Book Review - Debate

Giuliana Chiaretti

Liberare la speranza. Rotte di un pensiero non arreso

(Enciclopedia delle donne, Milano 2025, ISBN 8899270651



Un’opera di mappatura semantica dedicata al tema della speranza, un esercizio di riflessione sul proprio tempo, un confronto con l’eredità intellettuale di Ernst Bloch, una prova di comprensione della trama affettiva che sorregge i modi di sentire e la circolazione delle emozioni nell’atmosfera della tarda modernità. Per tutti questi motivi il volume di Giuliana Chiaretti, Liberare la speranza. Rotte di un pensiero non arreso, rappresenta una sfida alle strutture egemoniche del senso comune che si sono affermate nel mondo occidentale da circa quarant’anni a questa parte, a partire dall’affermazione del neoliberismo. Si tratta di una prospettiva sociologica e intimamente politica, se per ‘politica’ intendiamo ciò che riguarda i modi di vivere insieme, le rappresentazioni del sociale intorno a cui prendono forma le nostre istituzioni, le percezioni di familiarità ed estraneità con cui costruiamo quotidianamente il nostro orientamento nel mondo.

Il lavoro si articola in dieci capitoli dedicati alla relazione tra libertà e speranza: È un respiro (per incomnciare), Tracce, Le ragioni dello sperare, Tra adattamenti e ribellioni, L’affetto dello sperare non tollera una vita da cani, Le insidie dell’empatia, Fare spazio alla speranza, Ne va della vita, C’è qualcosa che si deve fare, Cosa mi ha portato qui. Il filo che li attraversa è un’interrogazione serrata che si concentra sulla capacità di sperare, inquadrandola come questione intrinsecamente sociologica senza perdere di vista l’apporto fondamentale che le tradizioni filosofiche e psicologiche hanno fornito alla comprensione del fenomeno. Questa interrogazione è condotta nella forma di un dialogo intellettuale che coinvolge autori e autrici provenienti da diversi tempi e ambiti di ricerca: Remo Bodei, Laura Boella, Anna Donise, Ugo Morelli, Judith Butler, Laura Balbo, Luciano Gallino, Richard Sennett, Robert Castel, Étienne de La Boétie, Franco Rositi, Joan Tronto, Sebastião Salgado (per citare solo i riferimenti principali). Al tempo stesso, Liberare la speranza può presentarsi anche come un’autobiografia intellettuale, cioè come una rivisitazione dei temi che hanno caratterizzato le ricerche di Giuliana Chiaretti: l’identità, il riconoscimento, le disuguaglianze di genere e di razza, le migrazioni femminili. Nel ripercorrere questi motivi nel prisma interpretativo della speranza, il racconto autobiografico degli incontri significativi (testuali e personali) traccia la rotta di un pensiero non arreso, la cui vicenda si dispiega dalla fine degli anni Sessanta (con le esperienze collettive ed extra-accademiche di women’s studies) al presente.

La speranza diventa una chiave di lettura per interpretare le istanze generatrici di cambiamento nella società, per decifrare le relazioni (a volte pericolose) tra le ideologie dominanti e gli immaginari alternativi, per rintracciare il senso del possibile e il senso del futuro con cui si tesse intersoggettivamente la trama del tempo che viviamo. A tenere insieme questi côtés è uno «sguardo strabico e cioè animato da diverse prospettive del guardare, vedere, percepire e capire di versi aspetti della questione» (Chiaretti 2025: 12). Per tale ragione possiamo leggere questo lavoro soprattutto come un esercizio di pensiero critico, ossia – scrive Chiaretti – come la scommessa di dare sostanza a un «un pensiero divergente, meno vincolato a schemi, abitudini-pregiudizi, punti di vista parziali e omologanti, capace di sostenere i conflitti del conoscere e di tenere insieme gli opposti» (ibid.).

