Book Review - Standard

Mariella Popolla, Daniela Bagattini

Violenza maschile sulle donne. Il ruolo dell’assistente sociale tra sfide e opportunità

Genova University Press, Genova, 2024, e-ISBN: 978-88-3618-263-3



Il volume Violenza maschile sulle donne. Il ruolo dell’assistente sociale tra sfide e opportunità, si colloca con sensibilità nel crocevia tra teoria sociale e pratica professionale. Mariella Popolla e Daniela Bagattini affrontano un argomento complesso con rigore e semplicità, rendendo la lettura del libro accessibile a chiunque voglia confrontarsi con i temi proposti, sia per ragioni personali o di studio, quanto per motivi professionali. La struttura del volume chiarisce subito questo aspetto. Le autrici procedono da una dimensione macro-terminologica per approdare alle specificità e criticità della professione del servizio sociale, senza mai abbandonare una lettura di genere attenta e capace di svincolarsi da approcci deterministi ed essenzializzanti.

Il primo capitolo ripercorre brevemente la storia della violenza maschile sulle donne e il ruolo dei femminismi nel suo riconoscimento, dedicando ampio spazio all’evoluzione legislativa, con particolare riferimento alla Convenzione di Istanbul del 2011. Tuttavia, le autrici suggeriscono cautela; nonostante la progressiva costruzione di una impalcatura normativa sovranazionale e nazionale, le stesse definizioni che utilizziamo per parlare di cosa sia violenza sono soggette a mutamento e, inoltre, il solo riconoscimento legale non è sufficiente. La violenza maschile sulle donne ha profonde radici culturali, dunque diviene fondamentale «approfondire lo studio degli atteggiamenti maschili, poiché con maggiore frequenza sono gli uomini i principali autori di violenza» (Oddone 2016: 85). L’attenzione al genere, inteso come costrutto sociale negoziato e riprodotto all’interno di spazi di socializzazione, permette alle autrici di spostare il cursore in una direzione fin troppo spesso ignorata: la maschilità come comun denominatore della violenza (Rinaldi 2018). È vero infatti che «l’identità è formata da processi sociali» e «una volta cristallizzata, viene mantenuta, modificata o anche rimodellata dalle relazioni sociali» (Berger, Luckmann 1997: 217). Appare necessario, allora, guardare a come si diventi maschi nello spazio sociale, a quale sia il valore della violenza e a come esperienze apparentemente slegate tra loro si inseriscano in un più ampio discorso sociale. Inoltre, nominare la maschilità introduce la possibilità di poterla ripensare in termini socioculturali, di guardare non soltanto alla vittima ma anche all’autore della violenza senza per questo trasformarlo in un mostro, qualcosa di radicalmente distante dalla norma, come mediaticamente viene spesso rappresentato. Non da ultimo, come osservato dalle autrici del volume, il modo ampiamente diffuso di intendere la maschilità – che, invisibile, si sottrae a ogni riflessione su se stessa – risulta problematica anche per gli stessi uomini. Infatti, per dirla con Bourdieu, gli uomini, violenti o meno, rischiano di restare «prigionieri, subdolamente vittime della rappresentazione dominante» (Bourdieu 2017: 61).

Il lavoro delle autrici, dunque, non sottrae il maschile dalla sua problematizzazione e lo inserisce in modo accorto e trasversale in ogni riflessione sulle violenze. In particolare, nel corso del primo capitolo, Popolla e Bagattini passano in rassegna le forme della violenza giuridicamente riconosciute, affrontando infine il complesso tema del femminicidio, la punta dell’iceberg in quello che è un «continuum di sopraffazione maschile» (Oddone 2016: 85). Nondimeno, estendono lo sguardo sia alle conseguenze del femminicidio con particolare riferimento ai cosiddetti orfani speciali, sia a quelle categorie meno notiziabili (p. 22), come il femminicidio delle sex workers e delle donne anziane. L’ultima parte del capitolo è dedicata alle realtà che lavorano quotidianamente, spesso a corto di risorse essenziali, con le donne vittime di violenza, come i Centri antiviolenza.

Il secondo capitolo del volume conduce il lettore verso la comprensione di quali siano le politiche di contrasto ad oggi in uso nel contesto nazionale. L’iter legislativo, iniziato già a partire dal secondo dopoguerra, ha lentamente reinterpretato forme di violenza spesso legittimate, invisibili o non sempre considerate meritevoli di attenzione. Tuttavia, bisognerà attendere soltanto il 1996 perché il diritto penale nostrano riconosca la violenza sessuale non più come un reato contro la moralità pubblica e il buoncostume, ma contro la persona. Nonostante questo ritardo, il movimento riformatore ha condotto a nuove politiche nazionali e regionali, alla nascita dei centri antiviolenza e a provvedimenti mirati, come la legge sugli orfani speciali e il Codice rosso. Le autrici, comunque, mettono in guardia: è giusto estendere e implementare un piano legislativo mirato a proteggere le persone più vulnerabili e permettere loro di intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza; al contempo, però, non bisogna cadere nella trappola – comprensibile ma viscerale – di pensare che le sole misure punitive e le politiche securitarie possano arginare un fenomeno essenzialmente e culturalmente strutturale. In particolare, slegare dalla sua dimensione culturale un fenomeno apparentemente circoscritto rischia di andare incontro ad almeno due problematiche: da un lato, immaginare normale che ad agire comportamenti violenti, in particolare nei confronti del genere femminile, siano gli uomini, può significare attuare un processo di biologizzazione del sociale e socializzazione del biologico (Bourdieu 2017). In questo senso, questa stessa normalità deve essere riletta con l’obiettivo di tradursi in una maggiore attenzione proprio nei confronti degli uomini e del modo in cui, fin da piccoli, sono socializzati al genere. Dall’altro lato, è importante non relegare il singolo fatto ad abnormità personologiche o caratteriali, poiché l’assenza di violenza tangibile non è di per sé un segnale sufficiente per escludere che altre forme di violenza sussistano o che non esista un problema più generale: «hegemonic masculinity generally operates without recourse to violence» (Morrell 1998: 609).

