Monographic Section

Il possibile contributo delle teorie queer alla prospettiva anti-oppressiva nel servizio sociale

Mara Sanfelici1, Luca Pavani2

1 Università degli studi di Milano-Bicocca, Italia

2 Università degli studi del Piemonte Orientale, Italia

Email: mara.sanfelici@unimib.it

Abstract. This paper explores potential intersections between anti-oppressive social work approach and queer theories. Although developed in different contexts, both perspectives emerged from movements contesting misrecognition, stigmatization, and structural discrimination, and both aim to transform everyday life-worlds as well as welfare institutions. On this basis, the paper identifies a shared critical and pragmatic orientation toward social justice. Firstly, the article first reconstructs the foundations of anti-oppressive social work, tracing its development from radical and structural approaches through feminist and anti-racist social work, to later integrations of post-structural, constructionist, and intersectional perspectives. Anti-oppressive practice involves linking the micro, meso and macro levels of intervention, overcoming the care/justice dichotomy by viewing them as complementary, and basing professional action on democratic, dialogical and reflexive relationships. Particular attention is paid to how socially constructed categories (such as class, gender, ethnicity, age, ability, and sexuality) shape identities, organize recognition and misrecognition, and legitimize unequal power relations within social work practice, organizations, and welfare policies. Secondly, the paper outlines core contributions of queer theories in challenging heteronormativity and more generally processes of normalization, highlighting the historical and discursive production of sexual and gender identities and the ambivalent effects of inclusion strategies that risk functioning as assimilation. By foregrounding contingency, boundary-making, resignification, and intersections with class, race, and gender, queer theory supports anti-normative reflexivity about what counts as normal, deviant, or atypical. Finally, the article discusses convergencies and tensions between these perspective in the contemporary debate and it ultimately argues for a productive hybridity that uses queer lens to problematize normative standards while maintaining a justice-oriented commitment to material redistribution, recognition, and care understood as a relational, ethical, and transformative practice at the core of social work.

Keywords: antioppressive social work, queer theories, care, power.

Index

Introduzione

Il servizio sociale anti-oppressivo

Il contributo delle teorie queer

Prospettiva queer e servizio sociale: sguardi compatibili?

Conclusioni: teorie queer nel servizio sociale per un approccio anti-oppressivo

Riferimenti bibliografici

Introduzione

Questo articolo si concentra sulle possibili intersezioni tra l’anti-oppressive social work e le teorie queer, per comprendere il contributo che queste ultime possono portare nel campo del servizio sociale. I primi due paragrafi fanno sintesi degli strumenti concettuali che distinguono i due sguardi teorici; a partire da questi, la terza sezione sviluppa riflessioni sulla conciliabilità delle due prospettive nel servizio sociale. L’intento comparativo tra i due filoni prende avvio dall’identificazione di un comune movente pragmatico: pur sviluppatisi in contesti e in relazione a istanze differenti, in entrambi i casi l’origine e l’evoluzione ha visto l’emergere di riflessioni teoriche, sollecitate da movimenti che hanno lottato e lottano per il riconoscimento di discorsi, esperienze e pratiche tenute ai margini o esposte a forme di discriminazione. Appare dunque utile cogliere possibilità di ibridazione tra i due sguardi, per potenziare le lenti teoriche con cui studiosi e studiose, professionisti e professioniste del servizio sociale cercano non solo di comprendere i fenomeni, ma anche di innescare trasformazioni nei mondi di vita di persone e comunità sistematicamente esposte a forme di misconoscimento o riconoscimento negativo.

Il paragrafo che segue apre la riflessione a partire dall’analisi dello sviluppo della prospettiva anti-oppressiva nel servizio sociale.

Il servizio sociale anti-oppressivo

Rendere conto dell’origine e dell’evoluzione di concetti che orientano un campo di studi e pratiche è un tentativo sfidante: idee e saperi emergono in tempi e in contesti differenti, si costruiscono su ciò che ha preso forma in precedenza e, alla luce di nuove trasformazioni, possono reinterpretarlo, rielaborarlo, criticarlo o cercare di infrangerlo; solo in alcuni casi, si giunge a riconoscere un’entità con confini più o meno distinti, a cui si associano definizioni.

Più in generale, nella storia e nel presente, si riconoscono diversi modi di rappresentare il ruolo e le funzioni del servizio sociale, legati a visioni e prospettive valoriali differenti, alcune più individualiste, altre più vicine a uno sguardo collettivista. Così, in diversi contesti, hanno prevalso approcci che vedono nel servizio sociale uno strumento per sostenere processi individuali di fronteggiamento, oppure prospettive riformiste orientate a promuovere ambienti sociali più inclusivi o, ancora, visioni critiche che chiedono una trasformazione profonda delle strutture socio-economiche e culturali alla radice di forme di ingiustizia sociale (Sanfelici, 2024). Le organizzazioni internazionali del servizio sociale hanno preso parte tra le diverse rappresentazioni che si sono configurate nel tempo, anche attraverso l’aggiornamento della definizione di social work riconosciuta da diversi Paesi nel mondo. Quella più recente (IASSW 2014) è esplicitamente orientata a superare lo storico divario tra prospettive micro e macro: i social workers impegnati nella disciplina e nella professione contribuiscono a costruire società più giuste, attraverso azioni per promuovere i diritti umani e i legami di solidarietà come condizione per realizzarli, contrastare a livello micro e macro forme di oppressione che limitano le possibilità delle persone, e sollecitare il superamento di politiche e pratiche ingiuste.

I fondamenti teorici e valoriali della prospettiva anti-oppressiva (Sanfelici 2024; Baines 2007) si riconoscono in questa definizione, e intendono offrire un framework concettuale utile a fondare una pratica coerente con il mandato delle organizzazioni internazionali.