All’inizio del testo, Chiaretti cita la risposta di Anna Maria Ortese (1997) alla domanda «C’è libertà, secondo lei per l’uomo?», tratta da un’intervista del 1984, in cui il tema della libertà è declinato in chiave universalista, oltre i confini dell’umano («La libertà è respiro. Ma tutto il mondo respira, non solo l’uomo»), nell’orizzonte sensibile e corporeo del vivente («Tutto respira, e tutto ha il diritto di respirare. Questo respiro è universale, è il rollio inavvertibile e misterioso della vita»). Nella relazione tra il principio universale di libertà e la capacità umana di sperare Chiaretti individua il nodo fondamentale della propria ricerca nel mondo affettivo e negli orizzonti temporali dell’esistenza umana: «pulsione, passione, sentimento, pensiero narrativo e intuitivo, certo tutto questo è la speranza» (Chiaretti 2025: 10). L’approccio predilige il terreno delle pratiche rispetto a quello dell’astrazione pura, il che rende particolarmente rilevante il confronto con l’opera di Bloch, di cui troviamo i primi segnali nella premessa intitolata, appunto, Tracce: «Oggi, “l’importante è imparare a sperare”, produrre la speranza, sostenerla e crearla. Ai tempi della perdita, delle paure e incertezze del domani, di autoritarismi, del rischio di tirannie, la scommessa è puntare su “la capacità di coltivare il futuro”, saper aspirare a un cambiamento e progettare collettivamente un ordine sociale migliore» (ivi: 11).

I richiami all’insegnamento inattuale di Bloch risuonano come note di sottofondo per tutta l’estensione dell’opera. L’insegnamento principale che Chiaretti trae dall’autore de Il principio speranza (1959) riguarda in prima istanza il primato della ragione pratica sulla logica speculativa, della speranza come lavoro interminabile e apprendimento di un pensiero divergente, della necessità di orientare la conoscenza: «verso un mutato voler pensare, verso un voler ripensare il mondo intero» (Bloch – Benjamin 2017: 40).

La capacità di sperare è qualcosa che si apprende continuamente; dipende dalla capacità di entrare in relazione. Non può mai essere data per scontata, come un accessorio incluso nella dotazione permanente del genere umano, poiché il suo apprendimento deriva dalla fatica di «co-agitare», cioè di invertire l’inerzia normativa del pensiero, mettendone in questione i presupposti più taciti per dare forma a nuove configurazioni di senso. Nel contesto tardo-moderno del nostro presente, adottare una simile lente significa fare i conti con l’atmosfera del realismo capitalista con cui Mark Fisher (2018) ha definito la logica culturale del neoliberismo. Il lavoro di Chiaretti misura i limiti dell’immaginario ispirato a «There is no alternative» (TINA), lo slogan thatcheriano secondo cui non esistono alternative credibili al modello di individualismo proprietario attualmente dominante. Rivalutare oggi le ragioni della speranza da una prospettiva sociologica comporta la presa di coscienza che sperare significa costruire spazi e tempi per coltivare un’esperienza altra del presente, proprio là dove sembra altamente improbabile (se non impossibile) incontrarla. Significa anche spazzolare contropelo la dimensione cognitiva, emozionale e operativa del presente per liberare il futuro.

Il primo nucleo di questioni toccato da Chiaretti riguarda il movimento migratorio, in cui il tema della speranza non può essere separato dalla comprensione del desiderio di libertà. Viene analizzata la retorica persuasiva con cui i fenomeni migratori vengono trattati dall’opinione pubblica: la crisi dei migranti, i meccanismi istituzionali di produzione della clandestinità, la disperazione come unico connotato emozionale dei processi migratori, le narrazioni costruite per suscitare “pietà e orrore” cancellando dalla percezione comune tutte le altre tensioni costitutive delle diverse esperienze migratorie. Il lessico del razzismo democratico dà forma a un immaginario emergenziale e monodimensionale: un dispositivo di fabbricazione discorsiva dell’altro, a cui Chiaretti dedica un’analisi significativa. La sua lettura decostruisce la polarizzazione retorica fra soggetti disperati e portatori di speranza. Lo fa con argomenti in cui risuonano i temi della soggettivazione e del reciproco riconoscimento, attraverso le narrazioni delle memorie migranti in cui prende corpo una disposizione interiore alla meraviglia: «un’apertura verso il mondo e tutto ciò che di inconsueto e inaspettato il mondo può offrire alla propria vita» (Chiaretti 2025: 66).

