Book Review - Standard
Antonio Vesco e Gianni Belloni (a cura di)
L’assedio del sociale. Il Terzo settore tra criminalità, mercato e politica
Mimesis, 2024
«Una certa vulnerabilità». L’assedio del sociale, curato da Antonio Vesco e Gianni Belloni, già dalle battute iniziali (p. 22) lascia trasparire una preoccupazione rispetto alla tenuta del settore cooperativo italiano. È una preoccupazione ben radicata nelle rappresentazioni degli attori che quel campo lo popolano e che vede nell’ormai maturo isomorfismo con il settore del privato di mercato la punta dell’iceberg. A partire dall’analisi di alcuni casi campani e veneti, il volume esplora come il settore della cooperazione sociale possa essere interessato da fenomeni di illegalità e criminalizzazione, senza però tralasciare di mostrare la fitta trama politica, amministrativa, culturale, discorsiva in cui questi fenomeni si situano. Infatti, se l’obiettivo del volume è mostrare i «legami tra criminalità organizzata, corruzione ed economia sociale» (p. 16-17), la sua analisi si spinge ben oltre nel restituire l’intreccio fra tensioni complessive di settore e dimensioni di territorio che sembrano caratterizzare il cooperativismo italiano contemporaneo.
Per quanto riguarda le prime, possiamo far riferimento alla progressiva ibridazione del terzo settore (Reggiardo 2022), alla sua riforma complessiva a partire dal 2016 e alle incertezze e disuguaglianze fra enti che ha creato (Campedelli 2018, Polizzi 2019), alle dinamiche di depoliticizzazione che sempre più frequentemente ne caratterizzano l’attività (Busso 2018). Tutti aspetti che contribuiscono a produrre un crescente disallineamento fra la “vocazione” solidaristica e socialmente produttiva del terzo settore e la configurazione strenuamente competitiva che tende ad assumere nel tentativo di sostenere organizzazioni sempre più diversificate, specializzate e complesse. Rispetto alla dimensione territoriale, ciò che sembra interessare maggiormente ad autori e autrici del volume è tracciare le persistenze e i mutamenti istituzionali di scala locale, gli intrecci con la sfera politica e imprenditoriale, le configurazioni culturali situate nei contesti che costituiscono la trama necessaria di ogni analisi di caso. In questo senso, la prospettiva tracciata nel volume si presenta come saldamente ancorata alle realtà territoriali analizzate nel tracciarne il profilo, ma offre un importante strumento euristico per allargare lo sguardo alle relazioni che trasversalmente potrebbero rivelarsi importanti per altre analisi situate del terzo settore.
Il già citato isomorfismo con il settore privato-non-sociale ha un ruolo centrale nello strutturare il campo del terzo settore e per offrire un angolo di osservazione specifico su questa trasformazione e sui suoi effetti. Andando in profondità rispetto alla punta dell’iceberg – nel «varco» per usare la generativa metafora dei curatori – troviamo una crescente interpenetrazione fra segmenti dell’economia caratterizzati da «dinamiche illegali, che aprono a loro volta a possibili interlocuzioni con mondi criminali» (p. 26). Quella del varco si configura come una figura ambivalente, che restituisce la crescente complessità e interconnessione del campo organizzativo del terzo settore italiano: non rimanda tanto all’attività di “infiltrazione” che alcuni soggetti criminali possono sviluppare, quanto a una potenzialità del sistema, a un funzionamento del settore che predispone la possibilità che avvengano dei passaggi, tanto che sono «le nuove regole del gioco ad “autorizzare”» (p. 30) l’interconnessione fra attori del privato sociale e del privato criminale, anche a partire dalla capacità che alcune figure hanno – più in generale – di «mettere in connessione tra loro la sfera politica, quella imprenditoriale e quella del sociale» (p. 136). In questi termini, i varchi non sono tanto frutto di una qualche “intuizione” criminale individuale (come spesso vengono rappresentati i singoli casi di cronaca nel dibattito pubblico) né da interpretare come meri segnali di debolezza di un sistema di regolazione. Sono piuttosto un «effetto emergente di pratiche, interazioni e scambi» (p. 12) che fanno pienamente parte delle nuove regole del campo, e dunque divengono parte dell’orizzonte organizzativo di tutti gli attori, indipendentemente dalla loro volontà o consapevolezza.
