosa» (Cristian).

Anni ’20, informalità de-centrate

Il decennio si apre con la condanna in primo grado ai danni del Comune per l’inquinamento acustico di San Salvario, con il Tribunale di Torino che sancisce un risarcimento ai residenti di 1,2 milioni di euro (Albanese 2021). L’amministrazione comunale risponde nel 2023 con un Piano di governo della notte9 che presenta molteplici aree di indirizzo, ma concentra le azioni conseguenti principalmente sui quartieri della movida e attività relative, come dimostrano le campagne di pubblicità educativa e sociale o le modifiche dei regolamenti comunali (ad es. il Regolamento per l’esercizio dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande degli esercizi pubblici). Il vero osservato speciale sono ancora una volta le piazze della malamovida e, in particolare, largo Saluzzo. Si continua con la sperimentazione sotto il profilo della sorveglianza, con l’uso di tecnologie IoT per stimare il numero di persone presenti e di conseguenza limitare gli accessi alla piazza quando necessario10. Nel racconto di intervistate e intervistati sono però più ricorrenti le strategie meno innovative, come il controllo a tappeto dei documenti d’identità, anche nei confronti di chi è seduto nei dehors dei locali, «non so dirti se è più il fastidio o il senso di inutilità» (Flavia). Dispostivi di sorveglianza e controllo di cui non è possibile sottostimare l’impatto, considerato che esercenti e residenti di San Salvario firmano ad inizio 2025 un appello per far tornare la movida in un «quartiere “ucciso” dalle misure anti rumore»11, a cui fa eco Fulvio Griffa, presidente della FIEPeT-Confesercenti Torino, il quale lancia l’allarme sulla scomparsa «di migliaia» di giovani under 3512.

Il divertimento notturno che aveva reso celebre Torino anche all’estero è ormai un ricordo lontano e la città è meta dei pellegrinaggi dei party tourist solo in occasioni dei grandi festival musicali. Tra le (poche) nuove aperture in città diventa rilevante una specifica tipologia di esercizi commerciali: locali polifunzionali che inglobano all’interno della propria offerta anche spazi dedicati al divertimento notturno, come Ogr (un centro culturale), Combo (un ostello) e Porto Urbano Edit(un ristorante). Altrove è stato segnalato come questi esercizi si differenziano dai locali notturni del passato perché, primo, non sono attività indipendenti ma l’emanazione di attori del capitalismo globale (una fondazione bancaria, una holding finanziaria e una società per azioni); secondo, sono funzionali all’interno di processi di rigenerazione urbana di diverse zone della città (Spina 1, Porta Palazzo e Murazzi) (Petrilli, Biagi 2024). Il frame dell’in/formalità mobilitato nel presente contributo permette poi di aggiungere come l’esperienza offerta sia distante da quella dei locali degli anni ’90 perché «le feste finiscono troppo presto […] alle 5:00 una volta iniziava il bello» (Filippo), setting troppo curati e poco adatti per divertirsi, ed eccessive misure di sicurezza: dal confiscare gli accendini alle Ogr ai «[i buttafuori] hanno fatto una retata di gruppo nei bagni per beccare chi pippava» (Luciano) da Combo.

Se da un lato si registrano controlli sempre più stringenti nei quartieri della movida come nei locali notturni (polifunzionali o meno), dall’altro l’informalità notturna (e relativi tentativi di controllo) è sempre più rilevante al di fuori del centro cittadino. Un primo caso è quello delle feste di musica elettronica che hanno iniziato ad essere organizzate senza autorizzazioni nei parchi pubblici di Torino dopo il picco della pandemia Covid-1913. Nonostante il tentativo di reprimerle, sia a livello nazionale – la prima misura implementata dal governo Meloni è stata la criminalizzazione di «chiunque organizza o promuove l’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di realizzare un raduno musicale o avente altro scopo di intrattenimento»14 – sia a livello locale15, esse continuano a tenersi16 perché «vuoi mettere ballare in mezzo alla natura, senza buttafuori, solo tra ame» (Lucia). Sebbene nel dibattito pubblico l’interpretazione dominante continui a ruotare attorno a insicurezza, inquinamento (acustico), degrado etc., in queste feste l’informalità diventa una risorsa mobilitata per resistere sia all’escalation securitaria che ha decimato gli spazi notturni di Torino, perché mette a disposizione nuove location dove incontrarsi e ballare; sia alla scarsa accessibilità e all’eccessiva regolamentazione dei pochi locali notturni rimasti in città, perché in queste feste open air non sono presenti né le barriere e né i controlli formali analizzati in precedenza.

