Monographic Section

Decentrare il sapere: per un dialogo tra Nord e Sud

Valeria Ferraris1, Rosalba Altopiedi1, Giulia Fabini2

1 Università di Torino, Italia

2 Università di Bologna, Italia

Email: valeria.ferraris@unito.it, rosalba.altopiedi@unito.it, giulia.fabini@unibo.it



A più di quindici anni dalla pubblicazione di Southern Theory di Raewyn Connell (2007), il dibattito sulle geografie della conoscenza e sulla necessità di decolonizzare le scienze sociali non ha perso rilevanza. Al contrario, si è intensificato e articolato, aprendo interrogativi non solo su dove si produca la teoria, ma su chi la legittimi, come essa circoli e quali forme di potere – epistemico, politico, economico – ne determinino i confini. La mappa globale della produzione teorica continua a essere segnata da asimmetrie profonde: alle metropoli del Nord globale viene riconosciuto il ruolo di “centro” elaborativo, mentre i contesti del Sud – geografici e simbolici – restano spesso relegati a spazi di ricerca empirica, fonti di dati e casi, ma non sedi di produzione concettuale (e.g. Piguet et al. 2018).

Questo numero monografico nasce precisamente dall’esigenza di riflettere su questa frattura, interrogandosi su cosa significhi oggi meridionalizzare la conoscenza: decostruire l’eurocentrismo epistemico, valorizzare i saperi situati, riconoscere la pluralità delle tradizioni teoriche prodotte ai margini e attraverso i margini, e soprattutto contribuire allo sviluppo di un metodo capace di attraversare criticamente la relazione Nord/Sud come tensione, conflitto e possibilità.

Per questo motivo, il volume non si configura né come un numero dedicato alla criminologia del Sud (Carrington et al. 2016; 2019), né come un tentativo di meridionalizzare la penalità nelle sue diverse manifestazioni (Sozzo 2023; Brandariz 2024), né come un esercizio di decolonizzazione applicato esclusivamente alla sociologia del diritto e della devianza. Pur provenendo da questi campi, non abbiamo inteso delimitare il dibattito entro confini disciplinari precisi: al contrario, abbiamo voluto mettere in dialogo autori e autrici con background culturali, geografici e scientifici differenti, convinte che la molteplicità delle prospettive fosse la condizione necessaria per articolare un confronto realmente meridiano.

A partire da questa impostazione, abbiamo anche scelto consapevolmente di fare un “passo di lato”. Il numero non contiene contributi originali delle curatrici, che su questi temi hanno discusso altrove (Altopiedi 2022; 2025; Fabini e Ferraris 2025; Brandariz et al. 2025a; 2025b) e su cui continuano a fare ricerca. Questa decisione nasce dal desiderio di lasciare spazio ad altre voci e altri sguardi, e di non confondere il ruolo curatoriale – che qui è quello di facilitare il dialogo – con una partecipazione diretta al dibattito teorico. Abbiamo preferito agire come facilitatrici, lasciando che la riflessione si componesse attraverso l’incontro tra linguaggi e posizionamenti differenti dai nostri.

Nel proporre questo dialogo, alcuni esperimenti hanno avuto maggiore successo di altri. Il dialogo interdisciplinare ci sembra riuscito e fertile, anche oltre le aspettative. La call individuava come temi prevalenti due ambiti centrali delle nostre ricerche: ambiente (Altopiedi 2013; 2015; 2019; 2022; 2025; Bonavoglia e Ferraris forthcoming; Ferraris 2026) e migrazioni (Fabini 2017; 2019; 2021; Ferraris 2014; 2021; Ferraris e Consoli, 2022), con l’obiettivo di stimolare riflessioni meridiane a partire da terreni da noi maggiormente praticati. Ciò che è accaduto, invece, è stata una diversificazione degli oggetti di ricerca che ha ampliato il perimetro del confronto e arricchito la nostra stessa capacità di riflettere sul tema. Di questo non possiamo che essere grate agli autori e alle autrici.

Efficace ci appare il confronto tra diverse prospettive geografiche e tra teoria e ricerca empirica. Più limitato, invece, è risultato il tentativo di far dialogare le lingue: il volume include un solo contributo in lingua non italiana, quello in inglese dell’autrice brasiliana Marilia De Nardin Budò, a testimonianza di un percorso non compiuto e su cui occorre riflettere nel futuro.

