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Carmen Leccardi (a cura di)
Vite aperte al possibile. Un’indagine longitudinale qualitativa sulle realtà giovanili in Italia
Collana Trasformazioni della società contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2024
L’ambito di ricerca degli Youth Studies, affermatosi negli scorsi decenni, si è oggi consolidato in una vasta produzione scientifica e in una sempre più fitta rete di ricercatrici e ricercatori che, sia a livello internazionale sia nazionale, affrontano tematiche che spaziano dai cambiamenti culturali alle relazioni di genere, dalla partecipazione politica alle traiettorie biografiche storicamente situate, dai fenomeni migratori all’identità personale e sociale. Questioni molteplici, analizzate a partire dall’osservazione di giovani uomini e donne nella transizione all’età adulta.
Il volume si concentra sull’ascolto approfondito delle esperienze e delle narrazioni delle giovani generazioni. L’indagine presentata nasce all’interno del progetto Ita.li – Italian Lives, avviato nel 2019 presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, che ha scelto di intrecciare strumenti qualitativi e quantitativi per indagare i percorsi di vita in Italia. La componente qualitativa rappresenta il cuore del lavoro: un osservatorio vivo sulle modalità con cui i giovani costruiscono senso e orientano le proprie scelte in un contesto caratterizzato da incertezza e frammentazione. La ricerca ha seguito, lungo tre rilevazioni consecutive (2019-2022), un gruppo di giovani che all’inizio dell’indagine avevano tra i 23 e i 29 anni. Attraverso 310 interviste seminarrative e 18 dialogical workshops (sei per ogni wave, per circa 80 giovani in totale), sono emerse voci che restituiscono la complessità delle transizioni alla vita adulta. I dialogical workshops, già utilizzati presso lo Youth Research Centre della University of Melbourne in Australia – con cui il gruppo di ricerca ha strette collaborazioni – sono stati condotti con studenti universitari iscritti agli ultimi anni di corsi di laurea triennale delle università di Milano-Bicocca, La Sapienza di Roma e Federico II di Napoli.
L’Introduzione di Carmen Leccardi e il primo capitolo guidano alla lettura delle considerazioni sviluppate nel volume e delineano la prospettiva teorica e metodologica della ricerca. Il filo rosso che attraversa le analisi è la riflessione sulla categoria del possibile e sull’agency, intesa non come slancio utopico o ottimismo ingenuo, bensì come pratica situata di rinegoziazione quotidiana tra presente e futuro. In questo senso, la nozione di time work – l’agency temporale che consente di spostare avanti o indietro i confini dell’azione (Flaherty et al., 2020) – diventa chiave di lettura trasversale delle traiettorie biografiche. Le interviste restituiscono un quadro segnato da ambivalenze: da un lato la fatica di orientarsi in un orizzonte incerto e rischioso, dall’altro la capacità di aprire spiragli di possibilità anche in contesti apparentemente chiusi, in un continuo gioco tra vincoli strutturali e quella che viene definita nel volume come agency individuale.
I diversi capitoli, scritti da Ilenya Camozzi, Daniela Cherubini, Maria Grazia Gambardella, Barbara Grüning, Sveva Magaraggia, Arianna Mainardi e Stefania Voli, sono organizzati per tematiche e affrontano le principali questioni emerse durante l’indagine. Il secondo capitolo analizza la famiglia come laboratorio cruciale di equilibri e negoziazioni: non semplice permanenza, ma manutenzione relazionale che assume forme nuove. Il rinvio dell’uscita dalla casa dei genitori e l’intermittenza di partenze, ritorni e ripartenze si configurano come sia risorsa di sostegno sia vincolo che rallenta il percorso per l’autonomia. Il terzo capitolo indaga le aspettative per il futuro e la progettazione di vita, con particolare attenzione al rapporto con il lavoro. Il quarto approfondisce i percorsi di mobilità geografica, mostrando come le scelte individuali siano intrecciate a vincoli strutturali in termini di risorse, capitale sociale, reti di prossimità e disuguaglianze territoriali. Il quinto capitolo si concentra sulla dimensione dell’appartenenza etnica come campo in continua ridefinizione, in cui i legami sociali assumono intensità variabili a seconda delle fasi di vita e delle risorse disponibili. Il sesto capitolo affronta la partecipazione politica, considerata nelle sue pratiche quotidiane più che nelle forme istituzionalizzate. Le narrazioni mostrano come la costruzione di linguaggi e alleanze alternative possa generare forme di azione collettiva sviluppate al di fuori dei canali tradizionali. Un tratto trasversale che emerge dalle interviste, approfondito nel settimo capitolo, è il sentimento diffuso di ansia, paura e stanchezza – fisica ed esistenziale – acuito dalla pandemia, che ha ridefinito percezioni del rischio, priorità e possibilità progettuali di lungo periodo.