Infine, il terzo capitolo conduce il lettore verso un campo dal senso comune spesso poco conosciuto, mistificato o considerato con sospetto, quello del servizio sociale. Anche in questo caso, la lente del genere permea le riflessioni sui ruoli del servizio, in particolare qualora esso sia rivolto alle donne vittime di violenza. Le operatrici e gli operatori che intervengono all’interno di questo delicato settore, non sono certo esenti dal proprio mondo interiore, dalle proprie interpretazioni, dalla propria emotività. Una professione che richiede tanta sensibilità e che, purtroppo, spesso prevede un carico di lavoro sproporzionato, può avere difficoltà a svincolarsi dal senso comune. È necessario coltivare un’ottica riflessiva e monitorare costantemente i modelli introiettati. Uno dei rischi si traduce, come scrivono Popolla e Bagattini, da un lato «a una responsabilizzazione e colpevolizzazione della vittima e, dall’altro, si opera un distanziamento dagli autori, percepiti come devianti rispetto alla norma» (p. 64). In particolare, negli ultimi anni si assiste al tentativo di destinare parte degli interventi anche agli uomini violenti. In alcuni casi si tratta di luoghi che con il servizio sociale comunicano e collaborano, è il caso dei CAM (Centri di Ascolto per Uomini Maltrattanti). Il primo CAM è attivo dal 2009 a Firenze, ma negli ultimi anni sono nate nuove sedi, ad esempio a Roma, Ferrara e Palermo. Dunque, se da un lato una certa retorica che prevede che la violenza sia agita solo da alcune persone con caratteristiche particolari va ancora per la maggiore, esistono delle realtà che sempre più mettono al centro del proprio intervento la maschilità delle persone violente. Percorsi in cui a essere discusse sono le fondamenta, le prigioni bourdieusiane della maschilità.

Quanto al ruolo dei Servizi Sociali, una difficoltà propria della professione, è quella legata alla necessità di giostrarsi tra i mandati del servizio: il mandato istituzionale, il mandato professionale e il mandato sociale. Poiché il lavoro si traduce spesso in un’attenzione focalizzata nei confronti delle vittime degli uomini violenti, «la richiesta di neutralità è, in effetti, una richiesta paradossale» (p. 73) e far convergere i tre mandati con equilibrio è compito assai arduo. Tuttavia, notano le autrici, la neutralità può essere “recuperata” attraverso una presa in carico disgiunta di donna e minore da un lato e autore dall’altro, chiaramente ad opera di operatori o operatrici differenti. Tale approccio, molto sperimentale, è già attivo in alcuni territori. L’obiettivo delle autrici, all’interno di questo capitolo conclusivo, è quello di fornire indicazioni utili ad operatrici e operatori dei servizi sociali.

Il volume, dunque, con la sua attenzione al genere come lente di analisi e alla problematicità strutturale alla base delle singole violenze, contribuisce a rileggere il lavoro del servizio sociale in una chiave innovativa. Come scrivono le autrici, il volume «ha anche l’ambizione di poter fornire spunti per la riflessione e la costruzione di prassi professionali che suggeriscano anche nuove azioni di policies» (p. 92). Il tentativo promosso da Popolla e Bagattini risulta particolarmente funzionale, attento alle realtà emergenti e a non tralasciare i casi di multiproblematicità. Un contributo, il loro, che si inserisce in un filone critico capace di interrogare se stesso in modo nuovo, complesso e sensibile ad aspetti spesso ampiamente ignorati. L’utilità di un approccio del genere può consentire nuovi sguardi, disancorare vecchie prospettive e integrare in modo articolato e interdisciplinare riflessioni fondamentali per perseguire un obiettivo apparentemente trasversale: fornire sempre più strumenti, non soltanto al servizio sociale, per produrre un cambiamento che interessi anzitutto gli uomini. Infatti, se l’interesse nei confronti delle vittime di uomini violenti è necessario, la soluzione non potrà mai risiedere esclusivamente in politiche securitarie bensì nella promozione di modo altro di diventare maschi nello spazio sociale.


Riccardo Caldarera

Riferimenti bibliografici

Berger P. L., Luckmann T. (1997), La realtà come costruzione sociale, Bologna: Il Mulino.

Bourdieu P. (2017), Il dominio maschile, Milano: Feltrinelli.

Morrell R. (1988), Of boys and men: masculinity and gender in southern african studies, in «Jounal of Southern African Studies», 24, 4.

Oddone C. (2016), Voci maschili tra resistenza e cambiamento. Studiare gli uomini

per prevenire e curare la violenza contro le donne, in «Libere dalla paura, libere dalla violenza. Studi sulla convenzione di Istanbul» a cura della Delegazione Italiana presso il Consiglio d’Europa, 2016, cap. 2.

Rinaldi C. (2018), Maschilità, devianze, crimine, Bologna: Meltemi.