Un secondo caso è la socialità serale e notturna della popolazione con background migratorio. Un tema assente nella traccia d’intervista, ma selezionato spontaneamente dagli intervistati che l’hanno più volte impiegato come termine di paragone: «non riesco a immaginare i miei nonni fuori di casa a quell’ora… ed essere così socievoli per giunta» (Germana). Una socialità che non si accalca nei dehors di ristoranti, enoteche etc. ma si appropria delle zone verdi, delle panchine, dei marciapiedi di fronte ai portoni di casa o ai negozi gestiti da conoscenti; con bambini che si divertono, gruppi di amici e parenti che condividono snack e bevande, mentre “«[signori] anziani giocano ad una specie di dama» (Ruben); in cui non c’è una chiara distinzione né tra attività diurne, serali e notturne come dimostra chi fa sport a qualsiasi ora, né tra spazi privati e pubblici, con le aree attorno a minimarket e altri negozi che si riempiono di familiari e conoscenti, diventando più simili a salotti che a esercizi commerciali. Una socialità informale oggetto anch’essa di controlli, un riferimento in questo senso è il progetto ToNite17 per la riqualificazione serale e notturna del lungo fiume Dora – zona di frontiera tra centro e periferia nord. Il progetto ha operato su Lungo Dora Aurora con attività culturali e di animazione sociale (al massimo serali) per “riempire” e presidiare una zona considerata insicura perché scarsamente frequentata al calar del sole (Petrilli, Vanolo 2025). Tuttavia, gli stessi output di ToNite dimostrano quanto essa fosse già attiva e “piena”, ma non dei consumatori rispettabili a cui era indirizzata la riqualificazione dell’area. Non si capirebbe altrimenti perché rimuovere le panchine sul lungo fiume18 o le descrizioni riportate nel report “etnografico”: con i «mini-market che contribuiscono a creare bivacco» (Experientia 2020: 34) o la presenza di «solo persone di colore, e tutte sul marciapiede sempre, che parlano ad alta voce che ridono che si spintonano» (ivi: 36).

Conclusioni

I night studies sono un campo di ricerca interdisciplinare di recente costituzione, la cui origine può essere ricondotta all’ultimo decennio del Novecento quando in ambito anglosassone è stato formulato il concetto di Nte. Facendo propri gli inviti provenienti dalla southern theory in campo criminologico e urbano, il presente contributo si è proposto di provincializzare gli studi sulla notte (Petrilli, Vanolo 2025). In particolare, si è posto come primo obiettivo interrogare criticamente il gaze dominante in questo campo di studi per far emergere i bias che lo strutturano. Un primo risultato dell’analisi è aver compreso come la formazione di questo campo di studi sia dipesa dal mutato significato attributo a divertimento notturno e notte rispetto al tradizionale immaginario nictofobico occidentale (Gallan, Gibson 2011; Edensor 2015); con il primo che, grazie alla sua ridefinizione in Nte, è diventato funzionale nei processi di rigenerazione urbana post-industriale e la seconda che, di conseguenza, ha smesso di essere un territorio ‘vuoto’ ed economicamente marginale. Di seguito, è stato segnalato il disinteresse nei confronti dei fenomeni notturni spazialmente, socialmente e culturalmente marginali che ha caratterizzato questo campo di studi, uno sguardo “centralista” in linea con l’atteggiamento che categorizza e gerarchizza la realtà in base a specifiche connotazioni eurocentriche, senza che esse siano problematizzate (Shaw 2015; Aramayona, Guarneros-Meza 2023). Infine, l’in/formalità è stata adottata come lente teorica per ampliare il campo visivo degli studi sulla notte perché permette di relazionarsi alla marginalità attraverso un approccio non normativo: da un lato, smaschera le relazioni di potere impari che la sostanziano e, dall’altro, restituisce agentività alle soggettività subalterne (Yeo 2019; Aramayona 2025).