Il testo restituisce la compresenza di vincoli e possibilità, mostrando come i giovani e le giovani in Italia oscillino tra apertura e limite, fragilità e immaginazione del futuro. Non offre semplificazioni, ma costruisce un vero e proprio “atlante di vite in movimento”, prezioso non solo per comprendere le transizioni giovanili, ma anche per alimentare il dibattito pubblico sul futuro della cittadinanza e delle forme politiche. Accanto alla fatica, all’ansia, alla paura e alla stanchezza, che le interviste restituiscono, il volume analizza anche la trama di piccole ripartenze e adattamenti che configurano reazioni sia individuali sia collettive. Nella prospettiva della relazione tra tattica e strategia, pare che queste pratiche si configurino più come tattiche che strategiche, cioè come piccoli passi e prove slegate tra loro, più che una vera e propria linea d’azione o un piano generale con obiettivi ben definiti e a lungo termine.
Infine, un ultimo capitolo è dedicato al trattamento e all’archiviazione del dato qualitativo, mettendo in luce l’importanza etica e strategica della costruzione di archivi qualitativi longitudinali. Questi non sono solo strumenti di ricerca, ma si configurano come luoghi di memoria e di riutilizzabilità delle voci raccolte, capaci di restituire nel tempo la ricchezza delle esperienze e di offrire uno sguardo sui processi di mutamento sociale in Italia. I dialogical workshops e le interviste sono stati infatti trascritti, anonimizzati e archiviati presso l’archivio UniData – Bicocca Data Archive dell’Università di Milano-Bicocca dedicato alla raccolta, conservazione e condivisione di dati per la ricerca nelle scienze sociali, quindi codificati e analizzati con il software MAXQDA, offrendo una lettura densa delle modalità con cui i giovani e le giovani interpretano e attraversano il presente.
La conservazione dei materiali raccolti presso l’archivio non rappresenta soltanto una garanzia di rigore metodologico, ma anche un investimento nell’orizzonte dell’Open Science, che promuove un modello di conoscenza trasparente e accessibile, in cui i dati non rimangono confinati a singoli progetti ma diventano patrimonio comune della comunità scientifica e della società. Rendere accessibili e riutilizzabili (secondo le modalità definite dai ricercatori e dalle ricercatrici che hanno condotto le indagini specifiche) anche dataset qualitativi, oltre che quantitativi, significa preservare la memoria delle voci raccolte, favorire nuove interpretazioni e promuovere una ricerca sociologica aperta, collaborativa e cumulativa, cioè capace di dialogare nel tempo con futuri processi di cambiamento sociale.
Le narrazioni mostrano aspettative frustrate, differimento della gratificazione per vincoli strutturali (soprattutto economici e lavorativi), difficoltà di transizione all’età adulta in un contesto segnato da crisi geopolitiche, energetiche, economiche e dalle transizioni – digitale, demografica ed ecologica. I giovani e le giovani sembrano più inclini a strategie di resilienza e adattamento (coping) che a forme di agency trasformativa: più flessibili nel sistema della flessibilità, piuttosto che capaci di mettere in discussione le premesse e i principi sistemici. La famiglia emerge come risorsa cruciale, sia come contenimento simbolico di ansie e paure, sia come sostegno economico e abitativo. I genitori appaiono dunque come i veri pilastri delle nuove generazioni, che faticano a costruire fondamenta autonome per le proprie vite.
