Book Review - Debates

Giuliana Chiaretti

Liberare la speranza. Rotte di un pensiero non arreso1

(Enciclopedia delle donne, Milano 2025, ISBN 8899270651



Liberare la speranza è un libro-dono: denso e profondo.

Dono perché questa lettura non ci presenta solo un percorso di conoscenza attraverso accurate argomentazioni, ma perché parla anche a noi, a me, in persona, al mio bisogno di sperare e al mio vacillare e dis-perare di fronte a quello che sta succedendo nel mondo; cose che quelli della mia generazione non avrebbero mai neppure immaginato.

Ho partecipato alle “esitazioni” di cui Giuliana Chiaretti parla nell’incipit del libro (p. 7)

… Scrivere della speranza e delle aspirazioni è stato -dice- un continuo esitare sulla pagina.

E grazie alla nostra lunga amicizia ho condiviso tanto anche in corso d’opera. Ho letto e discusso bozze di capitoli durante i lavori ma solo nella veste definitiva stampata ho visto l’opera compiuta e mi ha molto colpito.

È un libro felice, a partire dalla copertina che porta l’immagine della vela di Annalisa Colombara, felice è il titolo che trovo bellissimo, e il sottotitolo con la parola “rotta”.

C’è subito tanto mare, tanta immensità…

Anche i titoli dei paragrafi attirano la mia attenzione per l’accurata scelta delle parole, come:

pensare significa oltrepassare” (p. 21)

l’uomo non è mica un sasso” (p. 49)

L’affetto dello sperare non tollera una vita da cani” (p. 33)

E altri ancora…

Sfoglio subito il libro che mi regala, fresco di stampa e vedo il capitolo Tracce (p. 4) scritto in forma di versi che comincia con:

La speranza non ha età, come il desiderio

è mutevole nel tempo della vita

e nel tempo storico.

… e le chiedo: di chi sono questi versi?

Il testo è mio!!!.. Mi dice.

Così incontro una scrittura che è capace di poesia. Di più: coniuga le argomentazioni del saggio con la scrittura narrativa e con la poesia.

Ho accettato con esitazione – a mia volta – l’invito a partecipare a questa presentazione perché, avendo letto questo libro d’un fiato, ho subito pensato alla difficoltà di raccontarlo, per la ricchezza dei contenuti, per la quantità e la profondità dei riferimenti degli autori che Giuliana convoca come compagni di strada.

Infine ho accolto con gratitudine l’invito scegliendo di non avventurarmi in una sintesi del testo, per rispetto della complessità che si dipana pagina dopo pagina e che ogni tentativo di riassumere non farebbe che mortificare.

Vorrei invece condividere alcune riflessioni sulle qualità di questo testo, sul come e perché riesce a svegliare sentimenti e ragione.

Contenuto e forma sembrano due aspetti separati ma qui sono congiunti poiché il modo di esporre, il passo della scrittura è interamente inerente alle argomentazioni, alle riflessioni che arrivano via via, anche attraverso citazioni poetiche come quando riprende le parole di Anna Maria Ortese… e dice: la speranza è come il respiro…

Osservo come il congiungere le cose, far dialogare gli opposti sia una caratteristica che percorre tutto il testo già nel suo presentarsi: non solo filosofia, psicologia, ma anche sociologia… e vedo Giuliana partire con un impegno a riempire di senso la parola speranza.

Tutto il testo è percorso dall’interrogativo “che cosa è la speranza”?… e: “che cosa vuol dire sperare”… in un dialogo continuo con se stessa e con gli autori.

Subito incontriamo una speranza scollata dai vissuti soggettivi, dalla banalizzazione del senso comune che questa parola normalmente convoglia, per includere – e cito:

… le condizioni sociali, economiche e politiche che la determinano, che le danno spazio e forma o al contrario ne ostacolano la realizzazione (p. 7)…

… speranza che va appresa: … imparare la speranza, per riprendere le parole di Bloch…

Dunque… “il contrario della sicurezza e dell’ottimismo ingenuo”…

(p. 108) ma:

… cammino faticoso che richiede conoscenza del presente, la messa in atto di resistenze e lotte caso per caso e il costante interrogarsi su quale sia la scelta buona e giusta, sul che fare e da che parte stare. (p. 104)

Speranza …“che può essere delusa, continuamente esposta al fallimento”… ( p. 105), ma che non accetta il naufragio. (p. 108)

Poi incontriamo…“la speranza dotta”…

… che è un pensiero non arreso, che analizza criticamente lo stato delle cose, tende a oltrepassarle sostenendo l’azione sociale orientata a un cambiamento. (p. 107)

Dunque, la speranza come lotta.