Questo lavoro di decostruzione è risultato propedeutico per perseguire il secondo obiettivo del presente contributo, realizzare un’analisi del divertimento notturno torinese da una prospettiva non allineata agli approcci tradizionali degli studi sulla notte, mobilitando riflessioni e strumenti concettuali elaborati da studiosi e studiose del Sud globale. Il focus non è stato posto (solamente) sulle forme convenzionali del divertimento notturno, si è seguito il richiamo di Yeo (2019) a prendere distanza dalla monocultura della Nte per riconoscere il valore dell’in/formalità all’interno della socialità notturna. L’analisi ha permesso di ricostruire più di trent’anni d’in/formalità del divertimento notturno torinese; le quali, oltre a non essere incluse nelle narrazioni ufficiali di branding della città, sono state oggetto di un costante controllo e molteplici tentativi di ‘estirparle’ dal territorio notturno cittadino. Eppure, esse hanno rappresentato uno snodo centrale per la metamorfosi di Torino, la quale ha smesso di essere una grigia città industriale anche grazie al ruolo assunto nel corso degli anni ’90 da spazi occupati, rave e locali scarsamente regolati di Murazzi e Docks Dora. Esperienze in/formali che offrono un punto di vista unico per comprendere le trasformazioni (non solo notturne) che hanno interessato il capoluogo piemontese, permettendo di riscriverne la storia.

Non è infatti possibile riassumere la crisi del divertimento notturno torinese facendo solo riferimento al numero di discoteche e club chiusi o alla riduzione percentuale di eventi musicali, come visto nell’introduzione. Detto altrimenti, il declino della Nte che ha segnato gli anni ’10 è solo una fase di una più lunga escalation securitaria iniziata alla fine degli anni ’90 del Novecento con gli sgomberi delle case occupate, lo spostamento in provincia dei free party e la chiusura dei Docks Dora. Una volontà di ‘ripulire’ la città che nel decennio successivo si è concentrata sul suo centro, con la ‘de-marginalizzazione’ dei due poli del divertimento notturno (Murazzi) e serale (Quadrilatero Romano). Una escalation securitaria che non si è arrestata neanche quando nel 2017 i reparti mobili della Polizia di Stato sono impegnati nella «battaglia della movida», perché continua ad ampliarsi ancora oggi: con l’iper-regolamentazione dei nuovi locali polifunzionali, la criminalizzazione delle feste nei parchi cittadini e il tentativo di bonificare Lungo Dora Aurora dalla socialità notturna della popolazione immigrata.

Un processo di securitizzazione così radicale da distinguere Torino da altre città del sud Europa come Lisbona e Madrid, dove la criminalizzazione o l’invisibilizzazione dell’informalità è strumentale all’iper-turistificazione del territorio notturno (Nofre 2021; Aramayona, Guarneros-Meza 2023), mentre per il capoluogo piemontese è ormai un ricordo lontano il periodo olimpico, quando la città aveva smesso di occupare una posizione marginale nelle mappe dei party tourist nazionali e internazionali e «tutti venivano a Torino!» (Giuly). Nonostante questi tentativi di razionalizzare e controllare il territorio notturno, la nostra analisi ha messo in scena anche la capacità di quello che potremmo genericamente chiamare il “popolo della notte” di ridefinire e aggiornare le aggregazioni notturne informali: dai rave degli anni ’90 fino alle feste non autorizzate nei parchi degli anni ’20, passando per le piazze della malamovida degli anni ’10, «nott[i] (stra)ordinari[e]» (Yeo, Heng 2014: 717) in grado di sfidare sia la rigidità dei dispositivi di controllo sia le barriere della Nte, generando spazi di socialità aperti e accessibili a tutti. Aggregazione informali caratterizzate da una rilassatezza della regolamentazione simile alle esperienze analizzate da Yeo, ma che si differenziano da quest’ultime perché non ne condividono la medesima ordinarietà e quotidianità. L’immaginario notturno in cui si muovono è ancora quello dell’eccesso e della festa; pertanto, la loro resistenza nei confronti dei processi di esclusione e omologazione generati dalla Nte non si configura come un «silenzioso sconfinamento dell’ordinario» à la Bayat (2004), ma piuttosto come un rumoroso sconfinamento dello (stra)ordinario.