Del resto, come nota Rocco Sciarrone nella prefazione, lo «scambio di mercato detta le regole e orienta le pratiche, mentre perdono cogenza le obbligazioni sociali fondate su meccanismi collettivi di reciprocità. Ai valori del bene comune e della solidarietà allargata subentrano quelli della riuscita personale e del successo economico» (p. 13), in un mutamento che è anche culturale e che riguarda gli orizzonti valoriali e professionali degli attori della cooperazione. Diviene così possibile esplorare l’intreccio fra le nuove traiettorie di valorizzazione del lavoro sociale e pratiche illegali o criminali, di caso in caso declinate come dinamiche di stampo mafioso, corruttele o illeciti imprenditoriali. I due casi studio mostrano una composizione polifonica rispetto al fenomeno della criminalità, permettendo di richiamare due chiavi di lettura emic, quella «dell’economicizzazione e della corruzione imprenditoriale» (p. 38) e della regolazione politica dell’impresa – e dei suoi fallimenti – nel caso veneto; una maggiore attenzione al «clientelismo, alla corruzione politica e al ruolo ineludibile dei gruppi mafiosi» (ibidem) nel caso campano. Vale la pena ricordare, coerentemente con il capitolo redatto da Attilio Scaglione e Luciano Brancaccio, come «non vi sia una presenza mafiosa radicata e pervasiva all’interno dell’economia sociale campana e veneta» (p. 74), pur considerando come le mafie tendano a dissimulare il proprio aspetto quando operano sui mercati legali. Ancora una volta, l’immagine del varco permette di mostrare non tanto le concrete azioni di attraversamento compiute da soggetti criminali, quanto le logiche di sistema che possono abilitare queste pratiche. In particolare per quanto concerne le mafie, va ricordato come queste abbiano «disponibilità di liquidità da reinvestire […], possibilità di giocare con regole diverse da quelle legalmente riconosciute, capacità di mobilitare capitale anche sociale» (p. 47), tutte risorse particolarmente rilevanti nello scenario di trasformazione delle regole del gioco con cui il terzo settore si sta misurando. Proprio la crescente rilevanza dell’accesso a risorse economiche è al centro dell’analisi condotta nel secondo capitolo, a cura di Valentina Moiso e Chiara Pagliuca, che traccia le difficili relazioni fra settore bancario e privato sociale. Il ragionamento delle autrici risulta rilevante in particolare nel tracciare alcune di quelle rappresentazioni che riguardano il modo di «immaginarsi e immaginare lo sviluppo del Terzo settore» (p. 45) in questa fase storica, e i rischi connaturati a una rappresentazione statica, stereotipata e poco sensibile alle dinamiche territoriali tanto dei fenomeni di infiltrazione mafiosa quanto delle più generali strategie imprenditoriali che il terzo settore può adottare. Infatti, «[c]osì come i modelli predittivi presentano limiti nel valutare il rischio di infiltrazione […] vanno maneggiati con cura anche nel predire altri comportamenti delle realtà del Terzo settore: la loro affidabilità nel restituire un debito, il loro sviluppo, i loro bisogni di servizi» (p. 49). Questa dinamica concorre nello spingere gli enti del terzo settore verso quella mercatizzazione del sociale che potremmo riassumere in una prevalenza della visione del mondo degli operatori bancari rispetto a quelle di altri attori sociali, pubblico compreso, centrata sulla valutazione dell’efficienza e dell’efficacia. La crescente esposizione del terzo settore italiano alle pratiche, alle logiche, alle idee dell’economia di mercato si traduce in assetti societari e organizzativi che tendono al managerialismo, alla depoliticizzazione e demoralizzazione dell’azione, all’individualizzazione delle strategie e delle traiettorie, con una ambivalenza centrale fra radicamento e sradicamento territoriale. Su questo aspetto del referente territoriale del terzo settore vale la pena soffermarsi. Un tema particolarmente importante che si ritrova nelle pieghe del volume è quello di un processo di ri-centralizzazione delle articolazioni locali dello stato, che oggi – con i richiami alla co-progettazione e co-programmazione – sembra tornare a essere messo in discussione. Contemporaneamente, la tensione alla profittabilità rischia di espellere dal campo organizzazioni piccole e non in grado di giocare contemporaneamente su molti tavoli amministrativi e territoriali. Allo stesso tempo, proprio nelle dinamiche di radicamento locale possono essere ritrovate quelle risorse di capitale sociale che – come da tradizione – permettono la traduzione del lavoro in produzione di valore sociale e di redistribuzione.