L’anti-oppressive social work è un approccio in continua evoluzione, esito della progressiva ibridazione di teorie critiche, post-moderniste, costruzioniste, femministe e, più di recente, anti-coloniali, utilizzate come lenti interpretative sia per leggere i fenomeni sociali sia per orientare la pratica. Diversi autori (inter alia Baines 2007) rintracciano le origini di tale prospettiva nelle idee diffuse nel filone del radical social work (Bailey, Brake 1975), sviluppatosi negli anni settanta, prevalentemente ispirato al pensiero marxista, e centrato sull’analisi delle gerarchie di classe come generatrici di ingiustizia sociale. Negli anni ottanta lo sguardo si è ampliato, includendo nella riflessione le categorie socialmente costruite del genere e dall’etnia, in particolare con i filoni del feminist social work (Dominelli, MacLeod 1989) e dell’anti-racist social work (Dominelli 1988; Withorn 1984). Nella decade successiva, la prospettiva del servizio sociale strutturale (structural social work) ha introdotto le prime analisi intersezionali, in grado di evidenziare l’impatto di multiple forme di oppressione sociale (Mullaly 1997). Parallelamente, il contributo di Pease e Fook (1999) nell’ambito del critical social work ha integrato teorie post-moderniste e post-strutturaliste, individuando nei concetti di differenza, diversità e identità le chiavi per comprendere l’oppressione sociale, enfatizzando la necessità di mantenere il focus dell’analisi e dell’azione, non solo sulle strutture, ma anche sull’esperienza concretamente vissuta dalle persone.

Tali approcci condividono l’importanza di fare luce su come i significati associati a categorie socialmente costruite (i.e. la classe sociale, l’età, il genere o il colore della pelle) influenzano tanto i processi identitari, quanto le dinamiche di inclusione ed esclusione sociale. La riflessione critica sui loro effetti rappresenta una condizione necessaria per orientare l’azione del servizio sociale in tre direzioni interdipendenti. A livello meso e macro, l’obiettivo è promuovere il cambiamento dei sistemi e delle istituzioni che riproducono oppressione, e costruire legami di solidarietà come base per superare una visione meramente formale dei diritti; a livello micro, l’esigenza è fondare pratiche che si allontanano da forme di paternalismo e autoritarismo, muovendo verso relazioni di cura di tipo democratico, dialogico, e orientate alla giustizia sociale.

Il lavoro relazionale (Folgheraiter 2007) è il cuore dell’azione dei social workers, condizione per costruire interpretazioni condivise e alleanze che autorizzano processi trasformativi. La prossimità ai mondi di vita delle persone e la comprensione della loro esperienza è la chiave per costruire insieme a loro processi di sense-making, come fondamento di interventi inclusivi e di contrasto a discorsi e pratiche stigmatizzanti e escludenti. In tale prospettiva, il lavoro a livello micro contribuisce in modo essenziale a fondare analisi orientate a promuovere cambiamenti a livello meso e macro, includendo il punto di vista dei soggetti sull’impatto delle ingiustizie nella loro vita quotidiana e i possibili modi per contrastarle.

Il tentativo è superare una visione dicotomica che contrappone cura e giustizia: nelle pratiche di giustizia si proteggono i diritti, cercando un trattamento equo e inclusivo; nelle pratiche della cura hanno priorità i valori della fiducia, della solidarietà, del reciproco riconoscimento (Sanfelici 2024). Cura e giustizia in questo senso sono complementari. Da un lato, l’etica della cura non può fare a meno del rispetto dei diritti e della dimensione giuridica che li tutela; dall’altro, la cura consente il pieno godimento dei diritti, proteggendo e nutrendo le relazioni e partendo dall’assunto dell’interdipendenza degli esseri umani come ontologicamente vulnerabili (IASSW 2018). Così, si tratta di agire non solo sulla distribuzione di risorse che possono essere godute individualmente, ma anche sull’effettiva possibilità per le persone di partecipare alla pari alla vita sociale e politica, capacità (Sen 1994) ostacolata dalla riproduzione di forme di inclusione o esclusione che condizionano l’accesso al capitale materiale e simbolico.

Tale azione, tuttavia, non può essere priva di tensioni e ambiguità. I social workers non si muovono in un vuoto, ma in contesti sociali e organizzativi, in cui si costruiscono e si riproducono relazioni di potere che influenzano le loro stesse idee, modi di procedere e di rappresentare il ruolo del servizio sociale nella società e nelle istituzioni. Il framework anti-oppressivo offre strumenti per riconoscere i processi di categorizzazione cognitiva e sociale che influenzano i modi in cui conosciamo noi stessi e il mondo, operando distinzioni, classificazioni e cesure, più o meno temporanee o stabili. Per gli assistenti sociali si tratta di comprendere come tali processi incidono sulla formazione delle identità delle persone, orientando la percezione di sé e i modi in cui si fa esperienza dell’altro. È inoltre necessario analizzare come essi prendono forma e influenzano le pratiche discorsive e socio-materiali che promuovono inclusione o esclusione, processi continuamente in tensione nei mondi di vita delle persone.

Gli stessi professionisti interpretano la realtà attraverso categorie che si costruiscono in relazione alla loro esperienza personale e professionale: ciò comporta un costante esercizio di riflessività critica sugli aspetti del sé che mettono in gioco, e i filtri con i quali guardano a sé stessi, agli altri e al mondo. Tali categorie operano anche nelle istituzioni del welfare, in cui sistemi di classificazione inquadrano la definizione e la gestione degli interventi sociali. Si tratta dunque di comprendere come si costruiscono, si stabilizzano, e si trasformano i modi di porsi in relazione alla differenza nei più ampi contesti sociali e nelle organizzazioni dei servizi dove gli e le assistenti sociali operano.