I contributi qui raccolti – pur diversi per discipline, approcci e oggetti – condividono la volontà di mettere in discussione la presunta neutralità delle scienze sociali e di analizzare le forme attraverso cui la produzione di sapere partecipa alla riproduzione o alla contestazione delle gerarchie globali. Attraverso genealogie concettuali, riflessioni metodologiche e studi empirici, gli autori e le autrici costruiscono un percorso che muove dal Sud globale, attraversa i “Sud interni” all’Europa e si chiude con un ritorno al Nord, questa volta osservato con uno sguardo decentrato, critico e riflessivo. Nel loro insieme, i contributi tracciano un percorso di riflessione sulla colonialità del potere e della scienza, muovendosi verso le trasformazioni della giustizia e delle categorie concettuali in uso nel contesto occidentale, fino ai conflitti epistemici interni all’Europa per chiudere sulla possibilità di interrogare criticamente anche il Nord, decentrandolo nei suoi stessi saperi e nelle sue tradizioni analitiche.

Il dialogo tra Nord e Sud non è dunque una semplice comparazione geografica, ma un processo dinamico, situato e politico che richiede di ripensare continuamente le modalità attraverso cui la conoscenza viene prodotta, circola e si istituzionalizza. Questo numero monografico intende contribuire a tale processo, offrendo una pluralità di sguardi capaci di assumere complessità, contestualità e conflitto come dimensioni imprescindibili delle scienze sociali contemporanee.

Il volume si apre con il contributo di Thomas Aureliani, che offre una riflessione teorica e metodologica di ampio respiro sulla necessità di produrre una ricerca situata capace di sfidare – senza tuttavia negarle – le epistemologie del Nord, a partire dall’analisi dell’estrattivismo nel contesto latinoamericano. Muovendosi all’interno della cornice della Southern green criminology (Goyes 2019), l’autore mette in discussione le narrazioni e le categorie analitiche egemoniche prodotte dal Nord globale, proponendo una prospettiva radicata nelle epistemologie del Sud e fortemente influenzata dal pensiero decoloniale, dalla southern theory e dalla southern criminology. Questa impostazione consente di mostrare, da un lato, come l’estrattivismo sia un fenomeno sociale, economico, politico e ambientale generato dalle persistenti asimmetrie di potere tra Nord e Sud globali; dall’altro, come anche gli strumenti concettuali utilizzati per analizzarlo rispondano a una matrice epistemica settentrionale che necessita di essere decolonizzata attraverso il riconoscimento del sapere situato delle comunità locali. Integrando la prospettiva della green criminology con quella della Southern green criminology, Aureliani interpreta l’estrattivismo come forma di violenza sistemica e come «crimine ambientale (neo)coloniale». Il richiamo ad autori latinoamericani quali Gudynas, Svampa, Acosta e Zibechi consente di ricostruire la genealogia coloniale del fenomeno e di evidenziarne l’attuale estensione globale, segnata dall’intersezione tra poteri statali, interessi corporativi e attori armati non statali. Tale configurazione produce sia violenze dirette – repressione, sfollamenti, assassinii di difensori ambientali – sia violenze lente e spesso invisibili, che si manifestano attraverso contaminazioni, deterioramento delle condizioni di salute e trasformazioni profonde dei territori. Il contributo mostra come la ricerca su queste dinamiche richieda approcci partecipativi e politicamente situati: pratiche di ricerca-azione capaci di riconoscere e valorizzare il sapere “non esperto”, dialogare con le comunità subalterne e contribuire alla visibilizzazione del danno ambientale e delle responsabilità strutturali che lo producono. In questo senso, il contributo non si limita ad avanzare un’analisi critica dell’estrattivismo, ma offre un modello di produzione del sapere capace di coniugare rigore teorico, impegno metodologico e un orientamento alla giustizia ambientale, epistemica e sociale. Si tratta di una proposta metodologica replicabile in contesti diversi e applicabile allo studio di molteplici forme di danno sociale, pienamente coerente con l’obiettivo più ampio di ripensare metodi ed epistemologie della ricerca sociale dentro le asimmetrie di potere tra centro e periferia.