La parte centrale prende in considerazione il concetto di empatia per metterlo a fuoco criticamente, inserendolo nel contesto dell’individualismo neoliberista e “sbucciandone” la patina taumaturgica per «riconoscere le insidie generate dall’uso negativo di questa straordinaria capacità». Spesso presentata come antidoto rispetto all’individualismo egocentrico ed egemonico, la capacità di mettersi nei panni degli altri può rovesciarsi in una forma di indifferenza o addirittura divenire una preziosa alleata della crudeltà, perché consente di colpire l’altro «là dove sentirà più male» (ivi: 94). Troviamo numerosi esempi di atteggiamenti empatici, come la simpatia intergruppale, che si traducono facilmente in forme di aggressività verso l’esterno. La chiave per comprendere l’ambiguità, la fragilità e la fatica morale della relazione empatica consiste nell’accantonare l’idea di empatia individuale e paternalistica, solidale ad esplosioni di violenza reattiva (logica del capro espiatorio, fantasmi securitari, chiusure identitarie). In questo senso, liberare la speranza vuol dire soprattutto esercitare uno sguardo critico che sappia riconoscere i presupposti dell’intersoggettività e fare spazio a un cammino comune: «in me e tra di noi tutte e tutti», scrive Chiaretti (ivi: 104).

Gli ultimi tre capitoli del volume approfondiscono le difficoltà della speranza nel contesto contemporaneo. Se la capacità di sperare è frutto di apprendimento, essa dipende dalle relazioni intersoggettive e dalle forme del nostro vivere in società. Vive nella coscienza del pericolo, poiché è esposta costitutivamente all’incertezza e alla delusione: non è una fuga onirica dal mondo, ma un modo di interpretarne le condizioni prendendo coscienza degli ostacoli e degli impedimenti disseminati, per oltrepassarli, lungo un cammino orientato verso la possibilità di una trasformazione. La precarizzazione del mondo del lavoro e l’imperativo della flessibilità rappresentano per molti, in particolare per le generazioni di giovani e giovani-adulti, una condizione di deprivazione che ha eroso il senso di giustizia sociale, il senso del futuro e gli orizzonti della speranza. I riferimenti alle opere di Gallino, Bauman, Sennett e Castel sono utili a ricostruire un contesto socio-economico in cui crescono le forme di vulnerabilità e di invalidazione sociale, in cui sempre più individui restano «irretiti nella contraddizione di non poter essere gli individui che aspirano ad essere» (Castel 2015: 73). La prospettiva adottata da Chiaretti suggerisce che, a patto di analizzare criticamente il contesto di individualismo che potremmo definire “forma di vita neoliberista”, è possibile mettere in relazione l’indebolimento della capacità di sperare con l’ipertrofia del risentimento e della rabbia, intese «come emozioni sociali [che] esprimono l’impasse propria della rassegnazione» (Chiaretti 2025: 130).

È in questa sezione che il tema del tempo e degli orizzonti temporali della speranza prende corpo, per sottolineare il tema delle differenze di genere in relazione ai Tempi di vita (titolo del volume collettaneo curato da Laura Balbo nel 1991). La doppia presenza delle donne, cioè lo spazio tra il lavoro di cura e il lavoro per il mercato, rappresenta l’esempio di un salto generazionale animato dalla speranza di tenere insieme la dimensione privata e pubblica grazie a uno sguardo trasformativo. Tale prospettiva rappresentava un modo di indicare la possibilità di realizzarsi nello «spazio intermedio tra un orizzonte utopico e il contesto presente» (ivi: 137), una capacità di abitare la soglia del presente per intravvedere le possibilità del nuovo nei confini fra vita e lavoro. Molto è cambiato oggi, rispetto a trentacinque anni fa, ma resta assolutamente centrale la necessità di ripensare il lavoro di cura e di riattualizzare una «critica senza sconti alla divisione sessuale del lavoro, alla separazione tra riproduzione e produzione» (ivi: 138).