Le categorie che ci consentono di identificare, di identificarci e di interpretare il mondo in cui interagiamo sono all’origine di processi di costruzione di confini fisici e simbolici, e il loro uso in modo rigido e binario può portare alla costruzione di stereotipi, pregiudizi e forme di discriminazione negativa. Questo accade quando i confini sono interpretati come “mura di una fortezza da difendere più che come terre di mezzo in cui sperimentare nuovi significati” (Cornelli 2019: 211). La stabilità rassicurante delle classificazioni viene assunta come difesa in relazione all’incomprensione per chi appare come indefinito e ambiguo, o comunque non interpretabile in base alle proprie categorie, e dunque potenziale elemento che mette in crisi l’ordine su cui c’è consenso; si accentuano, così, i tratti dell’altro che inducono a prenderne le distanze, talvolta anche sul piano emotivo nei termini del disgusto, stigmatizzando chi sfugge dagli schemi come “fuori luogo”, inappropriato o deviante (ivi). Tali processi portano a contrapporre un “noi” - di cui si evidenziano i tratti positivi, assunti come normativi - e un “loro” - caratterizzato da rappresentazioni negative - assumendo il proprio punto di vista come lo standard in relazione a cui giudicare gli altri. In questo modo, è possibile il consolidamento di forme di discriminazione e di oppressione sociale intesa come “una relazione di dominazione e subordinazione tra categorie di persone, in cui una trae vantaggio da forme sistematiche di abuso, sfruttamento e ingiustizia dirette verso un’altra” (Johnson 2000: 293). L’oppressione sociale trova giustificazione in assunti secondo cui una categoria di persone possiede qualità o caratteristiche che la distinguono come “migliore” o “superiore” (per intelligenza, capacità, merito, moralità) rispetto a un’altra, giustificando la discriminazione o la dominazione dell’altro gruppo e l’attribuzione di diverse condizioni di vantaggio o svantaggio, in relazione a un posizionamento sociale identificato in base a categorie socialmente costruite (genere, sesso, classe, etc.). Per esempio, chi è bianco, maschio, eterosessuale, ha un reddito sufficiente e abilità fisiche considerate “normali”, può dare per scontata una serie di valori e pratiche sociali che nella storia si sono strutturati in relazione alle sue credenze, prospettive e modi di fare le cose, mentre gli altri sono discriminati nell’accesso a risorse materiali e simboliche, e al riconoscimento di valore e diritti.

Le teorie critiche post-moderniste ibridate nel filone anti-oppressivo aiutano a comprendere come le relazioni di oppressione non hanno esiti predeterminati e scontati, in modi che annullano le agency individuali; i soggetti possono riconoscersi o meno nelle categorie a cui vengono associati, e i significati costruiti intorno ad esse possono mutare in contesti differenti. La resistenza che si esprime in forme di azione individuale o collettiva può mettere in discussione i discorsi e le ideologie mainstream che costruiscono esclusione, contrastare pregiudizi negativi e trasformare pratiche discorsive e relazionali. Nel campo del social work, alcuni studi danno conto di esperienze in cui le persone che afferiscono ai servizi sociali resistono in diversi modi a definizioni stigmatizzanti (Sicora, Fargion 2023), o di come siano riuscite a prendere la parola per provare a cambiare gli assetti istituzionali esistenti (Belotti et al. 2021). Inoltre, la storia (Ioakimidis, Willie 2022) e il presente offrono esempi di come gli interventi del servizio sociale abbiano aiutato gruppi in condizioni di svantaggio a organizzarsi per far riconoscere la propria prospettiva, o, ancora, professionisti che all’interno delle organizzazioni lavorano quotidianamente per promuovere l’umanizzazione dei servizi, contro retoriche che indeboliscono gli aspetti relazionali del lavoro di cura (Cellini, Sanfelici 2024).

Da un lato, dunque, gli individui non sono determinati da forze sociali esterne: le loro identità sono esito di multiple appartenenze che generano relative condizioni di privilegio o svantaggio. Allo stesso tempo, è rilevante riconoscere le relazioni di potere e come l’interazione di molteplici forme di oppressione rende alcuni gruppi sociali sistematicamente vulnerabili: la loro esperienza è limitata e plasmata da forze e barriere che non sono accidentali o occasionali e quindi evitabili, ma collegate tra loro (Frye 1983), in un gioco di incastri che limita o penalizza il movimento in qualsiasi direzione.

I concetti dalla prospettiva intersezionale (Crenshaw, 1991) sono usati nel filone anti-oppressivo per analizzare come forme di svantaggio e privilegio legate a categorie socialmente costruite si interconnettono e modellano l’esperienza di vita delle persone (Hancock 2007), come due facce della stessa medaglia. Una condizione di privilegio (Pease 2022) si determina quando un gruppo ha a disposizione qualcosa considerato di valore che è tuttavia negato ad altri, in relazione alla loro appartenenza e non a qualcosa che non hanno fatto o non sono riusciti a fare. Il privilegio assicura credibilità, rispetto, inclusione, e accesso prioritario alle risorse, consentendo agli individui un certo grado di influenza e agio nel muoversi nei contesti sociali, senza che emergano questioni circa la loro presenza o modi di essere, fare e pensare. In società diseguali, quando queste possibilità sono di fatto limitate ad alcuni gruppi in relazione al genere, all’età, allo status sociale o professionale, esse assumono la forma di vantaggi non guadagnati (unearned advantage). In relazione a come il contesto socio-culturale si è costruito, alcuni individui riescono a goderne in quanto membri di gruppi privilegiati, mentre altri ne sono esclusi. Ad esempio, una donna eterosessuale può sentirsi libera di parlare in pubblico della sua vita con il marito, mentre una donna lesbica in molti contesti può percepire come rischioso riferirsi apertamente alla propria vita affettiva. Aumentare la consapevolezza sul carattere non naturale, ma socialmente costruito, della disuguaglianza sociale e degli standard normativi che identificano il privilegio come base per misurare il successo e il fallimento, è un’azione possibile per provare a contrastare forme di discriminazione e oppressione, promuovendo pensiero critico sia nei gruppi oppressi che privilegiati, e la possibilità di far interagire prospettive differenti.