Il saggio di Marília De Nardin Budó si colloca nel cuore del dibattito sulle geografie asimmetriche del sapere, offrendo un’analisi incisiva delle modalità attraverso cui la scienza prodotta nel Nord globale struttura dispositivi di potere, orienta decisioni giuridiche e contribuisce alla gestione del danno ambientale e sociale nel Sud globale. Muovendo dal caso dell’amianto in Brasile, l’autrice interroga la relazione tra conoscenza scientifica, colonialità e governance del rischio, illuminando la dimensione epistemica della violenza estrattiva. L’asse interpretativo principale del contributo riguarda la traiettoria transnazionale della scienza come vettore di potere. Budó mostra come l’industria dell’amianto abbia storicamente finanziato studi, in larga misura prodotti nel Nord globale, volti a minimizzare il rischio e a ritardare le proibizioni. Il cuore teorico del saggio risiede nell’applicazione di due categorie della teoria sociale critica: la «colonialità del sapere» (Quijano 2000) e la «necropolitica» (Mbembe 2003). Attraverso queste lenti, la scienza appare non come una sfera autonoma, ma come una tecnologia di governo che stabilisce quali vite meritano protezione e quali possono essere sacrificate. L’autrice osserva che la produzione scientifica del Nord, considerata automaticamente “universale”, influenza in modo decisivo le decisioni della Corte suprema brasiliana, contribuendo alla creazione di un regime di «virtual ban», in cui divieto e permesso coesistono. Ciò determina una sospensione dell’ordine giuridico ordinario che favorisce gli attori industriali e prolunga l’esposizione delle comunità al rischio. In questo contesto, la categoria proposta da Connell e colleghi della «international division of scientific labour» diventa centrale. Budó mostra come tale divisione non si limiti al piano astratto, ma abbia effetti materiali profondi: la migrazione delle industrie tossiche verso il Sud globale procede di pari passo con la migrazione delle retoriche di minimizzazione del rischio: «the migration of harms […] is not only about exploring an abstract place of production of truth […] but mainly the concrete place of exercise of power occupied by science produced in the global North» (Budó 2021: 93). Nel suo complesso, il saggio contribuisce a illuminare un tema cruciale per questo numero: come la geografia della conoscenza condizioni non solo il metodo e la teoria, ma la giustizia sostanziale delle decisioni politiche e giuridiche. L’autrice dimostra che le controversie sulla scienza non sono solo dispute tecniche, ma luoghi in cui si definiscono le possibilità di tutela, risarcimento e riconoscimento del danno. In tale prospettiva, il caso brasiliano dell’amianto evidenzia l’urgenza di ripensare la circolazione globale della scienza, i meccanismi di legittimazione del sapere e il ruolo strutturale delle diseguaglianze epistemiche nei conflitti ambientali contemporanei.

Muovendosi nell’ambito della gestione della penalità, André Giamberardino in un contributo che si muove in modo equilibrato tra letteratura del Nord e del Sud globale, propone una genealogia dell’abolizionismo penale dal Sud globale – e in particolare dal Brasile – che mette in discussione la dipendenza teorica dai modelli elaborati nell’Europa occidentale. Un esempio di lettura della penalità dalla periferia (Sozzo 2023) che produce nuove prospettive, radicate nel contesto di studio, il Brasile. Il contributo mostra come l’adozione acritica del concetto europeo di abolizionismo rischi di oscurare tradizioni di lotta e di pensiero sviluppate in contesti segnati da colonialità, razzializzazione e violenza di stato. Parallelamente, l’autore evidenzia i limiti tanto della giustizia riparativa, centrata su conflitti individuali e spesso incapace di confrontarsi con la struttura della giustizia penale, quanto della giustizia di transizione, che si presenta come alternativa ma finisce per funzionare in modo complementare all’ordine penale esistente. A partire dal contesto brasiliano, Giamberardino mostra invece come la giustizia trasformativa – elaborata da movimenti comunitari, femministi e antirazzisti – possa essere messa in relazione con il pensiero abolizionista, non come sua declinazione marginale, ma come orizzonte politico capace di radicalizzare la critica alle categorie punitive prodotte nel Nord globale. In questa prospettiva, il contributo sottolinea anche la necessità di prendere le distanze dalle versioni giustizialiste di giustizia trasformativa, che tendono a reinscrivere la logica penale in forme apparentemente alternative. Nella sua prospettiva, la giustizia trasformativa diviene dal basso strumento di critica radicale della penalità, prende in carico la violenza strutturale e non meramente quella individuale, ambendo a raggiungere gli obiettivi del diritto penale, senza il diritto penale.

