Book Review - Debates
Chiara Bertone
Il familiare è politico. Attrezzi di ricerca per uno sguardo posizionato
Meltemi editore, Milano 2024, ISBN: 9791256151004
Per una persona che si approccia alla ricerca sociologica sul tema delle famiglie da relativamente poco tempo, il lavoro di Chiara Bertone “Il familiare è politico. Attrezzi di ricerca per uno guardo posizionato” è un prezioso contributo che riesce a metter un po’ di ordine in un complesso e intricato oggetto di ricerca. Qualsiasi sociologə1, e in modo particolare chi si occupa di famiglie, relazioni e intimità non può prescindere dal leggere questo testo, e utilizzarlo per la costruzione delle proprie indagini di ricerca, per le proprie riflessioni epistemologiche e metodologiche, e anche come strumento didattico nei corsi e seminari su tali tematiche. D’altronde Chiara Bertone in una recente intervista con Maria Grazia Gambardella per il Podcast sociologico “Intervistautori”2 in cui parla di questo lavoro, afferma di averlo pensato in modo particolare per le giovani generazioni, di studenti e ricercatrici/tori, categoria nella quale mi riconosco pienamente.
Pubblicato da Meltemi Editore nella collana “Sociologia di Posizione/Studi e ricerche”, il libro propone un percorso analitico nel quale l’autrice accompagna il lettore attraverso riflessioni teoriche, argomentazioni ed esempi empirici, in un viaggio definito da lei stessa come spaziale e temporale, seppur circoscritto prevalentemente al mondo occidentale, limite dichiarato apertamente nell’introduzione. Questo percorso è arricchito dalla vasta esperienza dell’autrice nel campo della sociologia delle famiglie, dell’intimità e della sessualità, che lei stessa riconosce come parte integrante della propria biografia, rafforzando così la connessione tra dimensione personale, familiare e politica che caratterizza il libro. Tale competenza è evidente in ogni pagina, dove Bertone riesce a rendere accessibili e scorrevoli concetti teorici complessi, intrecciandoli in modo efficace e innovativo.
Il posizionamento femminista costituisce il nucleo centrale dell’opera, avendo svolto un ruolo cruciale sia nella società che nella sociologia nel superare una visione naturalizzata della famiglia, e mettere in luce invece le dinamiche oppressive che si manifestano al suo interno. Le prospettive femministe degli anni ’70 hanno contribuito all’emergere di molteplici approcci nello studio delle famiglie, facendo abbandonare tra l’altro la presunzione di una neutralità da parte di chi fa ricerca rispetto a un oggetto tanto profondamente intrecciato alla soggettività personale.
Parallelamente, gli anni ’70 sono stati determinanti in un processo di riassetto delle logiche sociali e giuridiche legate alla famiglia: i movimenti sociali hanno ottenuto importanti conquiste verso una maggiore equità tra donne e uomini nei contesti familiari, attraverso riforme come il nuovo Diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio, la possibilità di interruzione di gravidanza e l’abolizione di pratiche violente come il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.
La scelta di collocarsi all’interno di un dialogo femminista che si estende fino alle sue articolazioni contemporanee nel transfemminismo intersezionale è esplicita sin dal titolo, che riprende e rielabora l’espressione della seconda ondata “il personale è politico”, trasformandola in “il familiare è politico”. A parere di chi scrive, questa formulazione richiama l’inevitabile dimensione politica del lavoro di ricerca, evidenziando come l’attività dellə scienziatə sociali sia inscindibile dalla politicizzazione delle scelte epistemologiche e metodologiche che orientano i percorsi di indagine.
La tensione che attraversa il testo è quella di individuare una connessione tra la dimensione trasformativa delle famiglie, tanto sul piano empirico quanto su quello metodologico, e le condizioni materiali che definiscono il contesto sociale in cui le famiglie si inseriscono. In particolare, l’attenzione si concentra sulla differenziazione delle pratiche quotidiane, osservata come segnale di mutamento e pluralizzazione.