Il ritratto dei giovani e delle giovani coinvolti/e mostra inoltre un profilo specifico: mediamente molto istruiti – diversamente dalla maggior parte della popolazione in Italia – e con genitori in grado di garantire opportunità, a fronte di una società che tende a chiudere piuttosto che ad aprire orizzonti. L’università viene definita da un intervistato come “culla”, da cui il passaggio al mondo del lavoro appare traumatico e ansiogeno: “siamo un po’ nati precari”, afferma un’intervistata. Per altri, invece, è già l’università a rappresentare il luogo della competizione e della performance: è già il contesto in cui si sperimentare la solitudine, l’ansia e la paura. A fronte di queste difficoltà, emergono come temi principali e vengono discussi nel testo il bisogno di riconoscimento (Honneth, 1995; Fraser e Honneth, 2003) e il desiderio di tempo, per poter fare esperienze e scegliere con consapevolezza le proprie traiettorie di vita in un’epoca segnata da alienazione e accelerazione sociale (Rosa, 2010).
Nelle ricerche sui giovani e sulle giovani, e sui/lle giovani adulti/e, le questioni strutturali restano spesso sullo sfondo. Ciò risalta agli occhi se pensiamo a quanto in Italia le criticità delle transizioni giovanili si intreccino – più direttamente rispetto ad altri contesti – con la situazione socioeconomica del Paese, da un lato, e con la condizione specifica del gruppo di riferimento, dall’altro. Il mercato del lavoro italiano è segnato da stagnazione salariale, lavoro povero e precarietà, e inoltre queste problematiche pesano ancora più sulle giovani generazioni, che spesso incontrano fasi intermittenti di (re)inserimento lavorativo. La letteratura definisce per convenzione giovani fino ai 28 anni e giovani adulti dai 28 ai 35: entrambe le fasce condividono fragilità strutturali e incertezza progettuale, come si evince da molteplici fonti di dati sulla vulnerabilità economica e sociale.
In Italia, la forbice sociale negli anni si è andata allargando: povertà e diverse condizioni di deprivazione interessano soprattutto donne, migranti e giovani. A proposito della scarsa mobilità sociale in Italia, ISTAT affermava nel 2023 che “Le diseguaglianze strutturali continuano a rappresentare un elemento determinante e discriminante nelle opportunità che definiscono il destino sociale delle persone” (p. 46). Dal punto di vista della vulnerabilità delle fasce giovanili, il Rapporto evidenziava che nel 2022 il 47,7% dei giovani e delle giovani tra i 18 e i 34 anni mostrava almeno un segnale di deprivazione sui cinque adottati; sottolineava che quasi un terzo della categoria che comprendeva adulti e giovani adulti di 25-49 anni, e definita a rischio di povertà, proveniva da famiglie che avevano già difficoltà economiche quando questi avevano 14 anni; inoltre, indicava il segmento di giovani e giovani adulti/e di 25-34 anni come la classe di età più in difficoltà (ISTAT, 2023).
Alcune riflessioni emergono dalla lettura del volume, principalmente sul terreno della relazione tra struttura e agency e della dialettica tra struttura e sovrastruttura. Per svilupparle pongo prima alcune premesse, utilizzando concetti noti proposti da Marx (1859) e reinterpretandoli alla luce delle trasformazioni economiche e sociali contemporanee.
Primo, con struttura qui intendo la rete di rapporti economici e lavorativi che costituiscono la base materiale delle nostre vite, ma anche le disuguaglianze sociali, le asimmetrie che anch’esse sono di fatto radicate materialmente nei rapporti economici e produttivi. Si pensi alle differenze di genere in termini salariali, al gender pay gap, alla segregazione orizzontale e verticale di genere, alle riflessioni sul potere e sull’ordine di genere di Connell (1987) o sul sistema sesso/genere di Rubin (1975), e alle questioni strutturali e materiali connesse all’etnia e lungo la linea del colore, che creano anch’esse segregazioni nel mercato del lavoro, nelle imprese e nelle organizzazioni.
Secondo, con sovrastruttura intendo l’intreccio di cultura, valori, norme e ideologie che possono naturalizzare, decostruire, giustificare, rendere visibili e invisibili quei rapporti. Le questioni culturali e strutturali sono intersecate tra loro ed è nella loro interazione che spesso si creano le disuguaglianze e le asimmetrie, a partire dalla lezione del metodo intersezionale che ci permette, ad esempio, nel lavoro e nelle organizzazioni, di identificare livelli di subordinazione e potere connessi alla posizione ricoperta nella gerarchia aziendale o al corrispettivo salariale percepito.