Saper identificare e analizzare le relazioni di potere, cura e riconoscimento per costruire letture meno rigide e vincolate a schemi acquisiti e dati per scontati è una competenza degli e delle assistenti sociali che va costruita e costantemente aggiornata attraverso processi di riflessione critica. Concezioni normative, ad esempio riferite alla sessualità, possono alimentare stereotipi e pregiudizi negli stessi servizi sociali, con l’esito di processi di misconoscimento o riconoscimento negativo, che minano le basi per una relazione di fiducia tra cittadini e servizi (Monaco 2024; Nothdurfter 2024). Le teorie queer possono offrire un contributo rilevante per fondare processi riflessivi nelle elaborazioni teoriche e nella pratica: è su questo che si intende riflettere nei prossimi paragrafi, anche in riferimento a un dibattito che ha mosso critiche alla stessa prospettiva anti-oppressiva, o almeno ad alcune sue espressioni nel corso del tempo che ne ha visto l’evoluzione.

Qualsiasi tendenza, anche all’interno dei filoni critici, che rischi di limitare o prescrivere rigidamente la natura della critica finisce per minare il proprio scopo. La prospettiva anti-oppressiva è un approccio che per definizione dovrebbe essere aperto al confronto, a partire dai suoi stessi presupposti e definizioni. I concetti teorici in uso sono frutto di categorizzazioni e cesure, e i tentativi di ibridazione teorica che provano a superare i confini tracciati nei processi di costruzione di saperi teorici e pratici possono produrre tensioni, e talora contraddizioni, nei tentativi di interpretare e muoversi nella realtà di cui si fa esperienza. Si proverà allora a evidenziare come le teorie queer possono offrire strumenti utili a mantenere costante l’attenzione su tali rischi: una delle ragioni che ha dato spinta al loro emergere è proprio il tentativo di promuovere un pensiero complesso e auto-critico anche negli stessi filoni e movimenti critici, orientati alla denuncia di forma di ingiustizia sociale. Il prossimo paragrafo prova a dare conto di tale contributo, per rintracciarne in seguito le possibili connessioni con le esigenze e le istanze che muovono il servizio sociale.

Il contributo delle teorie queer

Le teorie queer e i movimenti queer sono emersi come forze trasformative che hanno cambiato il modo in cui genere e sessualità vengono compresi sia nelle riflessioni teoriche sia nelle pratiche quotidiane. L’obiettivo è stato quello di introdurre nuove modalità di pensare e agire, cercando di contrastare non solo idee e pratiche manifestamente escludenti, ma anche quelle che, pur nel tentativo di promuovere riconoscimento e giustizia, hanno di fatto rischiato di partecipare a processi di normalizzazione, alla base della stessa idea di “inclusione” che sottendono.

A partire dagli anni novanta del secolo scorso, le teorie queer hanno cominciato a guadagnare spazio in diverse discipline accademiche. La teorica de Lauretis (1991) ha introdotto il termine queer in occasione di una conferenza all’Università della California, muovendo una critica esplicita al filone dei lesbian and gay studies; in particolare, la studiosa ha evidenziato un rischio corso in tali contributi, ovvero quello di oscurare le differenze, privilegiando più o meno consapevolmente l’esperienza degli uomini gay, bianchi e di classe media. La prospettiva queer è stata proposta come un’opportunità per elaborare nuovi modi di concettualizzare le identità sessuali, da un lato, superando il tentativo di comprenderle in relazione alla categoria normativa dell’eterosessualità e, dall’altro, promuovendo uno sguardo che considera l’intersezione con altre categorie socialmente costruite della classe, del genere, dell’etnia. Secondo de Lauretis (1991), le sessualità lesbiche e gay mettono in atto modalità intime e sociali di relazione non normative, che introducono nuove possibilità e forme di resistenza ai discorsi dominanti e all’omogeneizzazione culturale, e in questo si identifica il loro potere trasformativo. A suo parere, i lesbian and gay studies rischiavano invece la riproduzione di una visione essenzialista della sessualità, assumendo l’idea di un’identità sessuale fissa, e al tempo stesso universale e trans-storica. Al contrario, nella prospettiva queer l’identità è assunta come un costrutto socioculturale che, in tempi e contesti diversi, ha assunto differenti significati in relazione a valori, idee e pratiche in trasformazione.