Più vicino all’ordinarietà delle esperienze analizzate da Yeo e delle resistenze teorizzate da Bayat è la socialità informale dei soggetti con background migratorio. Una modalità di vivere la notte che, in questo contributo, è stata esplorata attraverso il racconto di chi la osserva dall’esterno, vi è quindi l’urgenza di ampliarne la conoscenza includendo anche le voci di chi la vive dall’interno. Nonostante i limiti di questo approccio, è stato possibile rilevare il potenziale destabilizzante di queste aggregazioni rispetto all’immaginario notturno a cui siamo tradizionalmente abituati, grazie alla loro capacità sia di «trascendere la dualità formale-informale» (Yeo 2019: 173), sia di superare la distinzione tra attività diurne, serali e notturne. Si tratta inoltre dell’unica esperienza, insieme ai centri sociali degli anni ’90, in cui la notte si configura anche come uno spazio di incontro intergenerazionale; mentre negli altri casi essa risulta un territorio quasi esclusivamente giovanile. In conclusione, tanto per il rumoroso sconfinamento di chi fa festa quanto per la più ordinaria socialità della popolazione immigrata, l’in/formalità notturna si rivela una risorsa per chi la vive e una lente analitica indispensabile per chi la studia, in una notte torinese sempre più in crisi, sempre più regolamentate e sempre meno accessibile.

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1 Bernardi M., Editoriale, in «Scomodo», n°41, edizione locale Torino.

2 https://www.change.org/p/comune-di-torino-aiutiamo-i-locali-storici-di-torino-a-riaprire

3 Dato riportato da Daniele Citriniti di Io sono la musica che ascolto, https://nuovasocieta.it/il-mondo-della-musica-a-torino-fa-rete-il-mio-lavoro-e-un-gioco-un-gioco-molto-serio/

4 https://www.soundwall.it/la-morte-dei-murazzi-una-stupidita-tutta-italiana/

5 https://www.soundwall.it/il-reggaeton-da-giancarlo-a-torino-tenetevelo-voi/

6 https://www.soundwall.it/salvate-torino-quanto-sta-accadendo-e-triste-e-folle/

7 http://torinocapitalepensieromusicale.it/ [sito offline, pagina salvata nell’archivio digitale di Internet Archive].

8 Neologismo formato dall’unione del sostantivo evening (sera) e del suffisso -ification (per indicare un processo trasformativo).

9 La delibera n. 249 approva la procedura per la definizione del Piano, mentre la delibera n. 344 definisce le linee di azione prioritarie.

10 La Repubblica, 13/06/23, Movida con il contapersone: numero chiuso nelle vie dei locali.

11 https://torino.repubblica.it/cronaca/2025/01/16/news/movida_san_salvario_pusher_resdenti-423942122/

12 https://www.torinoggi.it/2025/02/04/leggi-notizia/argomenti/attualita-8/articolo/a-torino-e-sparita-la-movida-allappello-mancano-30mila-giovani-dove-sono-finiti-video.html

13 https://www.lastampa.it/topnews/edizioni-locali/torino/2021/05/17/news/parco-dora-di-nuovo-zona-franca-terzo-rave-illegale-in-20-giorni-per-150-ragazzi-1.40281110/

14 Decreto Legislativo 162/2022

15 https://torinocronaca.it/news/torino/350293/torino-feste-private-al-posto-della-movida-ma-unasu-tre-e-abusiva-ecco-come-sfuggono-ai-controlli.html

16 https://www.lastampa.it/torino/2024/07/15/news/feste_abusive_torino_telegram_serate-14476581/

17 Finanziato dal programma UE 2019-23 Urban innovative actions.

18 https://torinocronaca.it/news/200283/gli-anziani-sono-senza-panchine-rimosse-a-causa-del-bivacco.html.