Una messa a fuoco continua di questa parola che via via smette di essere una parola per diventare esperienza e processo…

atto orientativo di specie cognitiva dove si compie un ricongiungimento tra ragione e sentimento. (p. 23)

… e si fa concreta, essenziale, come…

… movimento del corpo-mente, un punto di incontro di fisicità, sentimento e intelletto… Proprio per questo non è chiuso in se stesso, non è tutto interiore ma è aperto alla relazione e al mondo esterno. Non è naturale, è intriso di cultura e di memoria. (p. 22)

E a pag. 30…

La storia umana ci insegna che

il possibile è parte del reale

che il principio di realtà è

connesso al principio del possibile…

Parole, queste che trovo bellissime.

E poi si chiede: Su cosa far leva, allora per sostenere le ragioni della speranza?

E così risponde:

sul fatto che per gli esseri umani rinunciare alla speranza è insopportabile più di ogni altra cosa…

e più oltre, citando Bloch osserva come…

da tutti i pulpiti si continua a predicare la speranza, ma accuratamente rinchiusa nella pura interiorità o legata in modo consolatorio all’aldilà (p. 24-25)

poi aggiunge – e sento questa frase come un approdo – :

c’è anche qualcos’altro su cui far leva… penso a quel sentimento di libertà che proviamo quando ci è data la possibilità di una contromossa che contraddice il cattivo presente e che per essere tale non avviene nell’isolamento, nel puro attivismo individuale, ma deve essere compiuta assieme ad altre e altri. Non si spera mai da soli.

Non sfuggirà quanto questo pensiero sia profetico per quello che è successo di recente nelle nostre città sulla tragedia di Gaza.

Giuliana è in dialogo con gli autori che cita, sembra parlare con loro più che usarli a sostegno delle proprie tesi. E ci chiama ad esercitare il pensiero complesso che, come ci ricorda Edgar Morin: include e non separa, coglie singolarità e universalismo, disordine e complicazione, organizza unità e molteplicità, si impegna all’interazione dei livelli biologici, psicologici, sociali e politici.

Giuliana Chiaretti non indugia negli antagonismi ma sottolinea la complementarietà, la copresenza di opposti e come questa generi la tensione fertile della dialettica. Non procede con un pensiero disgiuntivo che esclude: o questo o quello ma con un pensiero che connette, inclusivo: e questo e quello.

In questo senso vanno letti numerosi passaggi, come ad esempio:

autorità e potere suggeriscono una opposizione un escludersi a vicenda si-no. Diverso è il mio modo di pensare non c’è solo e per sempre adattamento o il suo contrario, c’è un loro coesistere, c’è una costante e dinamica connessione… (p. 28)

… e dove fa riferimento alla sua personale esperienza della visione delle fotografie di Salgado delle popolazioni erranti, che sono per lei fonte di riflessione e meditazione così commenta:

… ne nasce un racconto che mette in luce coraggio e paura, forza e fragilità, l’essere attraversati dalla polarità: ne’ solo portatori di speranza ne’ solo disperati piuttosto una soggettività sempre in tensione, in bilico tra questi due poli come se speranza e disperazione, progetto e ostacolo fossero i due piatti di una bilancia che vanno su e giù e che rappresentano di fatto le polarità del coraggio. (p. 57)

Liberare la speranza è dunque un testo avverso alla semplificazione, alla linearità e alla separazione cartesiana delle dimensioni dove – ancora secondo Morin – distinzione e opposizione producono spesso una conoscenza manipolatrice.

Ancora un pensiero vorrei portare: su come in questo testo, l’osservatore – l’autrice – è parte dell’oggetto osservato, è incluso nel campo. Giuliana, il suo sguardo, la sua persona non si eclissano mai anche nei riferimenti agli autori, nelle citazioni degli studiosi: Bloch, Remo Bodei, Remotti, Adorno, Hannah Arent, Robert Castel, Laura Balbo, Luciano Gallino, Bauman… per non citarne che alcuni e nel bellissimo dialogo con Franco Rositi, a cui dedica un intero paragrafo nel capitolo intitolato “Ne va della vita”.

Un raccontare, il suo, che afferma con cautela, continuamente suggerisce ma soprattutto interroga, mostra il lato ombra delle cose che osserva, a tratti spiega a tratti evoca e accende -almeno questa è la mia esperienza- corrispondenze profonde nel lettore.

In questo libro c’è la tragicità delle masse in movimento narrata attraverso la sua esperienza di studiosa e docente dei fenomeni migratori, ci sono le persone in carne e ossa come nelle commoventi interviste alle badanti tratte da una sua ricerca del 2001, nel capitolo L’affetto dello sperare non tollera una vita da cani dove troviamo parole che sono spietate testimonianze delle donne: il ricordo dei luoghi perduti, delle brutalità subite durante il viaggio, dei respingimenti alle frontiere e anche oltre le frontiere, nei luoghi di approdo.