Terzo, necessariamente va sottolineato che sono qui trattate come categorie analitiche, da non intendere in termini di priorità o gerarchici, ma semmai da utilizzare come strumenti utili per indagare relazioni e influenze reciproche. Porre la relazione e l’interconnessione tra struttura e sovrastruttura come angolo di osservazione significa adottare un approccio poco praticato nel dibattito contemporaneo – seppur il lungo confronto tra Fraser e Honneth lo richiami – ma particolarmente fecondo per illuminare il senso comune e ciò che è dato per scontato, specialmente se abbinato al metodo intersezionale e nell’ottica di un’analisi potremmo dire multilivello dei processi produttivi e riproduttivi come interdipendenti.
Il testo, e soprattutto l’introduzione di Carmen Leccardi, richiama la possibilità che, in contesti poveri di risorse sociali e culturali, prevalgano sentimenti di insignificanza e malessere, mentre laddove esistono “riserve di riflessività” possano emergere spinte innovative. Questo spunto apre interrogativi cruciali, in dialogo con l’approccio del volume.
Quanto le micropratiche quotidiane – le tattiche che non si configurano in strategie e che talvolta emergono come estetiche o personalistiche, spesso amplificate dai social media – possono incidere sulla condizione giovanile, in termini strutturali? Cioè, quanto le spinte sovrastrutturali possono modificare il piano strutturale? Poi, quanto la frammentazione delle carriere e dei percorsi lavorativi, propria del capitalismo nella sua fase neoliberista, condiziona pensiero e azione delle nuove generazioni? Cioè, quanto, al contrario, le spinte strutturali possono condizionare il piano sovrastrutturale? E anche, senza organizzazione collettiva che si traduca in strategia, l’apertura al possibile non rischia di restare confinata a esperienze individuali, con scarsa capacità trasformativa? Inoltre, ancor più importante, se l’apertura al possibile è prerogativa di chi dispone di “abbondanti riserve di riflessività”, quindi di capitale sociale, economico e culturale, non si rischia di rafforzare le disuguaglianze sociali tra chi ha le risorse e chi ne è privo/a?
Chi è fuori dal nostro sguardo – senza legami con le università – potrebbe essere più esposto ad ansie e paure e al tempo stesso ancor più limitato da vincoli strutturali. Se le pratiche di adattamento si sviluppano più tra chi ha più capitale sociale, le disuguaglianze rischiano di acuirsi e non contrarsi. Inoltre, in un Paese con una percentuale di studenti universitari e laureati molto bassa, focalizzarsi in prevalenza su questi non restituisce la pluralità delle voci che la realtà sociale richiederebbe. Le riflessioni del volume richiamano la necessità di ricerche future rivolte a contesti e gruppi sociali che hanno accesso a un diverso capitale sociale, per dare visibilità a tensioni e conflitti che attraversano e colpiscono altri strati della popolazione, più soggetti a risentimento e rabbia, più esposti alla disaffezione per le istituzioni con conseguenze sulla convivenza democratica.
Molto interessante, a proposito del dibattito sulla relazione tra struttura e sovrastrutura e nell’ambito specifico dei rapporti tra lavoro, futuro e democrazia, è il nuovo libro di Honneth, Il lavoratore sovrano. Lavoro e cittadinanza democratica (2025), che tenta di ridiscutere la divisione sociale del lavoro – un’importante pista di riflessione, nel cui solco si poneva anche Perché lavoro? Narrative e diritti per lavoratrici e lavoratori del XXI secolo, testo che ho curato nel 2020 e in cui sono posti in dialogo discorsi di Honneth, Sennett e Supiot. L’apertura al possibile è necessaria, e lo è analizzare la stanchezza giovanile e le pratiche di resilienza: il volume curato da Leccardi svolge questo compito in modo approfondito. Sul piano speculativo, resta la speranza che l’apertura al possibile possa divenire orizzonte condiviso. Individuare le disuguaglianze e ripensare le politiche è fondamentale, a partire dal lavoro – innanzitutto giovanile – e dalle risorse (e difficoltà) socioeconomiche delle famiglie.