In questo senso, Bertone cerca nel suo libro di delineare un percorso analitico capace di affrontare una delle questioni più complesse della sociologia ossia il rapporto tra struttura e azione. Lo fa adottando un posizionamento coerente con il proprio percorso accademico e di ricerca, privilegiando una prospettiva che muove dai margini, tanto del pensiero accademico quanto dei saperi extra-accademici, piuttosto che da una posizione centrale e rigidamente definita, che ha a lungo dominato il discorso sulle famiglie anche all’interno dell’università.
Per fare questo Bertone struttura il suo testo dividendolo in cinque capitoli, quattro dei quali sono caratterizzati da una parola chiave alla quale vengono associati quadri teorici di riferimento. Il quinto capitolo invece si concentra sugli orizzonti trasformativi delle famiglie e delle affettività, inserendosi nel dibattito contemporaneo, dentro e fuori l’Accademia, su come definire e interpretare tale realtà. Si esplorano infatti le diverse posizioni in campo: da chi mira a preservarne una presunta tradizione, a chi propone di ampliarne i confini definitori, fino a chi ne mette in discussione l’esistenza stessa, avanzando nuove terminologie o veri e propri manifesti per abolirne la strutturazione.
Il primo capitolo pone al centro il concetto di lavoro, inteso sia nella sua dimensione produttiva che in quella riproduttiva. In questa analisi, Bertone integra la prospettiva marxista sul lavoro salariato, sfruttato all’interno della società capitalista, con le elaborazioni del pensiero femminista, che hanno posto l’accento sulla centralità del lavoro di cura e riproduttivo nel sostenere l’intero sistema produttivo. In questa cornice, il riferimento all’articolazione del lavoro sociale proposta da Nancy Fraser (2017) basata su tre assi quali lo sfruttamento di classe, l’espropriazione di razza e la domesticazione di genere, si rivela particolarmente efficace per mettere in luce le diverse forme di oppressione e disuguaglianza che attraversano anche il mondo del lavoro nelle società capitaliste contemporanee. L’autrice richiama inoltre il concetto di “irresponsabilità privilegiata” elaborato da Joan Tronto (2006), per descrivere come alcune soggettività, grazie al loro posizionamento dominante, siano esentate dalle responsabilità legate alla cura.
Tale riflessione, a parere di chi scrive, risulta applicabile anche alla cura della ricerca, intesa come attenzione alle diverse vulnerabilità che possono emergere lungo il processo di indagine. Essa richiama chi fa ricerca a un articolato e continuo processo di autoriflessione, che coinvolge la costruzione del disegno di ricerca ponendo al centro le questioni etiche e politiche sulla dimensione di potere e gerarchia tra ricercante e ricercatə.
Il secondo capitolo ruota attorno al concetto di pratiche familiari introdotto da David Morgan(1996, 2011), il quale compie un’importante operazione di de-essenzializzazione della famiglia, spostando l’attenzione dal quesito “che cos’è la famiglia” a “come si fa famiglia”. Questo approccio, che pone al centro l’esperienza vissuta e l’agentività dei soggetti, ha favorito una significativa innovazione metodologica nello studio delle famiglie, andando oltre le tradizionali tecniche qualitative e quantitative che hanno a lungo dominato l’indagine sociologica, muovendosi su strumenti ibridi, visuali e partecipati (Gabb, 2008).
Pur riconoscendo il valore di questa prospettiva, che ha permesso di includere nella riflessione sociologica quelle forme familiari fino ad allora considerate disfunzionali o devianti rispetto al modello normativo della famiglia nucleare borghese, Bertone ci allerta a una riflessione critica: l’enfasi posta sull’agency rischia infatti di oscurare la dimensione strutturale, ovvero le condizioni materiali e sociali che incidono profondamente sulle pratiche familiari.