Il quarto e quinto capitolo, rispettivamente a cura di Federico Esposito e Luciano Brancaccio e di Gianni Belloni, Cecilia Bighelli e Antonio Vesco analizzano in maniera più puntale i due sistemi regionali. Nel caso della Campania, lo stimolo prende forma da due vicende localizzate a Salerno e Caserta. Nel caso salernitano vediamo un processo per certi versi simile a quello visto con le vicende di Roma capitale, che vede tuttavia il progressivo consolidarsi di un vero e proprio regime urbano in cui la politica locale è promotrice della costruzione di una rete cooperativistica locale che ne diviene anche bacino elettorale e contribuisce a consolidarne la tenuta. Il racconto della cooperazione campana permette di sottolineare come il terzo settore possa rappresentare un importante bacino elettorale, che vede la costruzione di alleanze particolaristiche fra politica e terzo settore, sullo sfondo di una «specie di non-competizione leale, elegante» (p. 102) fra consorzi che gestiscono i servizi di aree differenti e contigue del territorio, sfruttando la regolazione pubblica per indirizzare la reciproca influenza. Nel caso del casertano vediamo invece un diretto intervento di organizzazioni camorristiche nel costruire una rete di cooperative particolarmente efficaci nell’accumulare risorse pubbliche nell’ambito socio-assistenziale. Pur con le molteplici variegature locali, la camorra si caratterizza in quanto «non si contrappone al mercato, ma ne è una componente ordinaria e ne applica le regole comunemente accettate» (p. 100). Riconoscere questo aspetto permette allora di osservarne quelle strategie che alla violenza diretta e intimidatoria sostituiscono quella dei mercati. Aspetto particolarmente significativo che questo caso permette di illustrare è – ancora una volta – la connessione con dinamiche di più ampio respiro, legate alla trasformazione nazionale del sistema di welfare locale nella direzione di un maggior decentramento amministrativo, infatti è proprio l’introduzione degli ambiti territoriali che induce «le imprese ad associarsi per reggere la competizione nel nuovo mercato pubblico dei servizi sociali» (p.125), ora caratterizzato da appalti molto cospicui e da richieste di operatività estese per il terzo settore stesso. Anche nel caso veneto autori e autrice mostrano la quotidianità di un rapporto fra lecito e illecito, soprattutto di natura amministrativo-erariale, che si innesta nelle trasformazioni ampie di un settore sempre meno fiduciario e in cui le reti «vengono utilizzate per escludere, non per creare un ordine sociale compatto» (p. 141). Anche in questo caso emerge come particolarmente significativo l’intreccio con la sfera della politica, in quanto è nella relazione con questa che è possibile da un lato, far emergere la possibilità di valorizzazione del lavoro sociale, dall’altro costruire quel bacino di consenso e clientela che permette la riproduzione di pratiche e strutture organizzative.
Su un piano più prossimo alla vita quotidiana delle organizzazioni e dei soggetti che le animano, il volume racconta diffusamente di un disagio, di un sentirsi scomodi e scomode nel dover misurare i propri orientamenti valoriali e le proprie idee rispetto alla giustizia sociale con uno scenario ibrido, confondente, bianco sporco. Questa dissociazione da un regime morale che è sempre più in crisi si traduce in molte forme di malessere: da quelle relative all’immagine di sé e del proprio lavoro, a quelle estremamente quotidiane e materiali dell’auto-sfruttamento, degli orari di lavoro imprecisati, delle retribuzioni e delle forme contrattuali spurie. Ed è su questo sfondo che il varco si apre, in quella «incongruenza tra valori condivisi – e formalizzati fin dalla nascita della cooperazione – e pratiche concrete portate avanti per stare al passo con le sue trasformazioni in senso imprenditoriale» (p. 32). In questo risalta anche il ruolo del polo pubblico, nelle sue varie articolazioni locali, come soggetto stretto in una morsa di austerity, clientelismo, risposte emergenziali a tensioni globali e strutturali. Infatti, se il caso campano tende a raccontare maggiormente una storia di appropriazione di risorse economiche da parte di soggetti criminali, quello veneto dice molto su una tendenza criminogena da parte degli enti territoriali, allettati dalla possibilità di risparmiare in un regime di risorse centellinate. Questo intreccio è esemplificato in particolare da una «gestione criminale dell’accoglienza [che] avviene infatti in linea con politiche di accoglienza emergenziali e politiche del lavoro inique» (p. 177).
Sul piano metodologico, infine, uno spunto centrale del volume è il ricordare la coesistenza fra categorie interpretative consolidate e categorie interpretative che fondano l’immagine che gli stessi attori danno a un contesto, soprattutto quando ne sappiamo apprezzare le capacità autoriflessive. Così, vi è una «diffusa pre-comprensione dei due contesti sociali e criminali, sia tra chi denuncia sia tra chi persegue» (p. 38) che richiama un ruolo delle scienze sociali nel costruire quadri interpretativi che vengono plasticamente agiti e utilizzati dagli stessi attori, in un circolo ricorsivo in cui la mossa del cavallo – che il volume offre – è quella di non adagiarsi su schemi di senso già noti e “comuni”, ma (ri)attivare percorsi di costruzione di senso in grado di stimolare il mutamento.
Tommaso Frangioni
Riferimenti bibliografici
Campedelli M. (2018), Due anni dopo. L’implementazione della riforma del Terzo settore, in «Social Policies», 2, 281-286.
Busso S. (2018), Away from politics? Trajectories of Italian third sector after the 2008 crisis, in «Social Sciences», 7, 11, 228.
Polizzi E. (2019), Per quale Terzo settore è pensata la riforma? Nodi, rischi e sfide applicative, in «la Rivista delle Politiche Sociali», 227-244.
Reggiardo A. (2022), L’ibridazione del Terzo settore. Note di lettura sul dibattito, in «Autonomie locali e servizi sociali», 45, 2, 383-404.