Ho voluto riportarne una tra tutte:

… e dopo mi è passata in mia testa la mia vita come un cinema… sono venuta qua per morire o per vivere, per avere una vita più bella o più brutta?… (p. 60)

Ecco. In questo libro ci sono gli individui e le relazioni ci sono i sentimenti, la politica, l’etica. E ci sono i corpi, c’è la storia delle donne, c’è una ricognizione accurata della dimensione temporale -passato, presente e futuro- collocata nella dimensione spaziale: dove siamo stati, dove siamo, dove saremo: l’altrove sperato, il desiderio, il sogno di una buona vita che da qualche parte deve pur essere possibile.

Poi c’è una attenzione continua alla parola, un aspetto questo che è tipico di Giuliana e che certamente ha anche molto a che fare -io credo- con la sua pratica di analista che sa che ogni parola allo stesso tempo svela e nasconde…

Dice: “Le parole, lo sappiamo, non si prestano all’innocenza ne’ perdonano forme di ingenuità perché le parole e gli argomenti agiscono sui fatti sociali, li configurano e persino li fanno esistere”. (p. 37)

E, riferendosi ai giovani condannati alla precarietà, trovo commovente il riferimento personale a sua figlia adulta quando parla di come la crisi attuale sia un furto di futuro per la difficoltà del lavoro, che arriva a farli… “dubitare della propria vocazione e di sé stessi. (p. 111) Una generazione -quella attuale- più libera, si ma obbligata a navigare a vista… (p. 114)

A questo proposito condivido, da persona e da psicoterapeuta, la riflessione sulla psicologizzazione della vita dove, citando Robert Castel Giuliana sottolinea in modo critico come l’avanzare…

… di una nuova cultura dello psicologico propone codici individualizzanti come griglia di interpretazione della realtà sociale. (p. 125)

E osserva come questo orientamento ci porti ad essere…

convinti che la vita sia nelle nostre mani impegnati ad esplorare gli aspetti intimi, privati e relazionali… introspettivamente orientati… e perdiamo di vista quei fattori sovra individuali che determinano il nostro corso della vita. (p. 119)

Sempre da psicologa poi ho trovato di grande interesse il capitolo Le insidie dell’empatia in cui Giuliana intraprende una complessa argomentazione su come l’empatia, -sentimento di gran moda per designare la vicinanza al prossimo-, possa agire anche nel suo contrario come empatia crudele, come risorsa del potere per consolidare e mantenere la sudditanza.

Mi scuso per non essere entrata di più nel vivo del contenuto di questo libro. Su molti altri temi sarebbe interessante soffermarsi come ad esempio sulla profonda trattazione della servitù volontaria che spero verrà ripreso nella nostra conversazione.

Concludo facendo mio l’invito di Giuliana:

Fare spazio alla speranza in me e tra noi tutti, per agire insieme contro la violenza e l’orrore che attraversano il mondo; praticare forme di resistenza e lotta per un cambiamento, intenderla come un cammino comune dove ognuno porta la propria esperienza e diversità, le aspirazioni, la propria sofferenza e la sofferenza sociale che certo è distribuita in modo diseguale.

Cammino faticoso, dice. Ma, ripete: La speranza si impara.

Abbiamo tutti la sensazione che “se non agisci non sei reale” mi dice un paziente che dubita dello sperare.

Io penso che scrivere un libro come questo sia una azione: produce pensiero, nuove sapienze e suggerisce pratiche, non malgrado, ma proprio grazie alla connessione profonda con la disperazione di cui qui pure si parla. Penso che le vie sottili esistano e che il pensare, il meditare, riflettere e conoscere produca degli effetti concreti.

Voglio credere che si agisce con tutti sensi e qui penso ad esempio a Maria Lai, alla sua pratica-azione che era il cucire: l’arte di cui era sapiente. Cucendo i libri, tirando fili colorati tra le case del suo paese ha dato forma alla sua lotta e ha svegliato le coscienze.

Il pensiero coltivato col sapere-sentire che Giuliana ci dona in questo libro, genera legami e diventa azione a tutti gli effetti. Perciò le sono grata per aver usato la sua arte nello scegliere un oggetto fragile come la speranza e avergli dato corpo.

La mia gratitudine va anche alla Casa Editrice Enciclopediadelledonne per la cura del libro perché, come diceva un mio maestro, l’abito fa il monaco.

Ho amato questo libro coraggioso come un filo che connette e che davvero ci aiuta a sperare in modo concreto e consapevole in un momento storico come questo: ne abbiamo tutti bisogno. Per questo penso che vada letto. E per i lettori sarà un viaggio di scoperta. Lo ameremo in tanti.

Grazie per il vostro ascolto.


Anna Fabbrini

Biblioteca Nazionale Braidense

Milano, 18 ottobre 2025


1 Questo testo è stato redatto in occasione della presentazione del libro presso sala di lettura della Biblioteca Braidense (18 ottobre 2025).