Di fatto, è oggi opportuno parlare di teorie queer al plurale, considerato che esse non costituiscono un campo omogeneo, ma sono attraversate da differenze rilevanti sul piano epistemologico e politico. Come osserva Bernini (2017), le teorie queer possono essere lette come un insieme di paradigmi in tensione, che propongono modi differenti di interpretare il rapporto tra sessualità, potere e trasformazione sociale. L’autore individua, in particolare, tre principali correnti teoriche che consentono di cogliere la pluralità interna al pensiero queer. La prima corrente, definita freudomarxista rivoluzionaria (Mieli 1977), interpreta la sessualità come ambito di repressione strutturale prodotta dall’ordine sociale capitalistico e concepisce la liberazione sessuale come parte integrante di un progetto di trasformazione radicale della società. Un secondo filone, riconducibile al costruttivismo radicale, e fortemente influenzato dall’analisi di Foucault (1976) e dalle successive elaborazioni di Butler (1996), rifiuta l’idea di una sessualità naturale e si concentra sui processi storici e discorsivi attraverso cui le identità sessuali e di genere vengono prodotte, regolate e rese intelligibili entro specifici dispositivi di potere. Infatti, le pratiche sessuali sono esistite in molteplici forme attraverso epoche e luoghi diversi, ma soltanto in determinati momenti storici si sono coagulate in identità che sono state nominate e regolate entro relazioni di potere in cui hanno preso forma, si sono riprodotte e trasformate. Per esempio, Foucault (1976) mostra come nel corso del tempo il discorso medico si sia intrecciato a quello giuridico nell’identificare e normare l’identità omosessuale; contemporaneamente, evidenzia come gli stessi processi definitori abbiano avuto conseguenze inattese: coloro che venivano identificati come omosessuali si sono appropriati di quello stesso discorso per ridefinire il significato della categoria, riconoscersi tra loro, costruire una comunità e avanzare rivendicazioni politiche. Evidenza di ciò sono le prime forme di attivismo per i diritti delle persone omosessuali della fine del XIX secolo, che si sono sviluppate in parallelo e in intreccio con la sessuologia e con le leggi contro la sodomia. Infine, una terza corrente del pensiero queer si ispira alle teorie antisociali (Bersani 1987; Edelman 2004) per proporre una critica radicale nei confronti dell’ordine sociale e simbolico, mettendo in discussione sia le norme eterosessuali sia le stesse categorie di soggetto, comunità e futuro su cui si fondano molte strategie politiche emancipative.

Ognuno di questi filoni ha offerto un contributo rilevante nel mettere in discussione l’idea di eterosessualità come norma naturale, e le costruzioni sociali mainstream ad essa associate, più o meno intenzionalmente usate per marginalizzare alcuni gruppi di persone. Gli studiosi e le studiose queer sono critici anche rispetto a un approccio formale ai diritti delle persone LGBTQIA+ e in particolare verso strategie di inclusione sociale che hanno distinto alcuni movimenti liberali (Bernini 2017). Se diverse azioni collettive hanno consentito di promuovere trasformazioni nelle politiche e nelle leggi, esse hanno tuttavia rischiato di rinforzare idee e pratiche che di fatto traducono l’inclusione in un processo di assimilazione. La critica si concentra su due aspetti. In primo luogo, si evidenzia come la focalizzazione su singole questioni relative ai diritti (come, ad esempio, il riconoscimento delle unioni attraverso il matrimonio), e la centralità attribuita alle richieste di inclusione nelle istituzioni esistenti, minano alla radice le potenzialità trasformative di un discorso che cerca invece di decostruire rigidi confini di categorie normative (Duggan 2003; Warner 2012). In secondo luogo, viene criticata l’assenza di uno sguardo intersezionale (Crenshaw1991): alcuni movimenti attivisti hanno rappresentato in prevalenza gli interessi di uomini gay, bianchi e di classe media, il cui privilegio consente loro di accedere ai benefici in modi non disponibili – o non desiderabili – per altri gruppi LGBTQIA+, ad esempio le persone di colore o a basso reddito (de Lauretis 1991; Bernini 2017).

Obiettivo della prospettiva queer è, quindi, mostrare come il discorso eteronormativo contribuisca a costruire e riprodurre forme di oppressione sociale, naturalizzando l’eterosessualità, e facendola apparire come un dato biologico, universale e neutro. Invece di essere riconosciuta come una delle possibili espressioni della sessualità, è assunta come lo standard implicito e indiscusso a partire dal quale le altre identità e pratiche sessuali vengono valutate. Così, da un lato, l’eterosessualità diventa una categoria di significati dati per scontati e che come tali non hanno bisogno di essere nominati; dall’altro, tutti gli altri modi di pensare e esprimere la sessualità sono resi visibili come eccezioni o anomalie più o meno accettate, tollerate, oppure represse e punite. Questa forma di oppressione si basa su una gerarchizzazione simbolica, che colloca l’eterosessualità in posizione di superiorità e definisce le identità LGBTQIA+ come deviazioni dalla norma, subordinate o problematiche in quanto tali (Duggan 2003). Questo ordine gerarchico si intreccia con la riproduzione sociale di ruoli di genere tradizionali, fondati sul binarismo uomo/donna e sull’istituzione della famiglia nucleare (con genitori eterosessuali) come cellula normativa della società. Il discorso eteronormativo prende forma e si consolida nelle relazioni che si svolgono nei mondi di vita quotidiana e nelle istituzioni giuridiche, educative e del welfare, che riproducono i suoi assunti impliciti come universali.

Il limite di politiche centrate esclusivamente sul riconoscimento di diritti preclusi a chi non si identifica in tale ordine può essere quello di confermare e riprodurre discorsi mainstream e una conseguente normalizzazione delle identità LGBTQIA+, di fatto funzionale a lasciare inalterate le forme dominanti degli assetti sociali, e a difendere i processi di riproduzione del genere e della sessualità dati per scontati nelle forme di regolamentazione degli Stati moderni. Lo stesso sapere scientifico è a lungo servito a fornire giustificazione e “evidenze” a forme di governo della popolazione, che tacitamente sono diventate strumento di riproduzione della gerarchia tra i generi, della eterosessualità obbligatoria (Rich 1985) e, in ultima istanza, del sistema di privilegio del soggetto maschile, bianco, eterosessuale, normodotato, e di classe medio-alta. Nei due secoli scorsi, nelle società occidentali una delle preoccupazioni più rilevanti nelle stesse scienze mediche, economiche, psicologiche e sociali è stata quella di rilevare e classificare differenze fisiche e sociali: come nel pensiero di senso comune, anche nel sapere scientifico e professionale classificare serve uno sforzo di interpretazione del mondo fisico e sociale: esso muove spesso da un’esigenza di fronteggiamento dell’incertezza, che si assume di arginare attraverso previsioni basate sulla stima della frequenza e dell’incidenza dei fenomeni. Gli studi sulla costruzione sociale della scienza mostrano come tale sforzo non identifichi solo un bisogno di conoscenza, ma abbia di fatto contribuito a costruire confini che hanno consentito agli Stati moderni il controllo dei corpi, collocandoli in gerarchie tanto nei territori entro i confini nazionali, quanto nelle aree colonizzate (Foucault 1976). Il riferimento a categorie socialmente costruite ha portato a distinguere in relazione a norme binarie ciò che è normale e ciò che non lo è, ad attribuire valore o a sminuire alcuni tipi di identità, fino a giustificare forme di controllo eugenetico della popolazione, di governo dei confini territoriali degli Stati e delle norme relative alla divisione del lavoro tra i generi (Butler 1996).