Il terzo capitolo si concentra sul concetto di copioni sessuali, teorizzato da Gagnon e Simon (2016), e sugli studi critici sull’eterosessualità di Scott Jackson (1999). In continuità con il capitolo precedente, viene posta al centro l’eterosessualità, decostruita come categoria naturalizzata che ha storicamente definito la famiglia secondo un modello moderno e convenzionale, ovvero quello di nucleo biologico e riproduttivo. Anche in questo caso, però, Bertone sottolinea l’importanza di mantenere intrecciati due livelli di analisi: da un lato, l’osservazione di come i soggetti sociali costruiscono senso e pratiche nella quotidianità anche rispetto alla dimensione sessuale; dall’altro, il riconoscimento del contesto sociale e strutturale che condiziona tali costruzioni.
Il quarto capitolo, centrato sul concetto di problematiche, si avvale del contributo teorico di Dorothy Smith (2005) e della sua Institutional Ethnography, che funge da filo conduttore tra i temi affrontati nei capitoli precedenti. Questo approccio si distingue per la capacità di coniugare materialismo, femminismo e interazionismo, offrendo un metodo di ricerca che tiene insieme il livello macro-strutturale delle dinamiche sociali con quello micro-relazionale, valorizzando l’esperienza e l’agentività dei soggetti.
A questa prospettiva si accompagna una profonda riflessione sulla figura del/della ricercatore/trice, attraverso un posizionamento (trans)femminista che invita a ripensare radicalmente le ontologie, le epistemologie e le metodologie della ricerca. In questo senso, il sottotitolo del libro richiama idealmente la celebre “cassetta degli attrezzi” che ogni scienzatə sociale dovrebbe possedere: una cassetta ricca di strumenti eterogenei, capaci di adattarsi, trasformarsi e rispondere in modo flessibile al contesto di ricerca e ai soggetti coinvolti. Il lavoro di ricerca, infatti, non è mai neutro, ma si svolge attraverso un corpo e una mente sociali, che hanno un significato per le altre persone, e che determina chi fa ricerca a diventare consapevole che anch’essə è immersə in continui processi di socializzazione e cambiamento che strutturano potenziali bias cognitivi che possono influenzare la ricerca.
Il quinto e ultimo capitolo rappresenta un momento di sintesi del percorso sviluppato nei capitoli precedenti, offrendo esempi empirici di ricerche che, adottando alcuni dei modelli teorici già discussi, si sono concentrati sulla pluralità e diversità dei modi di fare famiglia. Queste ricerche mettono al centro percorsi relazionali che si discostano dai criteri tradizionalmente usati per denotare le famiglie come consanguineità, affinità e convivenza, problematizzando ciò che comunemente viene inteso come “famiglia”.
In questa direzione, Bertone attribuisce particolare rilievo al concetto di queer, inteso non solo come insieme di esperienze maturate all’interno delle comunità LGBTQ+, ma anche come approccio teorico che si propone di oltrepassare i confini convenzionali imposti da concetti rigidamente prescritti. Queer, nella sua etimologia, rimanda a ciò che è obliquo, deviante, e proprio in questa deviazione risiede la sua forza euristica. Non si tratta di esperienze da normalizzare o patologizzare, come spesso è avvenuto nel passato, ma di traiettorie esistenziali che possono diventare risorse analitiche preziose. Esse offrono la possibilità di esplorare la complessità, la variabilità e la ricchezza dei percorsi di vita già presenti nella realtà sociale, che la ricerca ha il compito di riconoscere e valorizzare, sottraendoli a ogni forma di stigmatizzazione.
In questa prospettiva si inserisce anche la proposta radicale e provocatoria di un’abolizione della famiglia come istituzione, con cui l’autrice chiude il volume. Tale proposta non mira a negare la dimensione affettiva e relazionale, ma a denunciare come le forme familiari dominanti siano il prodotto di processi storici di sfruttamento articolati su più assi come la classe sociale, il genere e la razzializzazione. Al contrario, questi approcci propongono di rimettere al centro la cura nelle sue molteplici declinazioni: materiale, emotiva, educativa, relazionale, normativa, economica e la necessità di sviluppare un’etica della cura promiscua. L’analisi delle pratiche affettive e di cura comunitaria si configura anche come uno strumento per immaginare un superamento della dicotomia tra pubblico e privato, restituendo alla cura una dimensione collettiva e trasformativa.