Come ricordato in apertura, gli Youth Studies rappresentano un filone ormai consolidato e poliedrico. La proposta di chi scrive è che un’analisi più approfondita dei processi economici e del lavoro possa arricchire questo ambito di ricerca, offrendo uno sguardo che tenga insieme trasformazioni del mercato del lavoro e condizioni giovanili, in Italia e nel dibattito internazionale. Dal punto di vista empirico, future indagini potranno trarre vantaggio dall’esperienza di questo studio, raccogliendo e analizzando dati qualitativi con approccio longitudinale: una scelta particolarmente interessante per indagare età e generazione intersecando altre questioni – in particolare di classe, economiche e del lavoro. Seguire gli attori sociali nel tempo, ponendo attenzione al tempo stesso come concetto teorico e come costruzione attiva (Flaherty et al., 2020), rappresenta una prospettiva innovativa. Potrà essere di interesse in futuro rianalizzare il materiale conservato, confrontandolo con nuovi dati, o progettare altre ricerche qualitative longitudinali facendo tesoro di questa indagine.
A completamento della prospettiva qualitativa del volume, è utile richiamare La forza del destino. Origine sociale e opportunità di vita nell’Italia contemporanea – a cura di Mario Lucchini, Serafino Negrelli e Maurizio Pisati (2025) – che restituisce i risultati della parte quantitativa del progetto Ita.li con focus su disuguaglianze sociali, mobilità e lavoro. Questo volume è stato recentemente pubblicato nella stessa collana, che ospita tutti i testi inerenti al progetto e contribuisce a rendere la complessità del ricco programma di ricerca sulle trasformazioni sociali in Italia, integrando una pluralità di approcci e prospettive.
Per concludere, il volume curato da Carmen Leccardi Vite aperte al possibile si distingue per la profondità dell’analisi, capace di restituire non solo la complessità delle traiettorie individuali e collettive, ma anche le trasformazioni indotte da un evento eccezionale come la pandemia. L’intreccio tra interviste e dialogical workshops, la cura per la scienza aperta e l’archiviazione dei dati, e l’attenzione alla dimensione temporale conferiscono al lavoro una solidità che offre un quadro sfaccettato e denso di significati, arricchendo in modo significativo le analisi teoriche sui e sulle giovani, le riflessioni metodologiche sulla ricerca qualitativa longitudinale, e il dibattito sulla specifica condizione giovanile in Italia.
Annalisa Dordoni
Riferimenti bibliografici
Connell, R. (1987). Gender and power: Society, the person and sexual politics. Stanford University Press.
Flaherty, M. G., Meinert, L., & Dalsgård, A. L. (Eds.). (2020). Time work: Studies of temporal agency. New York: Berghahn Books.
Honneth, A. (1995). The Struggle for Recognition: The Moral Grammar of Social Conflicts. Cambridge: Polity Press.
Honneth, A. (2025). Il lavoratore sovrano. Lavoro e cittadinanza democratica. Bologna: Il Mulino.
ISTAT. (2023). Rapporto Annuale 2023. La situazione del Paese, disponibile qui: https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2023/Rapporto-Annuale-2023.pdf
Fraser, N., and Honneth, A. (2003). Redistribution or recognition? A political-philosophical exchange. London: Verso.
Lucchini, M., Negrelli, S. e Pisati, M. (a cura di). (2025). La forza del destino. Origine sociale e opportunità di vita nell’Italia contemporanea. Bologna: Il Mulino.
Marx, K. (1859). A Contribution to the Critique of Political Economy. Progress Publishers.
Rosa, H. (2010). Alienation and acceleration: Towards a critical theory of late-modern temporality. New York: Aarhus University Press.
Rubin, G. S. (1975). The traffic in women: Notes on the “political economy” of sex. In R. R. Reiter (Ed.), Toward an Anthropology of Women, pp. 157-210. Monthly Review Press.
Sennett, R., Supiot, A., e Honneth, A. (2020). Perché lavoro? Narrative e diritti per lavoratrici e lavoratori del XXI secolo. A cura di A. Dordoni. Milano: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.