All’incapacità di sperare esercitando uno sguardo critico ed emancipatore si rivolge il capitolo dedicato al confronto con uno dei più grandi autori politici del xvi secolo, Étienne de La Boétie, in particolare con il suo Discorso sulla servitù volontaria. Questo ossimoro, nota Chiaretti, «risuonava al suo uditorio inquietante e scandaloso e allo stesso modo, oggi, risuona in noi» (ivi: 149). Ci parla del consenso e delle logiche dell’obbedienza, ci parla del desiderio di libertà, con uno sguardo in grado di illuminare sorprendentemente il presente. Non a caso, Chiaretti evoca l’ambivalenza della parola “domestica/domesticità” che si presenta come un giano bifronte: «Un lato […] sta a significare la servitù domestica delle donne, il loro “addomesticamento”, l’obbedienza “naturale” al padre/padrone; dall’altro il nostro desiderio di libertà, le lotte per affermare un nuovo ordine della vita di casa e della vita tutta, piena del senso di accoglienza delle diversità, apertura e familiarità che appunto l’aggettivo “domestica” può significare» (ivi: 165).

Riconoscere la speranza come motore della storia significa riflettere criticamente sui presupposti più scontati del senso comune. Praticare l’arte del possibile comporta il cercare di spingersi «oltre l’immediatezza del percepito e del compreso, di penetrare l’‘ultravioletto’ attraverso un pensare (un co-agitare di concetti, immagini, fantasie) che è per sua natura un Überschein, ossia un ‘oltrepassare’ e, insieme, un ‘trasgredire’ che individua i contorni di una possibile ‘logica della speranza’», nota Chiaretti citando Bodei (in Bloch 2019: xi). In questo senso, la speranza come affetto non può mai disgiungersi completamente dal dinamismo irriducibile della realtà, dalle sue contraddizioni e dalle sfide che ci pone. Il suo terreno indispensabile è la relazione intersoggettiva, che trasforma il moto interiore della speranza in un modo di essere al mondo: una modalità che – per dirla con Bloch (ivi: 5) – «cerca nel mondo stesso quel che può aiutare il mondo».

In questo senso, la speranza è inseparabile dalla conoscenza del presente, dallo sforzo quotidiano di pensare diversamente le relazioni di familiarità ed estraneità con cui costruiamo il senso comune, dal tentativo di comprendere le condizioni sociali ed economiche che «passando attraverso il corpo, segnano l’anima e la psiche». In questo senso, mi è sembrato che Liberare la speranza entri in risonanza con alcuni lavori apparsi in Italia negli ultimi anni, tra i quali rimando a Memorie del futuro di Paolo Jedlowski (2017) e Emancipatory Social Scence, volume collettivo curato da Monica Massari e Vincenza Pellegrino (2020).

Per Chiaretti, sperare vuol dire dare espressione a un nucleo utopico inespresso, far venire alla luce una potenzialità che dischiude possibilità impreviste nella realtà, coltivare il dinamismo trasformativo – proprio della sfera esperienziale, conoscitiva ed emozionale della vita sociale – con cui l’essere umano, da sempre, si mette in cammino alla ricerca di nuovi orizzonti. Ne va della vita, come scrive Chiaretti, e della capacità di comprenderne qualcosa attraverso gli strumenti delle scienze sociali.


Daniele Garritano

Riferimenti bibliografici

Balbo, L. (1991) (a cura di), Tempi di vita. Studi e proposte per cambiarli, Milano: Feltrinelli.

Bloch, E. (2019), Il principio speranza, Milano: Mimesis (ed. or. 1959).

Bloch, E., Benjamin, W. (2017), Ricordare il futuro: Scritti sull’Eingedenken, Milano: Mimesis.

Castel, R. (2015), Incertezze crescenti. Lavoro, cittadinanza, individuo, Bologna: Editrice Socialmente.

La Boétie, É. (2024), Discorso sulla servitù volontaria, Milano: Garzanti, (ed. or. 1576).

Fisher, M. (2018), Realismo capitalista, Roma: NERO, (ed. or. 2009).

Jedlowski, P. (2017), Memorie del futuro. Un percorso tra sociologia e studi culturali, Roma: Carocci.

Massari, M., Pellegrino, V. (2020) (a cura di) Emancipatory Social Science. Le questioni, il dibattito, le pratiche, Napoli: Orthotes.

Ortese, A.M. (1997) Corpo celeste, Milano: Adelphi.