Il percorso del libro, che si conclude con l’apertura agli approcci abolizionisti, sembra così compiere un ritorno critico a una visione della famiglia che richiama le teorizzazioni di Ferdinand Tönnies (2001). Quest’ultimo, infatti, denunciava l’ascesa della famiglia moderna come affermazione delle logiche individualistiche, in contrasto con il principio di comunità che aveva caratterizzato le società pre-industriali.
È interessante osservare come il percorso proposto da Bertone, che prende le mosse da una critica agli approcci positivisti, rappresentati emblematicamente dallo struttural-funzionalismo di Talcott Parsons (1955), considerato tra i fondatori della sociologia della famiglia, giunga fino alle configurazioni teoriche ed empiriche delle relazionalità e affettività contemporanee, segnate da fluidità e instabilità, in linea con ciò che Bauman (2000) ha definito “modernità liquida”. In questo movimento, si intravede un ritorno – tutt’altro che nostalgico – a un passato in cui il concetto di collettività era già centrale, ma viene qui riletto alla luce delle trasformazioni e delle tensioni del presente.
In conclusione, “Il familiare è politico. Attrezzi di ricerca per uno sguardo posizionato” si configura come un contributo cruciale per, da un lato, storicizzare l’idea di famiglia nelle società occidentali, decostruendone il presunto statuto di istituzione naturale e proponendone invece una lettura come campo dinamico di forze, attraversato da processi di potere, soggettivazione e trasformazione sociale. Dall’altro lato, il testo si rivela un prezioso manuale operativo: offre strumenti teorici e metodologici per recuperare criticamente il significato di concetti chiave, valutarne l’ibridazione e utilizzarli nell’analisi delle forme emergenti di affettività e relazionalità che delineano i futuri possibili.
In un momento storico in cui le forze reazionarie spingono per un ritorno a un’idea unica e prescrittiva di “famiglia tradizionale”, questo testo assume un’importanza ancora maggiore. Ricorda infatti come la famiglia nucleare borghese non sia un modello eterno o universale, ma il prodotto di una specifica congiuntura storica in cui capitalismo, patriarcato e razzismo hanno trovato terreno fertile per affermarsi. Il testo di Chiara Bertone ci invita quindi a guardare criticamente al passato e al presente per immaginare alternative più giuste, plurali e inclusive.
Matteo Zani
Riferimenti bibliografici
Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Polity Press.
Fraser, N. (2017). La fine della cura. Mimesis.
Gabb, J. (2008). Researching Intimacy in Families. Palgrave Macmillan.
Gagnon, J. H., & Simon, W. (2016). Copioni sessuali. Calimera.
Jackson, S. (1999). Heterosexuality in question. Sage.
Morgan, D. (1996). Family Connections. An Introduction to Family Studies. Polity Press.
Morgan, D. (2011). Rethinking Family Practices. Palgrave Macmillan UK.
Parsons, T., & Bales, R. (1955). Family, Socialization and Interaction Process. The Free Press.
Smith, D. E. (2005). Institutional Ethnography A Sociology for People. AltaMira Press.
Tonnies, F., & Hollis, M. (2001). Ferdinand Tönnies: Community and Civil Society. In Ferdinand Tönnies: Community and Civil Society. https://doi.org/10.1017/cbo9780511816260
Tronto, J. (2006). Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura. Diabasis.
1 L’intero articolo adotta diverse strategie linguistiche per evitare l’uso del maschile sovraesteso, in un consapevole posizionamento politico di matrice transfemminista. Tra queste rientrano l’impiego del fonema scevà [ə], l’uso di formulazioni prive di genere come “chi fa ricerca”, l’utilizzo del participio presente in forma neutra (es. “studenti”), nonché l’adozione di forme doppie come “ricercatrici/tori”.
2 L’intervista è ascoltabile al seguente link https://intervistautori.org/2025/03/20/il-familiare-e-politico/