Il quarto saggio, di Giulia Giraudo, riprende nel modo più diretto l’invito di Connell a interrogare criticamente le categorie concettuali prodotte nel Nord globale e a valorizzare tradizioni teoriche sviluppate altrove. L’autrice rilegge criticamente il concetto occidentale di «resilienza», mostrando come esso rifletta ciò che Connell indica come scienza sociale che «embeds the viewpoints, perspectives and problems of metropolitan society, while presenting itself as universal knowledge» (Connell 2007: vii). La resilienza, intesa come capacità individuale di adattamento al trauma, tende infatti a depoliticizzare il danno e a marginalizzare, se non addirittura escludere, la dimensione collettiva della risposta. È nel confronto con il concetto palestinese di «sumud» che questo limite diventa evidente. Il «sumud» costituisce un vero e proprio concetto teorico, capace di articolare insieme resistenza, continuità e cura collettiva, a dimostrazione – se ve ne fosse bisogno – come suggerisce Connell che «the majority world does produce theory» (ivi: ix), si tratta solo di rendersene conto. Giraudo mostra così come il «sumud» operi un ampliamento critico della resilienza: non la sostituisce, ma la integra, restituendole ciò che la categoria occidentale tende a rimuovere – la politicità della resistenza e la sua natura collettiva. Nel farlo, il contributo esemplifica il «mutual learning process on a planetary scale» (ivi: 222), l’invito a mettere in dialogo concetti provenienti da tradizioni diverse. Il «sumud» diventa così non solo un oggetto di studio, ma uno strumento teorico per decostruire i limiti della concettualità occidentale e per arricchire la comprensione dei modi in cui soggetti e collettività resistono alla violenza strutturale.

Il contributo di Angelo Galiano propone un’analisi empiricamente fondata delle geografie della conoscenza attraverso il caso della gestione dell’emergenza Xylella nel sud Salento e delle mobilitazioni del Popolo degli ulivi. L’autore mostra come i conflitti ambientali rivelino le tensioni tra saperi istituzionali ed epistemologie situate, evidenziando il ruolo politico della scienza nei processi decisionali. La ricostruzione del caso mette in luce l’uso selettivo dell’expertise sostenuto da retoriche emergenziali che semplificano il quadro epidemiologico e legittimano misure drastiche, riducendo gli spazi di confronto democratico. Parallelamente, Galiano mette in luce la produzione di forme di contro-expertise radicata nel territorio, basata su pratiche agronomiche intergenerazionali e su una diversa sensibilità ecologica. Questa richiesta di ampliamento della ricerca si intreccia con il «pensiero meridiano» di Franco Cassano (1996), secondo cui il Sud può configurarsi come spazio epistemico alternativo rispetto ai modelli conoscitivi moderni e occidentali. La «cultura meridiana» individuata da Galiano nelle pratiche e narrazioni degli attivisti non rappresenta una nostalgica resistenza antimoderna, bensì una diversa ontologia delle relazioni tra soggetti, territori ed ecosistemi, che contesta la riduzione tecnocratica della natura. In questa prospettiva, il sud Salento non appare come periferia arretrata ma come un “Sud epistemico”, capace di produrre letture critiche delle forme dominanti di razionalità scientifica. Aprire la “scatola nera” dell’expertise, resa visibile dalla crisi ecologica e dal conflitto territoriale, permette di interrogare non solo gli aspetti tecnici delle decisioni, ma anche le loro matrici morali, culturali e ontologiche. Ne deriva l’idea che i conflitti ambientali non siano mere arene tecniche, bensì spazi politici di ridefinizione delle gerarchie della conoscenza e di apertura verso modelli più plurali, dialogici e meridiani di produzione scientifica.