Il filone dei gender studies è tra i primi ad aver sfidato il sistema binario che ha strutturato l’ordine politico moderno e, con esso, anche gli obiettivi e i modi di costruire saperi sia scientifici sia pratici, attraverso il tentativo di mettere in luce e in discussione gli effetti dei sistemi di privilegio consolidati. La prospettiva queer ha interagito in tale filone, promuovendo un pensiero non solo anti-eteronormativo, ma più in generale anti-normativo: obiettivo è consentire l’evoluzione sia degli approcci teorici sia delle pratiche per il riconoscimento e la comprensione della diversità, oltre forme di pensiero dicotomico, e destabilizzando confini categoriali. Ciò è possibile attraverso strategie di ri-significazione, anche con la riappropriazione di termini stigmatizzanti usati nei discorsi mainstream: lo stesso termine “queer”, ad esempio, era usato per riferirsi in modo spregiativo a persone LGBTQIA+, identificandole come “strane” e non conformi, ed è stato successivamente usato per rivendicare l’identità queer, come possibilità di resistenza a norme sociali oppressive. Allo stesso tempo, strategie di dis-identificazione non mirano a negare le identità, ma a liberarle da confini che non ne riconoscono il carattere ibrido e fluido, e che in tal modo riproducono oppressione epistemica e sistemica.

Così, ad esempio, sviluppare forme di pensiero anti-normativo significa saper riconoscere l’insieme di rappresentazioni culturali, pratiche sociali e istituzionali, e regimi di sapere/potere che identificano come naturali, neutrali e universali norme che di fatto sono socialmente costruite in diversi contesti storico-culturali, spostando lo sguardo da identità fisse a pratiche e relazioni situate, e mostrando la pluralità di identità ed esperienze.

Il paragrafo che segue discute del possibile contributo che tale sguardo può portare nel servizio sociale, richiamando anche il dibattito che ne vede invece l’inconciliabilità.

Prospettiva queer e servizio sociale: sguardi compatibili?

Assunti e obiettivi delle due prospettive fin qui analizzate sembrano convergere: svelare e contrastare diseguaglianze sociali e forme di oppressione strutturale, culturale ed epistemica che contribuiscono a giustificarle è un comune progetto teorico, politico e pragmatico. L’intento è promuovere una costante riflessione critica per liberare i contesti sociali da processi che irrigidiscono i confini delle categorie usate per definirsi, riconoscersi e comprendersi, svelando in particolare come l’origine di alcuni significati a esse associati derivino da posizioni androcentriche, patriarcali, bianche, abiliste ed eteronormative.

Tuttavia, il riconoscimento di tale convergenza non sembra scontato nel dibattito che si è sviluppato nella letteratura di servizio sociale, anche recente, in cui emergono critiche reciproche: se, alcuni autori (Hicks 2008) spiegano come le teorie queer consentirebbero di identificare i limiti del filone anti-oppressivo, e individuarne ipotesi di superamento, altri studiosi (Mulé 2016), invece, mettono in evidenza come alcuni assunti del filone queer lo rendano incompatibile con la pratica del social work.

I primi sottolineano in particolare come alcuni approcci nel filone anti-oppressivo tendano a riproporre assunti modernisti, che focalizzano l’attenzione su minoranze con bisogni specifici, anziché interrogare i discorsi dominanti impliciti nelle istituzioni e nelle pratiche del welfare (Hicks, Jeyasingham 2016) che riproducono tali categorie come marginali. Così, un approccio anti-oppressivo si tradurrebbe nella formazione e nell’applicazione di conoscenze e competenze ad hoc per identificare bisogni speciali di gruppi oppressi, con la conseguenza di aderire alle stesse norme binarie che promuovono il mantenimento di pratiche ingiuste. Ad esempio, come evidenziano Rinaldi e Benvenuti (2023), il lavoro con persone LGBTQIA+ viene spesso declinato attraverso lo sviluppo di competenze specifiche per relazionarsi con questo “tipo” di diversità, con il rischio di mantenere un approccio alla differenza e all’inclusione riferito all’eterosessualità come norma. Similmente a quanto accaduto nei movimenti LGBTQIA+, anche nel servizio sociale alcune categorie identitarie (es. “le/i trans”, i “poveri”, “le vittime di violenza”) possono essere usate come strumenti di riconoscimento politico e giuridico, con il rischio di promuovere interventi a livello micro o macro entro le medesime gabbie normative che si propongono di contrastare. Di fatto, la storia della prospettiva anti-oppressiva ha preso forma a partire dalla seconda metà del secolo scorso sulla spinta di teorie critiche ancora vicine al pensiero modernista, ma nel tempo ha visto una trasformazione che delinea contributi influenzati dalle teorie post-moderne e intersezionali. Gli approcci più recenti (Sanfelici 2024) mettono in discussione l’idea stessa di identità stabili e invitano a un pensiero critico verso i processi che portano anche nel servizio sociale a costruire identità marginali e oppresse con le categorie di “ultimi” “bisognosi” e “svantaggiati”, evidenziando invece forme di resistenza come fonti di cambiamenti possibili. Se, dunque, si riconosce la trasformazione del pensiero in questo filone, così come è avvenuto nei gender studies e nei movimenti sociali, dovrebbe essere superata la critica che lo identifica nella cornice di un pensiero modernista e normativo.