A seguire, Claudia Mantovan esplora il contributo del femminismo rom alla decolonizzazione delle scienze sociali. L’autrice ricostruisce la genealogia dei Romani studies, un campo di sapere di matrice occidentale e spesso intriso di sguardi orientalisti, storicamente funzionale alla gestione e al controllo di una popolazione a lungo razzializzata in Europa. Come mostra Mantovan, si tratta di un sapere prodotto prevalentemente da soggetti non rom su soggetti rom, che ha contribuito a riprodurre stereotipi, gerarchie di potere e processi di criminalizzazione. In questo scenario intervengono le femministe rom, che criticano parallelamente l’impostazione eterodiretta dei Romani studies e il sessismo presente in parte della cultura rom, elaborando una prospettiva situata capace di cogliere i nessi tra razza, genere e classe. Questo sapere emergente, ancora in consolidamento, si appropria di strumenti interpretativi sviluppati in altri contesti – in particolare l’intersezionalità teorizzata da Kimberlé Crenshaw (1991) – e li rielabora alla luce delle forme specifiche di oppressione che colpiscono le donne rom. La forza del contributo risiede nel mostrare come la decolonizzazione dei saperi possa avere luogo all’interno dello spazio europeo, mettendo in luce come la popolazione rom costituisca una «minoranza interna», collocata negli interstizi dello stato-nazione e frequentemente resa invisibile. Ciò permette di riconsiderare criticamente le categorie di Nord e Sud globale, mostrando come relazioni di centro e periferia si riproducano anche entro l’Europa e come il femminismo rom rappresenti una pratica di decolonizzazione in risposta a un processo di colonizzazione domestica. Ne deriva che i percorsi di rinnovamento metodologico ed epistemologico legati ai «saperi meridiani» non riguardano soltanto il Sud del mondo, ma attraversano anche il Nord, invitando a interrogarsi su chi produce sapere, da quali posizionamenti e con quali effetti politici, in particolare rispetto ai meccanismi di razzializzazione e marginalizzazione.

Chiude il numero il contributo di Enrico Petrilli che raccoglie e rilancia in modo originale l’invito di Connell a «provincializzare la teoria sociale», applicandolo a un campo di studi – quello sulla notte – che solo recentemente ha iniziato a interrogare criticamente i propri presupposti epistemici. Attraverso un dialogo serrato con la Southern theory, la teoria urbana critica e gli studi sull’informalità, l’autore decostruisce lo sguardo eurocentrico che ha storicamente definito i night studies, evidenziandone la duplice marginalità: da un lato la posizione laterale della notte nel dibattito accademico, dall’altro il persistente disinteresse per fenomeni notturni socialmente, spazialmente e culturalmente marginalizzati. Muovendo proprio dagli stimoli della Southern theory, Petrilli mostra come tale sguardo “centralista” abbia definito ciò che si considera rilevante, cosa osserva e, soprattutto, cosa lascia fuori campo. La ricostruzione dei processi di regolazione, controllo e ridefinizione degli spazi notturni torinesi, il caso studio analizzato dall’autore, consente infatti di evidenziare tensioni, esclusioni e resistenze che vengono oscurate quando si assume come normativo il modello occidentale di night-time economy. Nel suo insieme, il saggio offre una prospettiva decentrata e critica sul modo in cui la conoscenza viene prodotta nel campo degli studi sulla notte e contribuisce alla riflessione più ampia del numero monografico, mostrando come una lettura meridiana permetta di ripensare categorie, geografie e gerarchie della conoscenza anche all’interno del Nord globale.

Nel loro insieme, i contributi raccolti in questo numero mostrano come decentrare il sapere non sia un esercizio retorico né un semplice spostamento geografico dello sguardo, ma un processo complesso che attraversa pratiche di ricerca, categorie analitiche e forme di legittimazione epistemica. Le differenze di metodo, di posizionamento e di linguaggio che compongono il volume non rappresentano un limite, ma la condizione stessa per un dialogo meridiano capace di interrogare criticamente tanto il Nord quanto i suoi Sud interni. Ne emerge una prospettiva plurale che mette al centro la relazione – sempre asimmetrica, mai data per scontata – tra produzione del sapere e forme di potere, mostrando come una rinnovata attenzione ai saperi situati possa contribuire a rifondare le scienze sociali su basi più democratiche, riflessive e condivise.

Il nostro auspicio è che questo numero non solo alimenti il dibattito sulla decolonizzazione delle conoscenze, ma offra anche strumenti per pratiche di ricerca e di insegnamento attenti alle gerarchie epistemiche e disposti a confrontarsi con la complessità dei rapporti Nord/Sud.

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