Il secondo posizionamento nel dibattito evidenzia invece l’inconciliabilità tra teorie queer e pratica anti-oppressiva, per ragioni diverse. Secondo Mulé (2016), ad esempio, se l’anti-oppressive social work intende promuovere concreti cambiamenti nel disegno delle politiche e nell’offerta dei servizi per perseguire il valore della giustizia sociale, la prospettiva queer potrebbe essere origine di difficoltà sia per gli studi sia per la pratica: l’autore evidenzia come le “istanze anti-identitarie” che associa al filone queer non consentono di ammettere processi di categorizzazione inevitabilmente sottesi nell’identificazione dei beneficiari degli interventi e nel lavoro sociale, né di riconoscere come gli stessi soggetti che si rivolgono ai servizi possano scegliere di attingere a categorie anche mainstream per identificarsi. Un processo di decostruzione così radicale di fatto non consentirebbe in generale di distinguere in base a categorie, non funzionali ad escludere, ma a promuovere processi trasformativi, e sarebbe pertanto poco utile a una pratica che mira al riconoscimento di categorie in condizioni di svantaggio strutturale.

Questo dibattito aiuta a riflettere criticamente sui modi di riferirsi ai concetti dagli approcci anti-oppressivi e queer, ma anche di riconoscere come i medesimi sforzi di critica si fondino su categorie, classificazioni e assunti, talvolta essi stessi a rischio di interpretazioni binarie (ad esempio, queer vs. non queer, modernista vs. postmodernista, costruzione vs. decostruzione). Sembra invece possibile riconoscere come, al contrario, l’apprendimento che può originare da entrambi gli approcci muove verso la possibilità di ibridazioni di saperi, e di confini tra essi, riconoscendo il potere e la legittimità di diversi sguardi. Ciò che li rende conciliabili può essere una prospettiva valoriale che muove verso il riconoscimento reciproco come fonte per costruire relazioni e contesti sociali in cui è possibile esprimere le proprie capacità nelle differenze. Sia il filone anti-oppressivo contemporaneo sia le teorie queer offrono strumenti che possono tradurre tale fondamento valoriale attraverso l’esercizio di un pensiero e una pratica de-costruttiva e al contempo rigenerativa di possibilità, costantemente consapevole delle tensioni, delle ambiguità e delle incertezze che caratterizzano l’esperienza umana, le sue espressioni e i modi di conoscere. La cornice valoriale e distintiva del servizio sociale consente anche di non aderire a forme di radicale relativismo etico, giustificando forme di abuso e violenza che violano i diritti degli altri, in nome di richieste di riconoscimento individuale. Sul piano delle istituzioni e delle pratiche delle professioni sociali, entrambe le prospettive sollecitano un lavoro critico che non si limiti ad aggiungere interventi per categorie riconosciute come meritevoli di attenzioni speciali (“le/i trans”, “le/i migranti”, “i poveri”), entro i modelli già esistenti, ma che interroghi su come operano le categorie sulla sessualità, sulla classe o sull’appartenenza etnica nella definizione delle politiche, dei servizi e dei diversi saperi disciplinari e professionali. In questa prospettiva, la decostruzione del discorso eteronormativo e degli altri discorsi dominanti non è soltanto un esercizio teorico, ma diventa un progetto politico e professionale di trasformazione sociale.

Conclusioni: teorie queer nel servizio sociale per un approccio anti-oppressivo

Questo contributo ha inteso mettere in luce un fondamento insieme valoriale e pragmatico che si riconosce nei filoni queer e anti-oppressivo, entrambi orientati a promuovere possibilità per un pensiero e un’azione in grado di liberare i confini da barriere che opprimono possibilità di essere, esprimersi e agire.

I concetti dalle teorie queer possono contribuire agli sforzi di teorizzazione e sistematizzazione nell’approccio anti-oppressivo che provano a superare logiche binarie e rendere possibili rappresentazioni più fluide; è proprio questo comune assunto che consente di mantenere consapevolezza sulla continua riproduzione di idee e pratiche che portano a distinguere vite di maggiore e minor valore, e in relazione ad esse gruppi che possono vedere soddisfatti - oppure differiti o ignorati - i loro bisogni di riconoscimento simbolico e materiale. L’obiettivo è stimolare interrogativi che mirano a indagare le radici degli stessi assunti che plasmano le teorie e le pratiche. Gli stessi concetti ripresi nella cornice anti-oppressiva possono essere usati in modo rigido e binario, riproducendo anche inconsapevolmente forme di etichettamento, ad esempio classificando il mondo in oppressi e oppressori, senza riconoscere possibilità di reciproche influenze e quindi di trasformazioni, pur all’interno di forme di sfruttamento sistematico.

La squalificazione di determinati saperi e esperienze può avvenire ed è avvenuta in una molteplicità di modi più o meno visibili: determinate rappresentazioni di autonomia e vulnerabilità (Sanfelici, 2024), l’esclusione da certi spazi e certi usi del tempo e da forme di riconoscimento per alcuni gruppi sono modi in cui prende forma la marginalizzazione sociale. Nel servizio sociale si rende necessaria un’azione di contrasto a tali fenomeni, non solo attraverso la denuncia, ma anche la costruzione di dialogo e legami possibili tra gruppi, movimenti, associazioni e mondo delle istituzioni. La promozione di pratiche, politiche e ricerca in chiave anti-oppressiva implicano la partecipazione delle persone che dovrebbero beneficiare dei servizi alla definizione dei problemi a cui sono associati, modalità possibile solo a partire dal riconoscimento di reciproche istanze e saperi. Sessismo, razzismo, classismo, bi-omo-lesbo-transfobia hanno origine nella società e nelle istituzioni, ma è possibile promuovere in essi movimenti culturali che non solo ne svelano i processi alla radice, ma provano a creare possibilità di ibridazione dei confini delle categorie con cui i social workers necessariamente operano. In questo senso è possibile, ad esempio, aiutare i professionisti a decostruire il discorso eteronormativo che identifica la famiglia nucleare (madre, padre, figli) come modello di riferimento naturale e migliore per lo sviluppo dei bambini. Questo presupposto si riflette non di rado nelle valutazioni di idoneità all’affido o delle capacità genitoriali, dove le famiglie composte da coppie dello stesso sesso possono essere considerate atipiche o potenzialmente problematiche. L’obiettivo allora diventa riconoscere come questa rappresentazione non sia neutrale, ma effetto dell’eteronormatività istituzionale, che produce la coppia eterosessuale come standard e definisce le altre forme familiari come deviazioni. Lavorare in un’ottica-anti oppressiva che include la prospettiva queer significa non chiedersi se una famiglia omogenitoriale sia adeguata allo standard eterosessuale, ma problematizzare lo standard stesso, riconoscendo relazioni di potere, e possibili altre forme di cura e relazionalità come parimenti legittime e portatrici di valore, non attraverso la tolleranza delle differenze, ma la loro valorizzazione. Non servono dunque nuove tecniche per il lavoro con persone con bisogni speciali, ma una prospettiva critica e trasformativa, che spinge a riconoscere e rivedere assunti dati per scontati, e destabilizzare confini tra categorie, per riconoscere la complessità delle soggettività e delle relazioni.

Questo consente di tradurre in pratica l’orientamento di un servizio sociale anti-oppressivo, che interviene per prevenire o riparare “rotture nelle relazioni di riconoscimento” (Honneth, Anderson 2011, p. 114), attraverso un’azione che si dispiega contemporaneamente a livello micro e macro, e attivando continue interazioni tra i due livelli. Da un lato, il servizio sociale promuove la cura dei legami che veicolano riconoscimento nelle sfere delle relazioni affettive e comunitarie (Honneth 2007), dall’altro agisce per garantire che siano rispettati i diritti delle persone e attiva le ri-connessioni necessarie a organizzare movimenti collettivi contro forme di misconoscimento o riconoscimento negativo (Sanfelici 2024).

Le teorie queer consentono di svelare gli stessi processi attraverso cui la cura, intesa come lavoro relazionale, affettivo e corporeo, è stata storicamente svalutata nelle società occidentali. La cura è stata a lungo inscritta dentro una cornice patriarcale ed eteronormativa, che ne ha naturalizzato l’associazione con il femminile, relegandola alla sfera privata e familiare, e considerandola in quanto tale meno degna di riconoscimento economico, politico e simbolico rispetto al lavoro produttivo (Casalini 2020). Mettendo in discussione dualismi tradizionali (pubblico vs. privato, lavoro produttivo vs riproduttivo, maschile vs. femminile, razionale vs. emotivo), le teorie queer permettono di decostruire le logiche attraverso cui il lavoro di cura è stato rappresentato come attività naturale e non qualificata, piuttosto che come pratica sociale complessa e generatrice di valore. In questo senso, l’approccio queer aiuta un lavoro anti-oppressivo orientato anche a livello meso, che non si limita a rivendicare l’inclusione di nuove soggettività nelle istituzioni esistenti, ma apre uno spazio critico in cui diventa possibile ripensare radicalmente le gerarchie che hanno storicamente marginalizzato la cura, restituendole centralità nei servizi di welfare come risorsa per immaginare modelli alternativi di convivenza e giustizia sociale.

Adottare un approccio queer nel servizio sociale permette quindi di valorizzare la cura come pratica trasformativa, decostruendo l’idea che essa sia marginale o “inferiore” rispetto alle dimensioni tecnico-burocratiche dell’intervento, e aprendo la possibilità di concepire servizi più attenti alla dimensione relazionale e alla giustizia sociale.

Promuovere tale movimento di idee è tanto più necessario in un momento storico che vede il ritorno di forme di essenzialismo, movimenti che promuovono forme di riconoscimento solo individuale e non reciproco, o riconoscimento negativo (Sanfelici, Gui 2024), e risorte forme di ostilità costruite su rappresentazioni binarie, che categorizzano per escludere. Al contrario, il lavoro di cura nel servizio sociale presuppone l’apertura al co-sentire, a limitare la propria prospettiva egocentrica, la disponibilità ad apprendere dall’esperienza altrui attraverso lo scambio come fonte di rigenerazione. Lo sguardo queer può facilitare processi di de-creazione (Weil 1988), che aprono alla contaminazione con gli altri, e a nuove prospettive possibili. Nel servizio sociale, tale processo consente anche di sottrarsi all’assunzione dei ruoli rigidi di “aiutanti” e “aiutati”, rendendo possibili dinamiche di reciprocità tra social workers e cittadini, in cui la condizione di vulnerabilità può slittare dall’uno all’altro (Pulcini 2020), spingendo i soggetti e esporsi in un flusso che consente apprendimento reciproco: si chiede all’altro di aiutare a comprendere ciò che conosce meglio, ammettendo il confronto e lo scambio di intuizioni e idee. Si tratta di incontri che espongono alla vulnerabilità, in cui il lasciarsi contaminare richiede una costante messa in gioco di sé e delle proprie categorie, implicando dunque anche momenti di spaesamento, in una dinamica sempre fluida, che procede per resistenze e riconnessioni. Il servizio sociale anche grazie alle teorie queer si muove così nell’incertezza, l’ammette e non la contrasta in modo forzato, consentendo il potere trasformativo che in essa si genera dal costruire, decostruire e ricostruire, non come processi antitetici, ma come modalità in tensione che ammettono la rigenerazione continua nei mondi di vita delle persone.

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